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 1998  maggio 23 Sabato calendario

Sindone

• A Torino, il 28 maggio 1898, l’avvocato Secondo Pia fotografò per la prima volta la sindone. I negativi di quegli scatti rivelarono che il telo doveva aver avvolto un cadavere. Le tracce di questo corpo erano visibilissime.
• Per trentatré anni nessuno poté esaminare quel lembo di stoffa. Finalmente, alle 22.30 del 3 maggio 1931, il torinese Giuseppe Enrie ebbe il permesso di scattare una seconda serie di foto, ufficiali e controllate. Di nuovo affiorarono dai negativi le immagini di un cadavere. Vennero scattate fotografie di molti altri teli conservati nelle chiese. Nessuno aveva tracce simili a quelle della Sindone.
• I Savoia sono proprietari della Sindone dal 1453. La acquistarono dall’ultima discendente della famiglia de Charny, Marguerite. I de Charny erano discendenti dei Crociati, che probabilmente l’avevano trafugata da Costantinopoli durante la quarta Crociata, nell’aprile del 1204. La reliquia era arrivata a Edessa nel II secolo, Costantino VII l’aveva ricevuta (come mostra una miniatura) nel 944 dopo Cristo. Verso il 1350 riapparve in Francia e Papa Clemente VII autorizzò la sua venerazione. Ondate di pellegrini si riversarono nella chiesetta di Lirey, nella diocesi di Troyes.
• La Sindone è scura nei punti in rilievo (profilo dle naso, nocche delle dita), chiara nelle parti infossate (occhiaie, lati delle braccia e del viso). Il negativo fotografico, capovolgendo chiari e scuri, la trasforma in un ritratto leggibile.
• A Torino, nell’ottobre 1978, indagini spettroscopiche e fisiche ed esplorazioni macro e microfotografiche rivelarono che sulla Sindone non c’è traccia di sostanza colorante.
• Qualcuno ipotizzò che l’impronta della Sindone fosse realizzata con un acido. Tuttavia i tessuti di lino toccati da acido producono macchie senza sfumature e trasmettono la macchia ai fili vicini. Soprattutto, una macchia fatta con acidi porta in breve alla disgregazione del tessuto. Altri dissero che l’impronta doveva essere stata realizzata con una statua di bronzo arroventata. Pure questa ipotesi fu smentita: se si investe un tessuto bruciato con la ”luce di Wood”, o ”luce nera”, le bruciature emettono nel buio una fluorescenza rossastra. La Sindone mostra le tracce delle bruciature subite durante l’incendio di Chambéry, ma il resto del telo non emette luce fluorescente.
• Il 10 ottobre 1981, al Palmer Auditorium di New London, il professor John Heller illustrò la sua ricerca su un frammento di 180 micron della sostanza di sangue, tuttavia l’immagine non era dipinta col sangue (sotto le croste l’impronta non si era formata, perché esse avevano protetto i fili).
• Nella zona corrispondente alle ferite dei polsi, ai piedi e al torace, la Sindone mostra traccia di abbondanti emorragie. In quelle zone vi è una grande concentrazione di ossido di ferro biologico che nel torace raggiunge i trenta/quaranta microgrammi per centimetro quadrato (la ferita dalla quale è uscito il sangue mentre l’individuo era in posizione verticale è lunga quattro centimetri e mezzo).
• A parte le macchie di sangue, l’immagine della Sindone è un non-colore: le fibrille di lino ingiallite che la formano si sono disidratate e ossidate più rapidamente di quelle vicine, prive dell’impronta. L’immagine, dunque, è dovuta a un singolare meccanismo di invecchiamento di precisi punti del tessuto.
• Nel 1981 alcuni ricercatori fecero un esperimento per verificare se l’impronta poteva essere stata causata da secrezioni grasse della cute di un uomo. Sporcarono dei teli di lino mettendoli a contatto con pelle non lavata, quindi li invecchiarono artificialmente usando un forno ad aria calda. Risultato: sui teli si produssero impronte monocromatiche simili a quelle della Sindone. Confrontate con le immagini degli antichi erbari, le tracce della Sindone si comportano come quelle delle foglie impresse su carta. In pratica, un contatto foglia-cellulosa (carta) e pelle-tessuto (lino) provoca una decomposizione accelerata della cellulosa e delle fibrille di lino.
• Il 13 ottobre 1988 vennero comunicati i risultati della radiodatazione: l’età assegnata al telo era tra il XIII e XIV secolo. Nuove ricerche rimisero in discussione quella data per più di un motivo. Innanzitutto il peso medio del tessuto sindonico è circa la metà di quello dei frammenti utilizzati per l’indagine al radiocarbonio (cioè era stato preso un pezzo rattoppato). Altra possibile causa dell’errore di datazione è legata all’incendio del 1532, quando il lino si trovava nella Sainte Chapelle di Chambéry. La Sindone, che era in una cassa d’argento, venne raffreddata con secchi d’acqua, ma il metallo fuso lasciò passare acqua e vapore. Si creò un bagno termico che, riprodotto all’inizio degli anni Novanta a Mosca, si mostrò capace di alterare la datazione al carbonio 14.