Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 24 febbraio 1997
Fra tutti i Paesi d’Europa occidentale, la Francia è quello che oggi soffre di più
• Fra tutti i Paesi d’Europa occidentale, la Francia è quello che oggi soffre di più. Si aggira nel mondo impaurita, come avesse smarrito un’ennesima volta l’Alsazia e la Lorena. abitata da tristezze, da tormenti che ricordano in certi momenti l’umiliante crisi delle coscienze prodottasi dopo la vittoria tedesca del 1870. Si comporta come se avesse perduto una guerra, come se una qualche disfatta l’avesse segretamente diminuita, trasformata. I suoi governanti sono decisi a entrare nella Moneta Unica, compiono i massimi sforzi per riuscirvi, ma gli individui faticano a capire, a seguire. Non erano preparati alle grandi mutazioni che sono avvenute negli equilibri del vecchio continente dopo la caduta del muro di Berlino. Non erano preparati a quest’Europa che nel giro di sette anni ha smesso di ruotare attorno al trono della Francia, ha cominciato a ruotare attorno alla riunificata potenza tedesca e che preferisce ormai le nazioni con forte vocazione economica alle nazioni con vocazione più politica, o militare.
• La fissazione sull’economia è nuova per Parigi e il più delle volte i francesi ne hanno orrore. Tanto più che i risultati economici non promettono avvenire ma piuttosto un presente dagli orizzonti chiusi, e cupi. Non promettono progressi ma regressioni sociali che incutono spavento. Un libro riassume questo stato di panico, ed ha avuto un immenso successo, inaspettato dall’editore Fayard. scritto da un’autrice non addetta ai lavori, che solitamente si occupa di letteratura: il suo nome è Viviane Forrester, e in passato aveva scritto su Van Gogh. Il pamphlet s’intitola significativamente: L’Orrore Economico.
• L’orrore dell’economia è all’origine dell’immane rivolta che avvenne nel novembre-dicembre ’95 contro le politiche recessive di Chirac e Juppé, quando la Francia si avventurò - in difesa dei servizi pubblici minacciati dalle liberalizzazioni di Maastricht - nei labirinti d’uno sciopero duro, paralizzante, che impressionò il mondo. Il medesimo orrore dell’economia spiega il progredire del neofascismo di Le Pen, che di questo panico si nutre abbondantemente e su di esso ha costruito le proprie fortune. La scorsa domenica il Fronte Nazionale ha conquistato la sua quarta città del Midi, a Vitrolles nei pressi di Marsiglia e la vittoria non è dovuta solo a slogan razzisti contro l’immigrazione. la paura economica che secerne questi successi, e che su altri fronti ingenera gli scioperi, le rivolte sociali: la paura di veder svanire tutto un mondo, fondato sino a ieri sul lavoro ormai rarefatto. La paura di chi si sente tagliato fuori dalla mondializzazione, dai progressi dell’Europa di Maastricht, dalle sicurezze dell’impiego. La paura di chi vuol punire una élite tecnocratica sospettata di abbandonare la nazione, in nome dell’Europa. Forme analoghe di panico affiorarono ai tempi di Weimar, nelle classi medie e salariali minacciate da povertà, da disoccupazione, e il socialnazionalismo di Le Pen ha non pochi punti in comune con il socialismo nazionale di Hitler. Molti francesi vivono la condizione degli emarginati rancorosi descritti a quei tempi da Hans Fallada: E adesso, pover’uomo? Anche il romanzo del loro Orrore Economico potrebbe intitolarsi così, in questo fine millennio.
• Il 22 per cento della popolazione di Vitrolles è disoccupato e i neofascisti del Fronte Nazionale hanno vinto le municipali parlando di economia assai più che di immigrazione. Hanno vinto incriminando quel che vien denunciato anche da Viviane Forrester: una classe politica sussiegosa, incapace di comunicare, e spesse volte corrotta, arroccata dentro i suoi Palazzi di Parigi, indifferente a quel che patiscono le singole persone. Sono quasi due anni ormai che una parte della Francia è entrata in secessione. Secessione geografica, nel Mezzogiorno francese. Secessione sociale, attraverso gli scioperi. Secessione morale, contro l’Europa di Maastricht e contro una élite che sembra completamente cieca oltre che afasica, e completamente rimbecillita, incapace. I socialisti hanno mostrato di non aver appreso nulla sui propri fallimenti passati e sullo stato d’animo del proprio Paese il giorno in cui hanno candidato a Vitrolles un sindaco indagato per corruttela. Le destre moderate non capiscono nulla del Mezzogiorno francese, impelagate come sono negli affarismi e nelle mafie locali. Né i socialisti né le destre moderate, infine, hanno occhi per vedere il nuovo Orrore Economico, che divora gli animi della Francia profonda.
• Questa rivolta neofascista contro le élites parigine e contro l’Europa di Maastricht non nasce in regioni tradizionalmente di destra, legate al passato fascista della Francia di Vichy. «Nasce in un Midi che per oltre un secolo è stato rosso», mi fa notare l’economista Alain Lipietz, «e che ha combattuto tutte le grandi battaglie laiche e repubblicane della Francia. Le sole città che insorsero per la Comune di Parigi, nel secolo scorso, sono quelle del Sud, e le tradizioni rivoluzionarie hanno qui radici potenti. Sono questi ex rivoluzionari che oggi scelgono Le Pen, sono i francesi del 1789 che votano oggi contro l’Europa, mentre i più favorevoli alla Moneta Unica si trovano in regioni tradizionalmente antirivoluzionarie, nonché cristiane, come Bretagna o Vandea».
• Ha detto qualche giorno fa Bill Gates, il fondatore di Microsoft, che un imprenditore ha tendenza a sprofondare, nella Francia diventata malata. Che «tutto il Paese è come un grande Titanic»: un Titanic dove l’economia è come ingessata, e lo Stato è ancora onnipresente nonostante le liberalizzazioni tentate prima con timidezza da Mitterrand, poi con più ardimento da Chirac e Juppé. Un Titanic che sopporta meno di altri la disoccupazione, l’esclusione di intere classi di cittadini, lo svanire del lavoro tradizionale, la crisi dell’idea di progresso per tutti. «Si va verso la fine», scrive Viviane Forrester, per concludere: «La nave ha già fatto naufragioª
• Mi dice Bernard Perret, studioso della fine del lavoro, che precisamente questo è il malessere di cui i francesi soffrono più di ogni altra nazione in Europa occidentale: questa fine del lavoro classico e questa disoccupazione irriformabile, che è alla base del loro senso di declino nazionale. «Altre nazioni possono convivere più facilmente con un lavoro che va trasformandosi, che si fa ovunque più precario e più mobile, che smette di funzionare sull’unità di tempo di luogo e di azione, come nelle tragedie antiche», spiega Perret, «mentre per la Francia è un autentico trauma nazionale, psicologico. La sua identità infatti è storicamente fondata sul lavoro: sul lavoro che emancipa l’individuo dalle comunità fraterne o familiari, dalle appartenenze di etnia o di religione, e che dà sostanza a quell’altro elemento di integrazione sociale che è la laicità. Il lavoro prolunga la rivoluzione del cittadino libero, conferisce a quest’ultimo una dimensione sociale, e il suo venir meno disintegra la nazione, la rende vulnerabile». Di qui il fascino esercitato dal Fronte, che incarna la nostalgia incollerita dell’individuo rivoluzionario che si sente perduto, ed è al tempo stesso fuga verso nuove forme di identità alternativa, fondate non più sull’integrazione laica attraverso il lavoro o su forme contrattuali di convivenza sociale, ma su quella che Durkheim chiamava «solidarietà delle similitudini» di sangue, o di fede, di piccolo gruppo. «C’è un’immensa domanda di identità e c’è una crisi profonda dell’individuo nel neofascismo francese che le classi politiche di destra o di sinistra trascurano a loro rischio e pericolo».
• Secondo Perret, la classe dirigente non fa di per sé una politica sbagliata. Non si può che liberalizzare l’economia e mutare il concetto del lavoro - in un’economia mondializzata che mette in concorrenza il lavoro a basso costo degli asiatici o degli europei orientali con quello occidentale - e queste scelte si impongono comunque con Maastricht o senza. «Ma la classe dirigente francese è incerta, oscillante. Non è capace di agire alla maniera inglese o americana, dicendo chiaramente che un mondo è finito e che nel prossimo secolo occorrerà adattarsi a nuove forme di lavoro, a nuove esperienze di disuguaglianza, ma non sa neppure aggrapparsi a modelli alternativi, a politiche che attuino il rigore economico senza tuttavia sacrificare in blocco lo Stato sociale, come si tenta di fare in Olanda o Danimarca. Anche quello renano potrebbe essere un modello alternativo se non fosse che i dirigenti tedeschi lo difendono sempre più flebilmente a causa dell’altissima disoccupazione».
• Dice Perret nel suo ultimo libro che man mano che il lavoro si deprezza la politica deve riacquistare peso, rivalutarsi (L’avvenire del lavoro, edit. Seuil). Che occorre inventare nuovi modi di distribuire l’attività lavorativa, di ridurre gli orari, di aprire il lavoro alle nuove esigenze delle famiglie e degli individui, se si vuole evitare che la democrazia malata di disoccupazione perisca. Ma la classe dirigente francese non sembra ascoltare simili consigli. Per far fronte alla sfida di Le Pen, i partiti classici fanno blocco, danno vita a Fronti Repubblicani che diventano una sorta di partito unico, tanto più efficacemente contestato dall’anti-politica neofascista. Intransigenti al momento del voto, le destre governative lo sono assai meno quando si mettono a rincorrere Le Pen sul piano dei costumi, dell’immigrazione: Robert Badinter, ex ministro socialista della Giustizia, parla a proposito di lepenizzazione del pensiero politico. Il caso più recente è la legge che obbliga il cittadino privato a trasformarsi in poliziotto, e a denunciare al commissariato l’arrivo e la partenza dell’eventuale ospite straniero. La legge non è ancora approvata dal Parlamento ma già contro di essa sono insorti centinaia di intellettuali. Registi, scrittori, architetti si sono autodenunciati in massa per il delitto di ospitalità, memori delle leggi di Vichy sugli ebrei. Anch’essi a loro modo hanno orrore della fine del modello francese di laicità, e di una mondializzazione che avviene soffocando l’unica corazza che possa proteggere la democrazia francese: l’universalismo dei diritti dell’uomo.