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 1996  dicembre 02 Lunedì calendario

Parigi - «La vedi la cuccetta? Guardala bene, prendi le misure

• Parigi. «La vedi la cuccetta? Guardala bene, prendi le misure. Fatto? Bene, adesso guarda me. Vedi? Spalle larghe, uno e novanta e pure una bella panza. Secondo te come ci entro io lì dentro? Oddìo per entrarci ci entro, ma come una sardina in scatola. Piego le gambe, mi faccio piccolo e provo a dormire. Bene. Un mesetto fa venivo da Amburgo con un carico di alimenti per animali, farina di pesce cilena, quella roba lì. Il traffico era stato micidiale e avevo un mal di testa che mi pareva un martello pneumatico. E mi mancava sonno, perché io in quella cuccetta dormo per modo di dire. Allora ho deciso di fermarmi in un albergo vicino a Rouen, in Normandia. Un alberghetto, mica il Ritz. Ma con un letto intero e lo spazio per girarsi, vivaddio. Erano cinque giorni che non vedevo un letto vero. Centoventi franchi per notte, mica una fortuna. Ho messo la notte in conto, e che mi risponde il padrone? Che visto che il camion è dotato di cuccetta non ho diritto al rimborso dell’albergo. E che il mal di testa e la mancanza di sonno sono affari miei. Non ho la tessera di nessun sindacato in tasca ma quando ho visto che l’incazzatura prendeva mi ci son messo anch’io e non mi muovo più fino a che quelli non calano le braghe. Quanto guadagno? 7200 franchi al mese, cocco bello. Non uno di più, per nove-dieci ore di lavoro al giorno». Così racconta Alain, 38 anni, forzato della strada che bivacca da quasi una settimana alle porte di Parigi bloccando il mercato di Rungis. Due milioni al mese in nome del ”flusso teso”, quel ritmo produttivo ininterrotto che consente al padrone di risparmiare sulle spese di stoccaggio. Nove-dieci ore che non contemplano i tempi morti, le soste: tempo di non-lavoro, anche se moglie e figli lo aspettano mille chilometri più giù, dalle parti di Bordeaux. Che questa gente sgobbi, viva male e guadagni una miseria lo sanno tutti. Probabilmente è per questo che tre francesi su quattro appoggiano i camionisti. Anche perché stavolta sono camionisti contro padroni.
• Quattro anni fa, nel luglio del ’92, erano camionisti ma soprattutto padroni e padroncini contro il governo per la storia della patente a punti. Forse qualcuno ricorderà: il paese paralizzato per due settimane, i carri armati dell’esercito per spostare i giganti che bloccavano le autostrade e non certo la popolarità odierna.
• Si può vedere l’evento con gli occhi di Alain, ed è difficile contestare le sue buone ragioni. Ma si può vederlo anche con gli occhi di quei camionisti spagnoli diretti in Germania o inglesi diretti in Italia, o viceversa. A Rungis non ne abbiamo incontrati, ma le cronache sono abbondanti al loro riguardo. Gente molto preoccupata per la sosta forzata. Camionisti baschi bloccati da cinque giorni a tre chilometri dalla frontiera belga con il padrone a Bilbao che gli urla al telefono di arrangiarsi con tutti i mezzi possibili, pur di varcare quella maledetta dogana e correre infine verso Rotterdam. Camionisti polacchi che si rassegnano tristi e addentano salsicce arrostite su un fuoco di legna di cassette ai bordi dell’autostrada, tutti con la barba lunga che si passano la bottiglia e battono i piedi per riscaldarsi. O anche lavoratori francesi, come i pescatori di Lorient in Bretagna. Ieri sono uscite in mare solo un paio di motobarche che avevano scommesso su una soluzione rapida del conflitto. Gli altri tutti a riva, le mani in tasca e la faccia desolata. Ieri mattina, giorno di gran partenza per quell’enorme mercato ittico che è Parigi, tonnellate di ostriche, cozze e mitili vari sono rimaste a Lorient nei magazzini. Hanno caricato sui camion solo il pesce destinato ai ristoranti e ai mercati della costa. Anzi, hanno caricato solo i camioncini, quelli che riescono a filtrare attraverso i blocchi. Ma i grossi con rimorchio che vanno a Parigi non si son visti e il pesce è rimasto in frigorifero. Potrà tenere un giorno, forse due. Dopo andrà buttato. Come le montagne di frutta e verdura che non riescono ad uscire da Avignone, nel sud, asfissiata dal blocco.
• Basta prendere una carta dell’Europa per capire che la Francia è la piattaforma girevole del traffico stradale dell’Europa occidentale. Non possono evitarla gli iberici e gli inglesi, né tutti coloro che esportano in Spagna o in Inghilterra. Non per caso John Major si è già inalberato: ieri ha chiesto al governo francese di rimborsare i camionisti sudditi della Regina bloccati tra Le Havre e Calais da otto giorni. Per colmo di disgrazia non funziona neanche l’Eurotunnel. L’incendio della scorsa settimana è stato molto più grave di quel che era sembrato in un primo momento. Un chilometro di via ferrata da rifare, il tetto del budello seriamente intaccato, indagini difficilissime e condizionate, se non sabotate, dal corso periglioso del titolo in Borsa. L’Europa del nord è in un collo di bottiglia. Quel fantastico triangolo Parigi-Bruxelles-Londra che si era cominciato a poter percorrere in giornata senza prendere un solo aereo è tutto intasato, ingrippato. Non si è ancora iniziato a fare i conti, ma saranno salati. Soprattutto se in place de Fontenoy, a Parigi, il negoziato continuerà a trascinarsi inconcludente.
• Meccanismo delicato il trasporto nazionale e internazionale. In Francia gira su gomma il 68 per cento delle merci. Il paese è in buona parte largo e piatto e i camion sono cose rapide e mobili. Il 28 per cento viaggia invece su treno e il 3 per cento sui canali navigabili.
• Un sollievo potrebbe venire dal progettato canale di collegamento tra Reno e Rodano, un’opera faraonica che gli ambientalisti di ogni bordo combattono aspramente. Quanto all’idea di mettere i Tir sul treno, come in Svizzera, la discussione vera deve ancora cominciare. Padroni e padroncini storcono la bocca: perché immobilizzare su un convoglio ferroviario un mezzo che si muove agile e veloce per conto suo? Perché farlo viaggiare a sessanta all’ora sui vagoni quando può tenere una media che si avvicina ai cento e girare, curvare, accorciare a suo piacimento?
• Lo Stato pare dargli ragione, visto che ha consacrato negli ultimi quindici anni il 60 percento dei suoi investimenti in opere pubbliche unicamente alla rete stradale e autostradale, ha tenuto basso il prezzo del gasolio e quello dei pedaggi per i grossi camion. Ci guadagnano tutti, meno il camionista. Due commissioni d’inchiesta hanno stabilito che se i padroni e padroncini rispettassero il diritto del lavoro e le regole di sicurezza il costo del trasporto su gomma aumenterebbe complessivamente del 20 per cento.
• Il settore brulica di concorrenza: si troverà sempre un disoccupato disposto a massacrarsi 50 ore alla settimana per uno stipendio ancora inferiore a quello di cui ci raccontava Alain. anche un po’ a questa guerra tra poveri che si sono ribellati i camionisti francesi. «Cosa devo fare - diceva Alain - se ho un posto di questi tempi me lo tengo. Anche con questo stipendio di merda. Però adesso basta, non sono uno schiavo».
• Rungis è il grande mercato all’ingrosso che nutre la capitale. Lo asfissiano piano, senza far troppo male. Non vogliono prendere i parigini per fame. Un corridoio resta aperto e la capitale beve e mangia da quella fonte e non si accorge di esser attaccata ad una sorta di flebo. I camionisti potrebbero chiudere la stretta, soffocare Parigi ma non lo fanno ancora. Potrebbero farlo? Dicono di sì se continueranno a trattarli a calci nel sedere. l bisonti di cui dispongono, se opportunamente parcheggiati su strade e autostrade, mandano presto in tilt qualsiasi realtà urbana. Ma chiudere Parigi sarebbe come passare dalla guerriglia alla guerra. Per i bisonti si tratta piuttosto di mantenere la pressione. Figuriamoci se l’aumentassero. Gli intellettuali che l’anno scorso credettero in un nuovo ’68 salutano con relativo fervore la lotta dei camionisti, i quali in verità non paiono molto sensibili a certe profferte.
• Questa è gente incavolata perché seriamente sfruttata. Non è questione di conservare l’atavico diritto, eredità dei tempi delle locomotive a vapore, di andare in pensione a 50 anni, com’era l’anno scorso per i macchinisti delle ferrovie. questione di conquistare il diritto di andarci a 55 anni dopo trent’anni di volante e asfalto, asfalto e volante. Ma vagliela a spiegare agli intellettuali, questa lieve differenza.