Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 20 gennaio 1997
Vivere con le vacche nel Settecento
• Vivere con le vacche nel Settecento. «Si riconoscono per le mani rosse e grassocce e per le dita tozze, perché generalmente nelle grandi fattorie devono mungere le vacche all’aperto buona parte dell’anno, anzi, si può dire quasi tutto l’anno, anche quando c’è la neve e la brina e gelano le dita, e a volte stando con i piedi nel fango e nell’acqua... Veramente il loro lavoro non finisce mai, perché dove ci sono venti e trenta mucche d’estate devono cominciare a mungere alle quattro del pomeriggio e alla stessa ora il mattino dopo e nel frattempo hanno molto da fare, strofinare e lavare nell’acqua bollente gli utensili e preparare burro e formaggio, e così hanno lavoro tutto l’anno. In una cascina è importante una brava serva, una che si alza presto, è abile e diligente a fare ottimo burro e formaggio, è pulita, sfrutta al massimo il latte e fa tutto il possibile nell’interesse del padrone».
• Vivere con le vacche oggi. «Mio padre, dopo 40 anni di lavoro, prende 630 mila lire di pensione. Io sono qui, mia figlia di 14 anni è a casa con mia moglie. Si svegliano alle 3, mungono, poi la bambina va a scuola. E quando torna a casa ci sono le mucche da mungere nuovamente» (Giovanni Teroldi, 43 anni, da Agnadello vicino Caravaggio: munge da 34 anni, aveva 94 vacche e ne ha vendute 70 per non pagare 240 milioni di multa).
• La questione relativa alla produzione e alla commercializzazione del latte sta in questi termini. I Paesi dell’Unione europea sono in grado, da decenni, di produrre più latte di quanto sia necessario. Nel 1984, perciò, si misero d’accordo tra di loro per assegnare a ciascun paese una ”quota” di produzione. Si stabilì anche che chi avesse superato questa quota avrebbe pagato una multa. Fu quindi chiesto ai vari ministri presenti quale fosse il fabbisogno di latte di ciascun paese. Il ministro italiano, Filippo Maria Pandolfi - un uomo elegantissimo, con una meravigliosa terrazza affacciata sui tetti di Roma - rispose di non averne la minima idea. La Comunità assegnò perciò all’Italia una quota a occhio: nove milione e novecentomila tonnellate di latte all’anno. Quando si fecero i conti si vide che il nostro paese aveva un fabbisogno superiore a quella quota di almeno il 40 per cento. Ai nostri agricoltori preoccupatissimi Pandolfi spiegò che la quota era stata stabilita, sì, ma si poteva benissimo infrangerla. Gli agricoltori italiani infatti, per quindici anni, l’hanno infranta senza patire alcuna conseguenza: le multe che arrivavano se le accollava lo Stato che le spalmava su tutti i contribuenti.
• La multa relativa agli ultimi anni è pari a 3.600 miliardi. Lo Stato italiano ha ottenuto di pagarla a rate, mille miliardi l’anno.
• La multa attuale, quella per la quale Milano è tenuta in stato d’assedio da mille e cinquecento agricoltori con ottocento trattori, è pari a 396 miliardi. Si riferisce ai surplus produttivi degli ultimi tre anni. Doveva essere saldata entro la fine di settembre. Ma l’Italia chiese una proroga e la ottenne: dovrà essere pagata entro la fine di gennaio. Come mai questa volta lo Stato non può sostituirsi agli agricoltori e pagare al loro posto? Perché questo sarebbe considerato un aiuto pubblico e la comunità proibisce ormai gli aiuti pubblici. Si sta pensando perciò di prestare agli agricoltori multati duecento miliardi al tasso del 3,5 per cento.
• I produttori italiani di latte sono in tutto 105 mila. Quelli non in regola 15.664. Di questi, 11.858 dovranno pagare multe inferiori ai 30 milioni, 62 dovranno sborsare invece più di trecento milioni. Una domanda che si è fatta anche il ministro delle Risorse agricole Pinto (è un popolare: la Dc non ha mai lasciato a qualcun altro questo ministero): è giusto aiutare costoro e ignorare i 90 mila che hanno rispettato la regola? C’è anche un’osservazione di Mario Deaglio: gli agricoltori che stanno facendo cagnara a Milano non sono mica dei poveretti: quella a cui fanno riferimento è «una campagna piuttosto ricca alla quale si concede, chissà per quanto tempo ancora, di non pagare in pratica alcuna imposta sul reddito». Ognuno degli ottocento trattori portati a Milano costa in media cento milioni.
• «Un litro di latte a me costa 650 lire, 450 solo di mangime per gli animali. Lo rivendo ai caseifici a 792 lire al litro. Poi voi lo comperate a 2.200. ”Sì, ma quello è acqua, è latte che arriva dall’Est e che i caseifici pagano 200 lire” dice uno in tuta blu che poi racconta di un Tir fermato al Brennero con latte austriaco targato Centrale del latte di Napoli. Prova provata della più nera speculazione, fatta anche di finanziamenti europei arrivati su quote latte certificate ma mai prodotte. E di latte venduto in nero senza controlli di genuinità e senza tasse».
• L’altra verità infatti è questa: i paesi dell’Unione europea potrebbero fare a meno di produrre latte. Se lo comprassero all’Est lo pagherebbero due-trecento lire. Questo però significherebbe buttare sul lastrico centinaia di migliaia di persone, specialmente nei paesi dell’Europa settentrionale. Già nel 1984, al tempo in cui furono stabilite le quote, si decise perciò di ”assistere” il settore, imponendo livelli di produzione, prezzi, eccetera. Si tratta tuttavia di un mercato artificiale, che sarebbe addirittura saggio spegnere.
• «Non vi è dubbio che, nel loro complesso, gli agricoltori europei siano stati per decenni protetti e vezzeggiati dall’Unione Europea tramite il meccanismo del mercato agricolo comune. Socialisti francesi e liberali tedeschi si diedero la mano per varare e consolidare una politica di sussidi che, se ha garantito all’Europa l’autosufficienza alimentare, ha a lungo congelato ingentissime risorse finanziarie. Gli agricoltori, specie francesi e tedeschi, hanno ricambiato tali sussidi votando, in linea di massima, per i partiti favorevoli a un’Europa formato anni Sessanta, cautamente liberalizzatrice per l’industria, duramente protezionista in agricoltura. Quest’agricoltura sussidiata è stata indotta, proprio dai sussidi, a produrre oceani di latte, montagne di carne e burro ben al di là dei bisogni europei. L’Europa ha pagato decine di migliaia di miliardi l’anno non solo per una simile produzione eccessiva ma anche per tenerla immagazzinata e molte volte anche per distruggerla. Ogni ecu finito in questo circuito infernale è stato sottratto a impieghi in infrastrutture, ricerca e simili; per conseguenza, l’Europa si è coperta di trattori e ha trascurato i computer, il che ha contribuito a farle perdere terreno nella competizione mondialeª
• Anche la faccenda degli agricoltori di Milano ha a che vedere con la globalizzazione? Purtroppo sì: la domanda di latte d’Europa può essere pienamente soddisfatta da un’offerta, a bassissimo costo, che si produce a centinaia o migliaia di chilometri di distanza, che è un classico delle economie attuali. Gianni Riotta: «Milioni di italiani, contadini, impiegati e operai, abituati alle certezze, magari modeste, del 27, delle vacanze, della scuola, la mutua, la pensione e il sussidio del ministero, vedranno quel sistema rassicurante entrare in competizione con il mondo. [...] ”Il capitale ha le ali. Il lavoro no. Il capitale può scegliere tra venti mercati del lavoro: per questo è più forte”, spiega il finanziere Robert Johnson. Ogni giorno 1.200 miliardi di dollari cambiano mano sui mercati finanziari, il doppio di dieci anni fa. Le prime 500 multinazionali in vent’anni hanno moltiplicato il fatturato totale da 721 a 5.200 miliardi di dollari. Ma i lavoratori 26 milioni erano nel 1971 e 26 milioni restano oggi: queste sono le cifre del presente. Qualcuno avverta Cossutta e Fusar Poli Felice, il ribelle contadino».