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 1997  aprile 21 Lunedì calendario

Los Angeles - Perché Independence Day ha già incassato un miliardo di dollari e Mars Attacks! rischia di chiudere in passivo? Nella mecca del cinema sono in molti a volere risposte a domande così, e a uno scienziato che le fornisse si farebbero ponti d’oro

• Los Angeles - Perché Independence Day ha già incassato un miliardo di dollari e Mars Attacks! rischia di chiudere in passivo? Nella mecca del cinema sono in molti a volere risposte a domande così, e a uno scienziato che le fornisse si farebbero ponti d’oro. Oggi c’è uno scienziato che sembra avere quelle risposte, ma nessuno gli offrirà mai un contratto di consulenza. I suoi risultati infatti non lasciano speranze: il successo o il fallimento di un film sono governati dal caos.
• A Hollywood, per fare un film oggi ci vogliono un sacco di soldi. Tra il 1980 e il 1996, il costo medio di un singolo prodotto (inclusa la pubblicità) è salito da tredici a quasi sessanta milioni di dollari. Quest’anno almeno dodici film supereranno il tetto dei cento milioni di spese: uno (Dante’s speak - La furia della montagna) è già uscito, gli altri (fra cui Titanic, Volcano e le prossime puntate di Jurassic Park, Alien e Batman) aspettano il tradizionale appuntamento con il mercato estivo. Di fronte a cifre simili, non ci si stupisce se gli studi sono controllati da banchieri e contabili: investire molto significa anche rischiare molto, e quando la fortuna non arride gli esiti sono disastrosi. I cancelli del cielo di Michael Cimino portò la United Artists alla rovina.
• Largo agli esperti, dunque, ai maghi della finanza: a coloro che, forti di un Master of Business preso a Harvard (è il caso di Matt Biondi, presidente della Universal), sanno come muoversi con destrezza tra flussi di denaro di tale entità. A loro le multinazionali che controllano gli studi hanno chiesto di portare equilibrio e robusto senso pratico in un ambiente spesso dominato da personalità bizzose. Salvo che, sembra, questi austeri signori non sanno un bel niente. quanto sostiene un professore di economia dell’Università di California, il cinquantanovenne Arthur («Art») De Vany, in un articolo pubblicato sulla rivista inglese ”The Economic Journal”. Nonostante il titolo astruso (’Bose-Einstein Dynamics and Adaptive Contracting in the Motion Picture Industry”) e le molte e complicate equazioni che contiene, l’articolo ha un messaggio piuttosto elementare: le categorie scientifiche tradizionali non sono in grado di spiegare la ”risposta” che il pubblico darà a un film, solo la teoria del caos può darne ragione. Con il risultato di sancirne definitivamente l’imprevedibilità.
• De Vany spiega: «La teoria del caos è stata scoperta a vari livelli. Alcuni l’hanno trovata nei ritmi del battito cardiaco, altri nel mercato azionario, altri ancora nei fenomeni meteorologici. stato difficile cogliere le somiglianze strutturali fra tutte queste diverse scoperte, ma ormai è chiaro che si stava sempre parlando della stessa cosa. Ed è chiaro che la gente che va al cinema dà un ulteriore esempio di evento caotico».
• Due principi fondamentali hanno guidato il corso della scienza moderna. Primo, il comportamento di un sistema può essere ridotto a quello delle sue parti; secondo, questo comportamento può essere espresso da una funzione lineare tale cioè per cui a variazioni nell’input corrispondono variazioni proporzionali nell’output. Il primo principio invitava a semplificare i fenomeni naturali e a studiare pochi parametri per volta; quando ciascun parametro fosse stato capito individualmente, si pensava, metterli insieme sarebbe stato un gioco da ragazzi. Il secondo legittimava i processi di approssimazione: se il nostro input contiene un piccolo errore anche l’errore contenuto nell’output sarà piccolo e al di sotto di certi livelli un piccolo errore non fa nessuna differenza.
• Ma la teoria del caos ha dimostrato che il tempo, il mercato azionario e mille altri sistemi (tutti i sistemi di un certo interesse, a quanto pare) contraddicono entrambi i principi. Da un lato, afferma De Vany, «l’approccio che cerca di ridurre un fenomeno complesso ai suoi elementi è fallito: nel campo dell’intelligenza artificiale, per esempio, si è dovuto ammettere che è un intero organismo a muoversi e a imparare, che la mente non è localizzata in un punto ma distribuita su tutto il corpo e che dunque se non si studia tutto insieme non si capisce niente». Dall’altro, è emersa la straordinaria (e scoraggiante) ”sensibilità” di questi fenomeni alle loro condizioni iniziali: contrariamente alle aspettative le funzioni che ne regolano l’andamento sono altamente non lineari, e dunque una variazione anche minima nell’input può causare variazioni catastrofiche nell’output. Come scoprì (per caso) il meteorologo Edward Lorenz nel 1961 imbattendosi per primo nella teoria del caos, il battito d’ali di una farfalla in Brasile può provocare domani un uragano in North Carolina.
• I dirigenti degli studi cinematografici si comportano come scienziati tradizionali. Cercano di addomesticare il mercato, di ridurre il numero di variabili in gioco evitando il più possibile la concorrenza diretta (film dello stesso tipo debuttano di solito in momenti diversi della stagione), influenzando critici e media o firmando contratti con gli esercenti delle sale che prevedono un certo numero di settimane di programmazione. E guardano al passato per predire il futuro: se una certa ”formula” ha funzionato l’anno scorso potete essere sicuri che quest’anno sarà ripetuta dieci volte. Ma così facendo, continua De Vany, si scontrano con la natura irrimediabilmente caotica del processo in cui sono immersi: col fatto che qualunque cosa può avere un effetto su qualunque altra e qualunque piccola cosa può avere un effetto enorme.
• A determinare il fatto che la gente vada o non vada a vedere un certo film è, nel linguaggio della teoria del caos, una «cascata informativa». «Informativa» perché dipende da quel che dicono gli altri (amici, conoscenti, giornali...), «cascata» perché cresce in modo esponenziale e funziona perlopiù molto rapidamente. Nella grande maggioranza dei casi, il destino di un film si decide nei suoi primissimi giorni di vita: in un campione di 300 film studiato da De Vany, solo un film su sei era durato più di due settimane e solo uno su venti più di quindici settimane. E si tratta di un destino spesso impietoso: il 20% del campione si era preso l’80% degli incassi, lasciando gli altri 240 film a spartirsi le briciole. Non c’è modo di controllare la cascata informativa, secondo De Vany. «Il genere di un film non ha importanza. I film migliori anzi sono spesso difficili da categorizzare. Per esempio, a che genere apparteneva Forrest Gump? La gente non lo sapeva, e non le interessava. Solo dopo il suo successo alcuni critici hanno tentato di inventare un genere in cui collocarlo». Né le star sono una garanzia. Oggi gli esperti sostengono che solo sei attori (Tom Cruise, Harrison Ford, Mel Gibson, Tom Hanks, Arnold Schwarzenegger e John Travolta) sono in grado di determinare il successo di un film ma la presenza di Schwarzenegger non ha influito sulla tiepida accoglienza di Last Action Hero e ognuno dei sei può incocciare da un giorno all’altro nel suo Waterworld (il film-flop con Kevin Costner), finendo così per essere escluso dalla lista. (Inversamente la Fox ha rifiutato di fare Il paziente inglese perché il produttore non voleva saperne di sostituire Kristin Scott Thomas con Demi Moore, e adesso piange sui nove Oscar sacrificati allo star system).
• Ho chiesto a De Vany se avesse suggerimenti per i magnati di Hollywood. Me ne ha menzionati due. Siccome la cascata informativa non si può controllare, si può cercare di evitarla, usando una tattica spesso seguita con film molto brutti: distribuirli a tappeto facendosi così pagare da molti esercenti in anticipo e dopo due settimane sparire. L’altro suggerimento proviene dal versante opposto: fate bei film e la gente andrà a vederli. In altre parole, non cercate di estrarre ricette ”scientifiche” dalle esperienze passate, perché il futuro non ripeterà il passato e la ”scienza” che era stata costruita su questo presupposto ha dovuto dichiarare bancarotta. Ricordate invece che la gente va al cinema perché desidera novità e sorprese, e che queste non deriveranno mai da schemi precotti ma sempre soltanto dall’inventiva e dalla passione.
• Mentre lasciavo l’ufficio di De Vany, riflettevo che la storia non è solo sempre nuova e sorprendente, ma anche spesso ironica. Il grande merito della meccanica newtoniana, secondo i luoghi comuni degli ultimi tre secoli, fu quello di unificare i fenomeni celesti e terrestri permettendo di catturarne l’essenza in poche e semplici formule. Nella Filosofia della natura Hegel sottopose questi luoghi comuni a una critica serrata quanto (per lungo tempo) infruttuosa e oggi dimenticata, sostenendo che la semplificazione è un difetto e citando la meteorologia come brillante esempio di una complessità che nessun semplice insieme di equazioni potrà mai catturare. Di questi tempi, è difficile citare Hegel (e soprattutto la Filosofia della natura) senza imbarazzo, eppure, sotto le spoglie dell’ultima esoterica teoria matematica o di un nerboruto professore californiano, non c’è dubbio per me che l’amico si stia prendendo una bella rivincita. Fate pure i vostri conti, sembra che dica, continuate pure a illudervi di controllare la situazione: lo spirito non cesserà di contraddirvi.