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 1996  dicembre 09 Lunedì calendario

E sì: arrivati a metà libro, intontiti dalla riforma delle autonomie, il destino della Mammì e la telefonata dalla macchina di Shevardnadze, la tentazione è quasi irresistibile

• E sì: arrivati a metà libro, intontiti dalla riforma delle autonomie, il destino della Mammì e la telefonata dalla macchina di Shevardnadze, la tentazione è quasi irresistibile. Perché non avrà dato il bacetto a Riina, né sarà il capo della mafia, ma come scrittore Giulio Andreotti resta il caro, vecchio e in fondo anche simpatico sòla che ci si poteva ricordare. In fondo l’intraducibile espressione neoromanesca - sòla richiama infatti una mirabile ribalderia prossima al raggiro di strada - starebbe già nel titolo: De Prima Re Publica (Rizzoli, 490 pagine, 36 mila lire). Ora, se c’è un uomo politico che ha sempre - e giustamente - fatto notare l’improprietà di Prima e Seconda Repubblica, è proprio Andreotti. Il che, magari per coerenza, gli avrebbe dovuto sconsigliare la classificazione dei suoi ricordi sotto il segno, appunto, della Prima Repubblica. Ma tant’è: fosse questo il frutto della leggendaria furbizia andreottiana (e un po’ anche rizzoliana). Nulla di drammatico, certo, ma lo scherzetto giocato ad acquirenti e lettori natalizi - da sempre il marketing prevede l’uscita di un libro senatoriale all’inizio di dicembre - è piuttosto sottile e per certi versi perfino temerario, nel suo progressivo dispiegamento. Ad avvertire i primi sospetti si arriva ben oltre la fluttuante presentazione (con ormai tradizionale autocritica su Pasolini).
• Come al solito, la memoria andreottiana si sofferma su De Gasperi, sulla sua morte e quindi sul ministro dc che subito dice di Andreotti «ora ce lo leviamo dalle scatole» (in realtà dice peggio, l’autore traducendo «in italiano purgato»), ma una segretaria spiona lo riferisce al futuro divo Giulio, eccetera... E ancora ecco i ricordi di Guareschi, che finì in carcere ingannato non si capisce bene da chi («circoli milanesi»: Cuccia?), Pio XII e la Costituente, le solite riflessioni sul «tarlo dello scavalcamento». Un che, francamente, di già visto e sentito. E vai con il vaticinio dell’ufficiale medico che pronostica al giovane Andreotti appena sei mesi di vita, e vai, ancora, con lo stranoto 18 in Scienza delle Finanze strappato dal futuro ministro...
• Ma quando si arriva al giudice costituzionale che fa passare il divorzio perché ricattato, o al missino De Marsanich che era zio di Moravia, ecco l’illuminazione. E dietro all’apparente automatismo dell’andreottianissimo repetita iuvant si scopre - con un po’ di ammirato sgomento - che Andreotti, appunto, ha riversato nella prima metà del suo ultimo libro la prima metà del suo terzultimo libro, Governare con la crisi (sempre Rizzoli, 454 pagine), uscito nel dicembre 1991.
• Ecco dunque spiegata - almeno per i lettori più memori e fedeli - quell’insistente e del tutto piacevole sensazione di déjà-vu che si prolunga fino a pagina 250 circa. Naturalmente si tratta di un lavoretto fatto per benino, di un editing a colpi di forbici, colla, paragrafi, capitoletti, integrazioni tipo «Traggo anche qui dal mio diario» e aggiustamenti minimi: «era stato» al posto di «sarebbe stato»; gli «accessi facilitati» che diventano «apposite pedane» (per Segni malato). Ma nel complesso il riciclaggio è evidente, così evidente che perfino gli errori di allora - il sindacalista Cisnal Bruno Labate scambiato con l’operaio comunista ucciso dalle Br Guido Rossa - sono finiti nel libro di oggi. Ora, a parte l’ineleganza della mole e delle 36 mila - ma c’è anche l’altra metà, per fortuna, della Prima Repubblica da leggere - è evidente che non si tratta di questione su cui invocare i comitati per la difesa dei consumatori. Seppur generosamente e senza farlo minimamente capire, dopo tutto Andreotti ha copiato se stesso.
• Più interessante, a questo punto, sapere quali modifiche ha apportato, cosa ha ritenuto di cambiare rispetto a Governare con la crisi di sei anni fa. Ebbene, nulla di veramente sostanzioso, ma di curioso sì, come del resto documentato da faticosissimi e incompleti esercizi di filologia andreottesca. Per cui: c’è un breve supplemento di notizie e valutazioni sull’intervista di Biancarosa Fanfani alla Preda (che tanto nocque al marito Amintore); c’è una minuscola, ma significativa chiosa sui rapporti tra il golpe Borghese e la mafia; quindi la sottrazione del titolo di ”dottore” a Renato Curcio (nel libro precedente suonava come cauto sarcasmo nei confronti di Cossiga che così allora chiamava il fondatore delle Br, per graziarlo); una piccola ”mediazione”, infine, anche personale, ispirategli da un intervento di Rutelli. Tanto più sintomatica dell’oggi, però, se si pensa che nella precedente stesura il commento andreottiano finiva un po’ per suonare all’insegna del celebre e cinico motto - prima coniato e poi lungamente e orgogliosamente rivendicato - secondo cui il potere logora chi non ce l’ha.
• Ora che non ce l’ha più lui, il potere, con discutibile trovata commerciale Andreotti si ripete, persevera, mette in pratica un altro - più innocuo - adagio romanesco, una filosofia perfino ecologica: nun se butta gnente. Niente, d’altra parte, ha mai buttato il presidente, anche dal punto di vista delle sue poderose capacità promozionali quanto a anticipazioni, presentazioni, celebrazioni. Pure come scrittore e sicuro autore di best-seller, in effetti, Andreotti è stato a lungo un fenomeno, non per caso nominato senatore a vita da Cossiga per motivi politici e letterari. Un mito nelle vendite e nei premi (un Bancarella, due Palme d’oro al salone di Bordighera, un Ravello, un riconoscimento a Forte dei Marmi); nei teatri sempre pieni (con tanto di letture da parte di attori come Bucci, Giuffré, Verdone); negli atterraggi in elicottero alla Versiliana; nelle lodi incessanti e addirittura imbarazzanti; nei diritti d’autore, infine, «piacevolissimi» come diceva lui, fra mille invidie.
• Più di 300 mila copie, comunque, per dare un’idea, ha venduto la serie dei tre Visti da vicino; 23 edizioni per Onorevole, stia zitto; un trionfo per Il potere logora... ma è meglio non perderlo; 200 mila i due Usa e Urss visti da vicino. E quando scrive, Andreotti? La mattina, o in viaggio. E come scrive? A mano, con un certo pennarello. E chi trascrive? Diamine, la signora Enea, a Bracciano... Un mito, insomma, quello dell’Andreotti scrittore - perfino di favole a un certo punto - che correva verso la gloria, sulla scia di quello già sfolgorante del potere... Ma ora?
• Beh, adesso si può dire che come tutte le cose terrene anche il mito letterario andreottiano s’è ammaccato. Non per questo - e certo gli fa onore - lui ha smesso di scrivere. Né di farlo con l’identico stile che gli ha dato tanto successo. E tuttavia l’ultimo libro, Cosa loro, sulle sue disavventure giudiziarie, ha avuto meno forza promozionale e ha venduto meno del solito.
• Al di là del grazioso e astuto auto-plagio, per la parte diciamo ”nuova”, De Prima Re Publica conferma e perfeziona i più sperimentati canoni letterari andreottiani. Così, con l’abituale capacità, l’autore riesce a triturare, sminuzzare, placandoli talvolta con premeditata narcosi, i pur drammatici avvenimenti dal 1991 a oggi. L’andatura, necessariamente, riflette la varietà della prosa entro cui confluiscono, a mo’ di patchwork, riflessioni sagge e pezzi di documento, battute riuscite e piccoli frammenti di coccodrilli (Guido Carli), fulminee spiritosaggini (gli «abiti in technicolor» di Speroni) e allusioni iniziatiche (la «scelta felice» di Fazio alla Banca d’Italia, per dire, «anche se difficile, perché le candidature valide erano più di una»), eufemismi (definisce «specifiche malignazioni» quelle sui franchi tiratori andreottiani per il Quirinale) e ripetuta aneddotica pertiniana. Andreotti, in ogni caso, nega l’esistenza del Caf, sorvola abbastanza sulle picconate, appare pungente sulla «febbre di novismo» e sul «flusso giustizionalista». Un po’ a sorpresa, francamente, scrive quasi con affetto di Pannella («Marco è un romantico»). Molto alla lontana, allude all’amore romanzesco tra Jumblatt e Carmen Llera. Non si diffonde sul ritrovamento delle carte di Moro. In compenso, ha una sua teoria sulla sparizione di tante carte dagli archivi dei Paesi dell’Est (chi ne è entrato in possesso, considerandole «sia mezzo assicurativo sia fonte di reddito per la vecchiaia»). E quindi mostra di credere all’incontro di manager italiani sul panfilo inglese ”Britannia”, «dove si erogavano idee: specie l’idea di grandi privatizzazioni».
• Prodi, tra i nuovi, è visto con elaborato disincanto: «Un illustre ambulante» che gira l’Italia «per ”piazzare” una nuova formula politica, virgilianamente figurata con l’Ulivo». La presentazione di Di Pietro è senz’altro più azzeccata: «Uno degli italiani che non aveva ancora ricevuto un avviso di garanzia». Il meglio si trova nei divertenti eppure precisi resoconti dei summit internazionali: Nakasone che sembra dormicchiare, Reagan e le mandorle della California, la rivalità tra Mitterrand e Chirac... Alla fine il lettore è spossato, ma quasi appagato. E della Prima Re Publica di Andreotti, magari, è disposto a dimenticare perfino quella prima metà così malandrina e impertinente. Così impunita, come si dice a Roma.