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 1996  dicembre 23 Lunedì calendario

Il 6 e il 7 dicembre si è svolto al Teatro Rossi di Macerata un convegno organizzato dal Comune di quella città; dedicato a un monumento locale di grande rilievo, il Palazzo Buonaccorsi, vi hanno partecipato funzionari del ministero dei Beni Culturali e della Soprintendenza delle Marche professori universitari, e studiosi di storia dell’arte italiani e anche uno straniero

• Il 6 e il 7 dicembre si è svolto al Teatro Rossi di Macerata un convegno organizzato dal Comune di quella città; dedicato a un monumento locale di grande rilievo, il Palazzo Buonaccorsi, vi hanno partecipato funzionari del ministero dei Beni Culturali e della Soprintendenza delle Marche professori universitari, e studiosi di storia dell’arte italiani e anche uno straniero. Se parlo del convegno è perché esso riflette un tipico caso di commedia Italian Style, di occuparsi cioè della stalla quando i buoi sono già scappati. A partire dal 1950 circa si sono visti passare sul commercio quantità enormi di oggetti provenienti dallo splendido Palazzo, che sino allora era completo e intatto: mobili, suppellettili varie, oggetti di arredamento, quadri tra cui pezzi di grande importanza, e persino porte intagliate, maniglie e appliques. Finita la spoliazione, le autorità si sono accorte dell’importanza di Palazzo Buonaccorsi, e sono intervenute.
• Come dicevo, è un caso tipico del procedere e della mentalità della nostra burocrazia, sempre pronta a ridestarsi quando, tra l’ilarità di chi conosce i fatti, la torta è stata scremata. La storia dei Beni Culturali italiani è fitta di episodi del genere; non bisogna essere profeti per prevedere che un convegno analogo a quello di Macerata avrà certamente luogo, verso l’anno 2005, quando sarà ridotto a rudere il Palazzo costruito a Bassano di Sutri, vicino a Roma, dal sommo collezionista di quadri nel primo Seicento, dal grande estimatore del Caravaggio e della sua cerchia, da quello straordinario personaggio che fu il marchese Vincenzo Giustiniani. L’edificio, oggi di proprietà Odescalchi (e che io a suo tempo visitai in perfette condizioni), versa in condizioni precarie per pessima manutenzione, dopo aver subito innumerevoli furti. Mentre a Roma si celebra (con una mostra provvista di massiccio catalogo) l’arte del Domenichino, non ci si preoccupa dell’acqua piovana e delle erbe selvatiche che crescono sul tetto delle sale che ospitano un bellissimo ciclo di affreschi di Francesco Albani, e, in una volta, di affreschi del Domenichino che sono tra i suoi capolavori assolutl.
• La verità è che stiamo assistendo ad un fatto di allarmante gravità: ed è una sorta di selezione dei Beni Culturali, nella quale il territorio, abbandonato a se stesso, viene sacrificato privilegiando i grandi centri artistici. L’origine di tale minaccia è la perversa assimilazione della cultura statunitense. Lo sfruttamento e la valorizzazione dei beni culturali, i giacimenti e il merchandising, la spinta verso mostre megagalattiche e al turismo, tutti temi che qui in Italia vengono ripetuti sino all’esasperazione, sono il riflesso, male assorbito, di ciò che è valido per il Metropolitan Museum di New York, per l’Art Institute di Chicago, per i musei di Boston, Washington, Los Angeles, e per tutte le istituzioni museali di un Paese, gli Stati Uniti, dove tali istituzioni sono gli innesti di una cultura aliena, come è quella europea rispetto a quella americana. I musei degli States (intendo quelli dedicati ai prodotti d’arte giunti d’oltre Atlantico) sono isole forzatamente inserite in un tessuto la cui autentica cultura è costituita da Hollywood, dal rock, dalle sempre nuove esperienze figuurative, dalle imprevedibili evoluzioni di un’architettura di stupefacente audacia; uscendo da un museo statunitense ci si rende conto di passare in un altro mondo, nel quale non esiste né un paesino, come Monterchi, con la Madonna del parto di Piero della Francesca, né Vicovaro con il suo tempietto, né le mille e mille cose straordinarie sparpagliate in tutto il territorio italiano.
• Purtroppo, l’attenzione verso la cultura degli Stati Uniti viene presa come punto di riferimento anche da chi, in buona fede, vuole rilanciare la cultura nostrana; prova ne è il recentissimo incontro italo-francese di Parigi, che, visto in prospettiva, fa l’effetto di un tentativo di tipo omeopatico anche per la spinta della televisione italiana che fa di tutto per respingere la nostra cultura o ignorandola o esiliandola ad ore proibitive. Ma il risultato più deIeterio di questa cattiva assimilazione del Made in Usa (che si è intrecciata con il cattivo funzionamente del ministero dei Beni Culturali) è il sacrificio del territorio, e soprattutto della periferia, nella zona di giunzione tra le varie Soprintendenze. Qui il disastro dura da molto tempo, e come esempio indico un piccolo centro che seguo da decenni, da quando ero ragazzo, e che si trova nel punto di sutura tra la Soprintendenza dell’Aquila e quella di Roma: Tagliacozzo. Ho sotto gli occhi una piccola rara «Guida di Tagliacozzo» del 1929 nella quale sono elencati i 54 numeri designati per la tutela dell’allora ministero della Pubblica istruzione. Vediamo cosa è accaduto ai principali.
• Il numero 54 di tale lista è un piccolo edificio innalzato nel primo Seicento e unito ad un grande parco. Quando, nel 1939, lo visitai, il giardino era già stato distrutto da una orrida lottizzazione, ma all’interno esistevano ancora, almeno in parte, gli affreschi del 1640 citati dal ministero. Si trattava di paesaggi e di varie decorazioni, che coprivano tutte le pareti del primo piano: oggi tutto è sparito sotto il cemento e lo scialbo.
• Il Teatro Talia (numero 651) non era un capolavoro, ma le decorazioni ottocentesche lo rendevano di notevole pregio: anni fa l’ho rivisto senza tetto. La chiesetta dello Sposalizio (numero 31) è sparita dopo il 1940. L’orologio, di tipo barocchetto, sulla torre prossima alla Porta dei Marsi (numero 45) era ancora in funzione nel 1940: ma dava fastidio ed è stato demolito; i frammenti architettonici dovrebbero trovarsi nella cantina di un edificio attiguo.
• Triste è la sorte toccata al grandioso palazzo innalzato intorno al 1830 dal barone Alessandro Mastroddi, che ne fu l’architetto. Era una sorta di reggia, della quale, se ben ricordo, parla anche Edgar Lear nei suoi appuntl di viaggio. Passato a diversi proprietari, è stato diviso e devastato in modo aberrante, anche se restano (almeno lo spero) ambienti di grande interesse: lo scalone (un curioso misto di neoclassico e di Art Troubadour), un grande salone da ballo, un teatrino (le cui pitture murarie le vidi devastate dall’acqua piovana), una sala con le pareti affrescate su temi dall’Iliade. Ma sono scomparsi la chiesetta a livello stradale (basata sul modello del Pantheon), un corridoio dalle pareti omate di stucchi che riproducevano famose gemme antiche e, in un altro ambiente, affreschi sul tipo del quarto stile di Pompei.
• E’ triste dirlo ma i disastri più gravi li ha eseguiti lo Stato italiano. La chiesa di San Francesco (numero 25), di impianto gotico, aveva all’interno molti altari barocchi, eseguiti in stucco, non di grande pregio ma che rispecchiavano la storia locale: patrizi, confraternite, privati cittadini ne erano stati i donatori. Dopo il 1945 la chiesa è stata grattata, sino a scoprire le pietre, ed oggi si presenta come uno squallido camerone, illuminato ( così la vidi verso il 1960). Ma la catastrofe più grave è toccata al massimo monumento di Tagliacozzo, il Palazzo Ducale, che fu degli Orsini, dei Colonna poi dei Corsini (numero 37).
• Verso il 1940 passò in proprietà della G.I.L. (o di altra organizzazione analoga) e l’interno venne ristrutturato, con uno scalone in cemento. Sparirono allora tutti i quadri (che provenivano dalla Galleria Barberini di Roma): uno, della scuola di Tiziano, l’ho ritrovato nella Bob Jones University a Greenville, nel South Carolina. Lo splendido salone al pian terreno (che era in origine la sala di guardia) aveva le pareti coperte di affreschi del secolo XV, con Cavalieri armati: è stato tutto spicconato e imbiancato, e il solo ricordo è una fotografia che ho nel mio archivio, riprodotta nella Storia dell’arte italiana dell’editore Einaudi. Il disastro è continuato di recente. E’ famosa, al piano nobile, la piccola cappella con affreschi e per il loggiato con figure di Uomini Illustri dell’antichità. In un restauro, che non fnisce mai, alcuni pezzi della cappella sono stati staccati dal muro e si trovano a Celano, assieme agli Uomini Illustri, anch’essi distaccati. Ma il loggiato è ora manomesso da una grande e costosa vetrata, che chiude il lato aperto, e che impedirebbe ag]i Uomini Illustri di tornare al loro posto (oltre ad alterare il microclima dell’ambiente con grave pregiudizio del bellissimo soffitto ligneo). Sino a quando durerà questo restauro?
• Oggi si sente dire che i Beni Culturali andrebbero affidati alle Regioni: sarebbe un disastro totale. L’attuale amministrazione è basata su un impianto perfetto: basterebbe rispettare le leggi, pagare meglio i funzionari, munire gli uffici di mezzi idonei, affidare le mostre al ministero e non alle soprintendenze. Lasciare i nostri tesori alle Regioni, alle Province o ai Comuni darebbe il via a nuovi carrozzoni, a nuovi sprechi di denaro, all’affossamento di quella che è la nostra, vera Cultura.