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 1997  maggio 12 Lunedì calendario

Qualche anno fa, per il non eccelso merito di avere acquistato un’automobile meno rudimentale delle precedenti, entrai ufficialmente a far parte dell’«esclusivo mondo dei vip»

• Qualche anno fa, per il non eccelso merito di avere acquistato un’automobile meno rudimentale delle precedenti, entrai ufficialmente a far parte dell’«esclusivo mondo dei vip». L’investitura (con quelle testuali parole) avvenne nell’androne di casa mia, precisamente davanti alla cassetta delle lettere dalla quale estrassi, in mezzo al consueto scartafaccio di bollette e molestie promozionali, una grossa busta blu orlata d’oro che conteneva una lettera scritta in blu e orlata d’oro e l’immancabile ”card” (blu orlata d’oro), che recava in rilievo il mio riverito nome: ”membro emerito”. Se qualcuno mi avesse avvertito, avrei almeno potuto indossare un abito adatto all’occasione (per esempio un blazer blu orlato d’oro). Ma non ne sapevo nulla.
• Era accaduto, banalmente, che la casa automobilistica dalla quale mi ero servito aveva venduto il mio indirizzo a un’azienda di servizi commerciali, turistici e ricreativi, insieme a quello di migliaia di clienti. Mi ritrovai, così, membro di un club la cui ”esclusività” era irrimediabilmente compromessa dalla mia iscrizione, peraltro non consenziente. E le cui finalità, come traspariva dalla lettera d’accompagnamento, mi davano quasi tutte ai nervi, dagli sconti presso prestigiose boutiques alle agevolazioni per prenotare l’aliscafo. Pur essendo la prenotazione di posti in aliscafo uno dei fini ultimi dell’esistenza di ciascuno («il cielo stellato sopra di me, un posto in aliscafo dentro di me»), scrissi una lettera, civile ma severa, al pierre di quel club intrusivo e soprattutto all’ufficio stampa della casa automobilistica (la Lancia) che si era permessa di fare commercio del mio indirizzo privato. Ne ottenni, in cambio, risposte stupite e vagamente offese: ma come, noi ci preoccupiamo della sua promozione sociale e Lei ci ricambia con tanta ingratitudine?
• L’episodio (uno tra cento altri esempi analoghi) mi è tornato in mente leggendo delle nuove normative sulla difesa della privacy e sulla riservatezza dei dati [16], pensate e fortemente volute da Stefano Rodotà. Nei commenti giornalistici prevale la preoccupazione per gli indiscutibili limiti che la legge rischia di opporre al libero esercizio della professione (giornalistica). Non sono, queste, riserve legittime. Pure se la legge prevede l’obbligo alla riservatezza solo a proposito dello stato di salute e delle attitudini sessuali dei personaggi pubblici (che sono anche persone, tra l’altro), capisco che il diritto di cronaca possa, in particolari casi, uscirne leso. Ed è bene farlo presente all’Authority presieduta da Rodotà, sensibilissimo a ogni genere di diritti.
• Quello che non mi convince, e che in fin dei conti misconosce la portata (potenzialmente storica) del provvedimento, è che lo si vaglia soprattutto alla luce delle conseguenze che esso avrà sui cosiddetti ”uomini di potere” e sulla loro controparte almeno teorica, il mondo dell’informazione. Mentre - in misura direttamente proporzionale alla proliferazione dell’informatica e delle banche dati - la violazione del diritto alla privacy è un problema che riguarda, ormai, centinaia di milioni di persone: da chi si compra il governo pagando cash a chi acquista una berlina a rate.
• Nome e indirizzo sono una merce. Beppe Grillo, in un suo recente spettacolo, ha esibito le pezze d’appoggio: esiste un prezziario (esilarante) degli elenchi professionali secondo il quale un ragioniere vale, mettiamo, cento lire, un medico centodieci e un architetto centoventi. Le tariffe, è ovvio, vengono stabilite a seconda del reddito presunto e del tenore di vita degli stock di persone fatte oggetto di questa vera e propria tratta. Migliaia di cittadini vengono quotidianamente venduti, ignari di tutto, a strutture commerciali (prime fra tutte quelle che lavorano per corrispondenza) che poi li imbarcano, come inconsapevoli Kunta Kinte, in ”files” transoceanici dai quali, una volta saliti, non si sa quando e se si potrà scendere.
• Finire in un indirizzario è una sorte irreversibile. Chiunque ne entri in possesso si sentirà in diritto, per l’eternità, di perseguitarti con promozioni truffa («caro signor Tale: Lei ha vinto un miliardo! Per ritirarlo le sarà sufficiente ordinare trenta borsette di coccodrillo e sperare, poi, di venire estratto a sorte tra altri trecentomila gonzi come Lei!»), proposte d’acquisto, iscrizioni non richieste ai più scombiccherati consessi.
• La persecuzione commerciale, specie nella nostra società, non mi pare eticamente meno gaglioffa di quella poliziesca. Che la Digos o la Finanza sappia chi sono e dove abito è cosa che può procurarmi disturbo solo se confeziono ordigni nel mio tinello o evado il fisco. Ma che una ditta di cosmetici naturali, da quindici anni e riuscendo non so come a seguirmi nonostante quattro cambiamenti di domicilio, si ostini a propormi l’acquisto di saponette al gheriglio di noce, è francamente una cosa che non merito.
• I quintali (forse tonnellate) di inutile carta promozionale che in vent’anni di vita adulta ho buttato nel cestino corrispondono a mezzo ettaro di foresta amazzonica. E se non bastassero le lagnanze ecologiche, aggiungo quelle logiche: sono io, sono i cittadini (smettiamola di chiamarli consumatori, sennò gli addetti al mailing si eccitano e raddoppiano il volume di fuoco) che devono decidere se, come e quando acquistare trenta borsette di coccodrillo, vincere un miliardo e guadagnarsi, infine, un posto di riguardo in aliscafo. A parte l’invadenza, è la primitività del sistema promozionale che colpisce: si lancia (e paga) un milione di messaggi per raggiungere diecimila potenziali clienti.
• Rovesciare questo flusso di informazioni, trasformando il destinatario (coatto) in mittente (libero), sarebbe davvero la fuoriuscita dalla preistoria del mercato. Nelle banche dati non devono più esserci i clienti, ma i venditori. E poiché la miglior vendetta è il perdono sarà consentito loro di mantenere segreto il loro indirizzo privato. Ci basterà poterli contattare in orari di ufficio, in negozio o in ditta. «Ho letto il suo nominativo sul mio computer, alla voce ”borsette, saponette e cards”. Vorrei visionare, sempre sullo schermo del mio computer, il suo catalogo. Grazie. Firmato, mister X».
• Egregio professor Rodotà, non so se ancora una volta, fatta la legge, si troverà l’inghippo. So solo che, tra tanti vaneggianti proclami di liberalismo e liberalità che ci hanno oppresso negli ultimi anni (alcuni anche via lettera), il suo proposito di considerare l’individuo qualcosa di diverso da una buca delle lettere o da una riga su un ”file” è quanto di più liberale si sia sentito da un bel po’ di tempo in qua. Che poi sia un uomo di sinistra ad aver partorito questa proposta, con tutti i possibili emendamenti che seguiranno, è cosa che conferma un mio vecchio pregiudizio: i pericoli di massificazione e manipolazione, oggi e nel nostro mondo, vengono solo in minima parte da residuali ideologie poliziesche, e in massima parte dal delirio di onnipotenza del mercato. Che perfino il nome e l’indirizzo siano merce di scambio è, francamente, parecchio orwelliano. Non si potra più pubblicare, per colpa della nuova legge, la planimetria dell’apNon si potra più pubblicare, per colpa della nuova legge, la planimetria dell’appartamento di D’Alema? Sopravviveremo a questo sfregio alla libertà d’informazione, se in cambio potremo oscurare, più modestamente, la nostra cassetta della posta.