Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 3 marzo 1997
Giampiero Boniperti è la battagliera metà della Juventus
• Giampiero Boniperti è la battagliera metà della Juventus. Giocatore, capitano, presidente, amministratore delegato presidente onorario. Cinquant’anni tondi, dei cento che si appresta a celebrare la società. La ricorrenza del debutto in prima squadra, maglia numero nove, cade domenica: 2 marzo 1947, Juventus-Milan 1-2, 2 marzo 1997. Mezzo secolo fra lupi e Agnelli, l’Avvocato, al quale, come premio partita, non chiedeva mucche pazze ma mucche gravide e Umberto, che ancora lo chiama «capitano». Fedele nei secoli a uno stile e ai colori, il bianco e il nero che più di tutti riassumono il bello e il brutto della vita.
• «L’allenatore che mi lanciò fu Cesarini. Gli piaceva come tiravo. Mi teneva in campo fino a notte. Lui, invece, non è che fosse un granché: Parola sì, faceva ”suonare” la palla. Perdemmo. Ricordo Tognon, alto, bello, gran picchiatore. E ricordo Memo Trevisan in Triestina-Juve. Ero alle prime armi, mi affacciai nella sua area, mi prese per una guancia, Puparin, che cosa fai qui? Fila! Scusi tanto, gli risposi, ma faccio il centravanti, e se non entro almeno in area, i miei compagni mi menano. Sempre a Trieste, un giorno segnai per paura: mi vennero addosso Striuli, il portiere e Blason. Due montagne. Nello schivarle, allungai la gamba per disperazione: rete» (Giampiero Boniperti).
• «Io, nato juventino, apprezzo tutti coloro che, juventini, diventano: lo fanno perché stanchi di soffrire, come li capisco... Il mio calcio. Le mie Juventus. I miei avversari. Benito Lorenzi, per esempio. Veleno. L’Inter vinceva 2-0, mi si avvicinò per sfottermi, Giampiero, dai, non te la prendere. Schiumavo di rabbia. Vincemmo 3-2. Lo inseguii, gliene dissi di tutti i colori. Non so se fu lui il primo a chiamarmi Marisa. Portavo un fazzoletto nella tasca dei pantaloncini, mi serviva per detergere il sudore. Maldicenze» (Giampiero Boniperti).
• «Valentino Mazzola e Nuccio Parola. I più grandi. Il Filadelfia. Marassi. Giocarvi, era tremendo. Battere un rigore al Filadelfia: la palla sul dischetto, io che fisso Romano, il portiere del Toro, e mi sento addosso migliaia di narici che sputano fuoco. E quella volta che Valentino intercettò un mio tiro sulla linea. Non faccio in tempo a bestemmiare che quel satanasso è già schizzato nella nostra area, stop, tiro, gol. Una cosa simile, non l’ho più vista» (Giampiero Boniperti).
• «Gli allenatori allora non contavano come adesso. Siete stati voi, voi giornalisti, a farne dei maghi. Con Sacchi non so come sarebbe finita. Probabilmente, avremmo fatto a pugni. Scherzo. Non tanto. Di sicuro, a pugni avrebbe fatto Sivori. Omar: io, così tedesco, lui, così istrione, così sudista. Ma se in campo ci fossi stato ancora io, a Parigi, nello spareggio contro il Real, col cavolo che Pachin gli avrebbe ridotto le gambe, dai graffi e dalle botte, a terrificanti montagne russe» (Giampiero Boniperti).
• «In testa ai miei rimpianti metto Maradona. Lo avevo già preso, con Giuliano e Sivori, tutto okay, un milione di dollari. ”Ciao presidente”, mi diceva Diego, strafelice. Fu Grondona, a bloccarlo prima dei Mondiali ’82: Grondona, il presidente della federazione argentina, di allora e di adesso. Dopo Maradona, Riva e Gullit. Riva, se non sbaglio, lo ha poi confessato: feci male a non accettare» (Giampiero Boniperti).
• «Atene, la delusione più cocente. L’Heysel, la tragedia più immane. Ma la partita fu vera, i giocatori non sapevano. Fui io, che sapevo, a ridurre al minimo i giri di campo, le feste. Ad Atene, la notte dell’Amburgo, lasciai lo stadio dopo un’ora e mezzo, io che di solito scappavo a metà gara. Ero distrutto. Netzer mi disse: avrei scommesso sulla vostra vittoria» (Giampiero Boniperti).
• «Giuro: ho sempre resistito alle tentazioni, non ho mai arrangiato partite, neppure quella, chiacchieratissima, con il Bologna. Non devo rendere nessuno scudetto. Anzi: ne meritavo il doppio (batte un pugno sul tavolo, ride). Platini è stato molto carino: mi ha eletto juventino della storia. Lo ringrazio. La Juve di Michel era formidabile. Stentò a ingranare perché sei dei nostri avevano appena vinto il Mondiale, c’era soggezione, ci si insultava troppo poco, non troppo. Fui facile profeta, di ritorno da Madrid, la notte della finale con la Germania. Romiti mi disse: Giampiero, sarai contento. Lo guardai torvo: contento non proprio, sento che la pagheremo. Vinse la Roma, la Roma del mio amico Viola. Una sera mi fecero bere e mi trascinarono in tv: io, Viola, Paolo Mantovani, Luzzara. Ridemmo fino alle lacrime» (Giampiero Boniperti).
• «Sentimentalmente, sono rimasto legato a Furino. Così piccolo, ha saputo spingersi oltre le colonne d’Ercole. La parabola di Beppe assomiglia alla favola di Di Livio, che presi dal Padova, con Del Piero. Di Livio in campo a Wembley: davanti alla tv, godevo. Le mie fughe. Quanti ricami... Mi chiudevo in casa, facevo degli interminabili solitari. Lasciai un derby sul 2-0, ero al telefono con l’Avvocato, sento in sottofondo un gracchiar di transistor, 2-1, poi arriva il mio autista, 2-2, 2-3. E quel pomeriggio a Roma, perdevamo 1-0, Falcao, via a tutta birra verso Fiumicino, arriviamo e scorgo un tifoso romanista che butta a terra il cappellino, intimo al mio autista, svelto, accendi la radio, ci avevo preso, 2-1 per noi, Platini e Brio» (Giampiero Boniperti).
• «Trapattoni è sempre nel mio cuore. Lo considero uno di famiglia. Ci parlavamo tutte le sere. La sua serietà rappresenta un capitale. Anche Lippi appartiene al ceppo trapattoniano. Se ho sofferto il ciclone Berlusconi? Sì, l’ho sofferto molto, ma ora basta, chiuda il taccuino» (Giampiero Boniperti).