Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 24 marzo 1997
Quando una settimana fa Romano Prodi estese anche al Tg1 le sue rampogne alla stampa rea di criticarlo, il direttore Marcello Sorgi si abbatté sulla poltrona direttoriale a capo chino
• Quando una settimana fa Romano Prodi estese anche al Tg1 le sue rampogne alla stampa rea di criticarlo, il direttore Marcello Sorgi si abbatté sulla poltrona direttoriale a capo chino. Il suo mento, già monumentale, raggiunse l’ombelico, mentre l’inquietudine gli invase gli occhi, cupi come le tonnare della sua Sicilia.
Cominciò a meditare. Non gli era mai successo nei quarantuno anni della sua vita prudente di scontentare un politico. Ora invece aveva fatto saltare la mosca al naso niente meno che a un presidente del Consiglio e, per di più, della sua stessa parrocchia, democristiana di sinistra.
• Catalogandolo come il guaio più grosso del suo curriculum, Sorgi ripensava a quel titolo maledetto del telegiornale « Cala l’inflazione, siamo tutti più poveri?», metà complimento e metà denuncia che aveva fatto esclamare a Prodi stizzito: «Anche il Tg1 quando vuole farci un favore finisce per danneggiarci!». E faceva mea culpa. Non si perdonava di avere lasciato le briglie sciolte al responsabile della magagna, il redattore economico Dino Sorgonà, pur sapendolo più in sintonia col ministro del Tesoro, Carlo Azeglio Ciampi, che con Prodi. I quali, nel governo rappresentano due linee. Ciampi vorrebbe meno tasse e più tagli della spesa pubblica. Prodi il contrario.
Per un tempo lungo un’eternità, Sorgi giacque inerte come se tutta la sua carriera costruita con oculatezza ragionieristica potesse infrangersi su questa disattenzione fatale. Ma fu proprio il ricordo dei meriti passati, che lo rianimò.
• Uno per tutti, gli dette una sferzata di orgoglio. Appena un mese fa, quando Prodi fu fischiato all’inaugurazione dei campionati del mondo di sci al Sestriere, il Tg1 per non dispiacergli censurò le immagini della scena incresciosa. Le trasmise solo molte ore più tardi dopo che tutte le altre televisioni l’avevano mostrate e si erano assunte la responsabilità di indispettire il capo del governo, spezzandone i sogni con la cruda realtà.
«Prodi non può dimenticarlo! », pensò Sorgi enfaticamente. Né negare che il favore che gli feci allora vale cento volte la disattenzione di oggi. Che comunque non si ripeterà» aggiunse tra sé, ringalluzzito. E con questa speranza, uscì dal coma. Anche se ve l’ho fatto conoscere depresso - ma non è molto più divertente nelle fasi di normalità - credo che abbiate capito il tipo. Marcello Sorgi è uno che vuole andare d’accordo col Potere e che misura il proprio successo non sulle lodi che raccoglie, ma sulle critiche che schiva.
• Per questo è felice dei suoi quattro mesi di guida del Tg1 anche se il telegiornale non brilla. L’ascolto dell’edizione più seguita, quella delle 20, è scesa a tratti fino al 31 per cento. La media si aggira sul 37 per cento. Rodolfo Brancoli, il predecessore, aveva una audience stabile del 40 per cento e, nei momenti migliori, del 43.
Ma Marcello non farebbe cambio con lui neppure dipinto. Infatti con Brancoli c’era bufera tutti i giorni e in tre mesi è naufragato sugli scogli. Sorgi ha invece instaurato una rassicurante calma piatta nella quale si augura di fare per anni il morto a galla senza andare né di qua, né di là, in base al detto: «Meglio il galleggio, navigare è peggio».
• Palermitano, di buona famiglia, il padre è ottimo avvocato, Marcello è stato programmato per salire un gradino ancora più su. Giovanissimo fu praticante a ”L’Ora”, quotidiano comunista di Palermo che era agli sgoccioli e che di lì a breve chiuse. Poi fu corrispondente palermitano del ”Messaggero” che presto lo chiamò a Roma come cronista parlamentare. Poco più che ventenne, Sorgi già bazzicava il Transatlantico di Montecitorio, alla fine degli anni Settanta.Era un ragazzetto timido, facile al rossore, che in preda al panico non sempre capiva quello che gli accadeva attorno. Così saltellava come un capretto tra i suoi colleghi più esperti, chiedendo: «Ma tu che pensi?», «Che intendeva dire Craxi?», «Come imposterai l’articolo?». Solo dopo aver raccolto le opinioni di tutti, rientrava in redazione e scriveva un’antologia di quanto aveva sentito. Ma badava contemporaneamente ad addolcire gli angoli. Era buona norma, l’indomani, leggere per primo l’articolo di Sorgi che, essendo un sommario degli altri giornali, ti evitava la noia di sfogliarli tutti.
• Un giorno fu preso sottobraccio in Transatlantico da Ciriaco De Mita che a quei tempi era in auge. L’avvenimento determinò l’ingresso di Sorgi nell’età adulta. Marcello entrò nelle cerchia dell’allora segretario democristiano e fu cooptato nella cosiddetta ”banda del cappuccino”. Si trattava di una decina di cronisti, uomini e donne, dei più svariati giornali, che bivaccavano con lo statista di Nusco. La mattina e il pomeriggio lo attorniavano a Montecitorio, nell’intervallo di pranzo lo raggiungevano nello studio di piazza del Gesù, sede della Dc, per uno spuntino a base di cappuccini, da cui il gruppo ha preso il nome. Tutto questo si traduceva in articoli filodemitiani e in altrettante zeppe a Craxi che era allora il nemico numero uno del capo Dc. Sorgi divenne talmente intimo del segretario che spesso saliva in macchina con lui, lasciando con un palmo di naso gli altri cronisti. I quali, terrorizzati, si dicevano: «Chissà domani quante cose ci saranno sul ”Messaggero”. Questa è la volta che ci licenziano!». Ma il giorno dopo rifiatavano, perché Sorgi non aveva scritto niente di nuovo. Da giornalista amico, Marcello si era trasformato in confidente come gli altri del cappuccino.
• Sorgi è poi passato alla ”Stampa”, il giornale degli Agnelli, di cui è stato insieme capo della redazione romana e vicedirettore. Si è distinto per la serietà del suo lavoro e per l’eccellenza con cui ha tenuto i rapporti con l’Italia che conta. Trascorreva la giornata al telefono, coltivando numerose amicizie che gli sono poi servite per i passaggi decisivi della sua carriera. Che ha cominciato a volare a metà dell’anno scorso a ridosso di una cocente delusione .
Avvenne questo. Il direttore della ”Stampa” Ezio Mauro, passò dopo anni alla direzione di ”Repubblica”. Lesto come Tiffany (il mio gatto), Carlo Rossella sostituì Ezio Mauro, piantando in asso nel giro di ventiquattr’ore il Tg 1 che dirigeva. Sorgi, che puntava alla stessa cosa, ma era infinitamente più lento, ci rimase malissimo. Tanto più che il perfido Rossella, per mettere il sale sulla piaga, ordinò a Marcello di trasferirsi a Torino se voleva continuare a fare il vicedirettore della ”Stampa”. Bisognava trovare una via di fuga, ma Sorgi era frastornato.
• Fu così che sua moglie, Anna Chimenti, prese le cose in mano. Anna, che è intelligentissima e predominante nella coppia, lo catechizzò. «Fatti furbo!», gli disse, minacciandolo di scappellotti. E Sorgi obbedì. Pensò che la scappatoia poteva essere una direzione alla Rai e per favorirla trascorse l’inizio dell’estate 1996 a intervistare sulla ”Stampa” i personaggi che contano. Scelse fior da fiore, gli emergenti del momento. I neopresidenti della Camera e del Senato Luciano Violante e Nicola Mancino, il vicepremier Walter Veltroni, e così via. Gli articoli non passarono alla storia, tant’è vero che la rassegna stampa di Radio Radicale li annunciava con la formula: «Anche oggi c’è la solita intervista di Sorgi, sulla quale non c’è niente da dire». Furono però per Marcello una buona occasione per descrivere alle Eccellenze l’imbarazzo in cui si trovava.
• Mancino, ex fedelissimo di De Mita, prese a cuore la faccenda e appoggiò l’ingresso di Sorgi alla Rai, dove fu paracadutato l’8 agosto come direttore del giornale radio. Non era un posto di prestigio come la televisione, ma Marcello dimostrò alla consorte di saper reagire.
Sembrava acquietato. Ma il destino aveva in serbo per lui altre sorprese positive. Abbiamo già visto che poco dopo la sua nomina Rodolfo Brancoli lasciò il Tg1 sbattendo la porta. Il presidente della Rai, Enzo Siciliano pensò allora di sostituirlo con Giulio Anselmi ex direttore del ”Messaggero” editorialista del ”Corriere della Sera”, laico di idee. Quando lo seppe, il presidente del Senato, Mancino, che considera il Tg1 feudo democristiano, si inviperì e mise il veto. Allora Siciliano chiese aiuto a Sorgi. Gli telefonò e gli disse: «Tu che hai buoni rapporti col senatore, te la senti di caldeggiare la nomina al Tg 1 di Anselmi?». «Sì!» gli rispose Marcello col tono dell’obbedisco garibaldino. Andò da Mancino a palazzo Madama. Non si sa di che cosa i due abbiano confabulato ma si sono visti i risultati. Ventiquattr’ore dopo l’incontro, Anselmi usciva definitivamente di scena e Sorgi era il nuovo direttore del Tg1.
Assunse la carica il 3 novembre, giorno successivo alla commemorazione dei defunti, in sintonia col suo temperamento calmo e riflessivo. Dei risultati relativi del suo lavoro direttoriale abbiamo già fatto un cenno.
• L’interesse principale di Sorgi è la politica. Cronaca e costume li dà in appannaggio ai collaboratori. Le sole occasioni in cui prende la parola nelle riunioni di redazione è per raccomandare cautela nelle notizie che riguardano il Palazzo. Ricorda spesso di dare rilievo al governo e all’Ulivo e di non trascurare Mancino, che infatti appare spesso sul teleschermo come un cavolo a merenda.
Per il resto della seduta, il direttore sembra smarrito. Trascorre il tempo grattandosi la testa con l’indice sinistro. Non alza mai gli occhi che tiene puntati sulle scarpe, sperando che gli diano l’ispirazione.
E una volta di più fa tenerezza. In passato perché saltellava come un capretto in cerca di notizie. Oggi, perché boccheggia come un pesce fuor d’ acqua.