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 1997  aprile 05 Sabato calendario

ìConquistadores

• Nel mondo antico non esistevano banconote e per comprare e vendere si ricorreva al baratto, oppure alle monete metalliche.
• Per tutto il Medio Evo però il metallo mancò: le monete perciò erano poche. Quelle poche erano talmente sottili che anche una dama, con le sue dita piccole piccole, avrebbe potuto facilmente piegarle. Le monete poche, erano scarsi anche i commerci.
• Ma a un certo punto fu scoperta l’America e l’America era zeppa d’argento. Gli spagnoli, che erano i padroni di quelle terre lontane (dette Indie), presero a importarne quantità sempre più grandi e a coniare monete abbastanza spesse, che non si piegavano e valevano parecchio. La più importante di queste monete (perché la più diffusa) fu il cosiddetto ”peso”, cioè il ”peso da otto”, che valeva otto reali.
• Gli spagnoli stabilirono zecche in una quantità di posti, al di qua e al di là dell’Atlantico, per coniare le monete d’argento con cui fare i commerci, soprattutto ”pesos da otto”.
• La situazione può essere riassunta così: gli abitanti delle Indie non avevano nulla e non producevano nulla. Gli spagnoli gli mandavano ogni anno due convogli di galeoni che navigavano per mesi carichi di merci d’ogni tipo, convogli da 30 a 70 navi che viaggiavano tutte vicine per respingere gli attacchi dei pirati franco-anglo-olandesi. Questi stessi galeoni tornavano, sempre in convogli, pieni di pietre preziose, di oro e di argento, in parti o in monete già coniate nelle zecche americane.
• Anche gli spagnoli però producevano poco o nulla e si rifornivano di tutto ciò di cui avevano bisogno nel resto d’Europa. Il re, poi, era indebitato fino al collo e le monete che gli spettavano risultavano spese ancor prima di essere sbarcate (in casse da 20 mila pezzi) nel porto di Siviglia, l’unico autorizzato ai traffici con le Indie.
• La regola che bisogna tener presente a questo punto è: un paese non è ricco perché possiede oro o argento, ma è ricco se lavora e produce molto. L’argento volò via dall’America e scomparve subito dalla Spagna e quando americani e spagnoli l’ebbero speso tutto (dopo due o tre secoli) videro quello che veramente erano: dei poveri in canna che non possedevano nulla. Scrisse infatti nel 1595 l’ambasciatore veneziano Vendramin: «Pare che non senza ragione gli spagnuoli dicano, in proposito di questo tesoro che dalla Indie se ne viene in Spagna, che faccia su di loro l’effetto appunto che la pioggia ha sopra i tetti delle case, la quale se ben vi cade sopra discende poi tutta in basso senza che quelli che primi la ricevono ne abbiano beneficio alcuno».
• Verso la metà del XVI secolo, i pezzi da otto sono diffusi in tutta Europa: a Milano nel 1551, in Inghilterra nel ’54, a Firenze nel ’59, a Venezia nel 1585, ad Algheri verso il 1570, in Estonia nel 1579, alla fine del secolo in Russia. Poco dopo eccoli circolare a Costantinopoli dove soppiantano presto la moneta locale. Ma anche la Turchia, come le Americhe e la Spagna, produceva poco e comprava quello di cui aveva bisogno dalla Persia e dall’India.Nei primi decenni del Seicento un’enorme quantità di monete d’argento – nate nelle zecche americane o spagnole – circolano liberamente in India. E pochi anni dopo persino in Cina.
• Gli europei commerciavano attraverso due compagnie potentissime e ricchissime: la Compagnia inglese delle Indie orientali o la Compagnia olandese. Le due compagnie tentarono di conservare le monete e di scambiare merci con merci. Ma in Oriente non c’era alcun interesse per le merci europee, e inglese e olandesi dovettero rassegnarsi a cedere agli orientali, in cambio per esempio del tè, pesos d’argento . Essi tentarono con merci di ogni tipo e giunsero al punto di offrire ai cinesi persino immagini pornofrafiche. Ma senza alcun risultato.
• Su questo fatto, sul fatto cioè che in Oriente si comprasse più di quanto si vendesse, che cioè la ”bilancia dei pagamenti con l’Oriente fosse pesantemente negativa”, i dirigenti delle due Compagnie non ci dormivano la notte.
• Ma, verso la metà del XVIII secolo, i dirigenti delle Compagnie delle Indie risolsero per sempre il problema della loro bilancia dei pagamenti con l’Oriente grazie all’oppio. Ne portarono in Cina una piccola quantità e poi sempre di più. L’argento ispano-americano che era giunto fino all’Impero celeste tornò in Europa. Un funzionario cinese annotò tristemente: «Il Celeste Impero permette la vendita di tè e di rabarbaro che servono a tenere in vita i popoli di quelle nazioni che sono tanto numerosi da poterne contare 10.000 volte 10.000: tuttavia questi stranieri non dimostrano alcuna gratitudine, ma contrabbandano invece l’oppio che avvelena il paese; quando il cuore riflette su questa condotta ne è disturbato e, quando la ragione la considera, la trova irrazionale».