Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 1 giugno 1998
Tra l’11 e il 13 maggio l’India ha eseguito cinque test nucleari sotterranei nel poligono di Pokhran, nello Stato del Rajasthan
• Tra l’11 e il 13 maggio l’India ha eseguito cinque test nucleari sotterranei nel poligono di Pokhran, nello Stato del Rajasthan. Giovedì 28 maggio alle 15.30 ora locale il Pakistan ha compiuto 5 test: le esplosioni hanno provocato una scossa pari a un terremoto del 5° grado della scala Richter. La bomba indiana dovrebbe avere una potenza di 45 chilotoni, quella pachistana si limiterebbe a 20 (a Hiroshima furono 15). Gli indiani utilizzano una tecnologia termonucleare più avanzata, basata sul trizio; il Pakistan fa ricorso ad Uranio arricchito.
In Cina, India e Pakistan vive il 45 per cento della popolazione mondiale. Una tensione tra questi paesi vorrebbe dire che mezzo mondo è in stato d’allarme.
Stati Uniti e Giappone hanno annunciato sanzioni economiche contro entrambi i Paesi. La riunione del G8 prevista per il 10 giugno a Londra mira ad ottenere da India e Pakistan quattro promesse: 1) firmare senza condizioni i trattati contro la proliferazione e gli esperimenti nucleari; 2) desistere da ogni nuovo test; 3) interrompere la costruzione di ordigni e missili a testata nucleare; 4) impegnarsi a ridurre le tensioni evitando attacchi verbali e aprendo negoziati sul Kashmir.
• Usa, Russia, Francia, Inghilterra e Cina hanno ufficialmente la bomba atomica. Di fatto ce l’hanno anche India, Pakistan, Israele. Iran, Iraq, Corea del Nord e probabilmente la Libia hanno un progetto nucleare in fase più o meno avanzata; Argentina, Brasile, Algeria, Romania, Sudafrica, Ucraina, Bielorussia e Kazakhstan hanno abbandonato il progetto di costruirsi un ordigno atomico.
In tutto il mondo sono stati effettuati almeno 2.500 test atomici.
• L’India, religione l’induismo, conta circa un miliardo d’abitanti, la metà dei quali analfabeti e due su tre disoccupati. In passato era appoggiata dall’Unione sovietica (e dal Canada), con la fine della Guerra fredda è rimasta isolata. Il Pakistan, stato musulmano, ha 131 milioni d’abitanti, solo il 40% dei quali attivi. L’analfabetismo è al 62%, il debito estero supera i 20 miliardi di dollari, gli aiuti e prestiti giapponesi e americani ammontano a 2 miliardi di dollari, il reddito medio è sotto i 500 dollari. Da molti anni alleato della Cina, il Paese ha intrattenuto buoni rapporti anche con il governo americano.
• India e Pakistan hanno già combattuto tre guerre. Il contenzioso per il Kashmir sorse subito dopo l’indipendenza dalla Gran Bretagna. «Con discutibile decisione fu lasciata ai 562 maharajà, che pur venivano spogliati degli antichi privilegi, la facoltà di portare in dote i loro territori a uno o all’altro dei due Stati. Il maharajà del Kashmir, un indù ricchissimo ed eccentrico, scelse l’India. Ma l’80% dei suoi sudditi erano musulmani, che si vedevano inspiegabilmente tagliati fuori dalla nascente madrepatria [...] Fu il motivo della prima guerra (1948), di una nuova divisione che sarebbe dovuta essere provvisoria, in attesa di plebiscito, ed è diventata definitiva, e poi della seconda guerra e, indirettamente, della terza» (Ettore Botti).
• I test nucleari sotterranei servono essenzialmente per due scopi: 1) collaudare la bomba in sé ed apportare eventuali miglioramenti ai missili impiegati nel trasporto dell’ordigno; 2) valutare gli effetti provocati dall’esplosione. Il punto del sottosuolo interessato dall’esplosione collassa provocando in superficie un avallamento simile a un cratere (il deserto del Nevada è pieno di questi avallamenti). Un po’ di materiale radioattivo sfugge in qualche modo verso l’atmosfera (la potente onda d’urto causa un fenomeno di trasporto verso l’alto).
• Il Pakistan ha un reattore nucleare presso la città di Kushab, dal cui combustibile spento può ricavare l’isotopo d’uranio necessario per la Bomba. Questo reattore funziona dal ’94 con l’assistenza della Cina. Nel ’95 i cinesi, nonostante avessero fimato l’anno prima il Trattato di non proliferazione, vendettero al governo d’Islamabad 5 mila anelli magnetici per le centrifughe d’arricchimento, che servono ad estrarre l’U239 dai residui della centrale atomica. Quando nel ’97 la Cia denunciò al Congresso Usa questa collaborazione, Pechino rispose che sì, aveva venduto gli anelli, ma che «non erano magnetizzati abbastanza»: «Una scusa ridicola. La verità è che già dell’83 la Cina aveva fornito al Pakistan il progetto completo per la fabbricazione di una bomba da 25 kilotoni. E poiché a Kauta il Pakistan si calcola produca ogni anno da 55 a 95 chili di uranio arricchito, e ogni bomba impiega 20 chili, il Pakistan aveva già, prima degli esperimenti dell’altro ieri, 15-25 testate» (Maurizio Martellini, docente di Fisica all’Università di Milano).
• Gli esperimenti nucleari dell’India erano volti a intimidire non il Pakistan ma la Cina. La replica d’Islamabad ha allarmato soprattutto iraniani e israeliani. «Non mi risulta che il Pakistan sia in nessun modo un nemico d’Israele, e nemmeno dell’Occidente in quanto tale. Per ora, chi cerca di fare la bomba islamica, ai miei occhi seguita ad essere l’Iran. E anche questa è una scusa: il suo vero obiettivo è l’Iraq, l’apertura sul Golfo. Un conflitto nucleare religioso ancora non lo vedo all’orizzonte» (Ori Orr, ex viceministro degli Esteri di Shimon Peres, capo della commissione sicurezza e difesa della Knesset, il parlamento israeliano).
• Il dibattito sugli armamenti nucleari si articola oggi in almeno quattro posizioni: 1) I test indiani non rappresentano un passo così importante, perché tutti sanno che dal 1974 l’India ha potenziale nucleare e quello che è successo ora non è altro che la realtà che acquisisce status ufficiale di realtà; 2) Le armi nucleari nei fatti non provocano destabilizzazione ma, anzi, favoriscono la deterrenza: le armi sono così terrificanti da spaventare i popoli portandoli verso una posizione di maggiore sensibilità; ciò nonostante Usa e Urss commisero molti errori nella prima fase della Guerra fredda rischiando più volte lo scontro; non è detto che India e Pakistan abbiano un sufficiente livello di civiltà per gestire la situazione senza ricorrere all’uso della forza; 3) Ogni proliferazione è comunque diversa dalle altre, non c’è necessariamente un collegamento tra il test indiano e la possibilità che Iran e Corea del Nord entrino nel novero delle potenze nucleari. Il mondo ha mostrato una certa tolleranza verso l’arsenale israeliano e nel 1994 è stato tenero con la Corea del Nord. Probabilmente, però, l’Iraq chiederà adesso la revoca delle sanzioni contro la sua politica d’accumulo di armi di distruzione di massa, perché l’India è arrivata all’atomica senza sanzioni. Anche Iran e Corea del Nord cercheranno di approffittare della situazione; 4) se non esiste un modo efficace per bloccare la proliferazione perché imporre sanzioni o sprecare il tempo per la diplomazia? «Se credi nel libero mercato, lascia cadere le schegge nucleari dove devono cadere». Questo atteggiamento potrebbe avere un senso solo nel momento in cui si fosse accertato che gli accordi di non proliferazione sono del tutto inutili, ma rischia di essere una profezia autoavverantesi e in un mondo siffatto Giappone, Taiwan, Iran, Iraq e Libia si doterebbero al più presto di ordigni nucleari.
• Giappone e Russia. Il Giappone «ha due reattori tipo Superphoenix, da cui trarre tutto l’esplosivo che vuole. Ha la capacità tecnologica, ovviamente. Ha i missili-vettori. E di recente ha dichiarato di aver ”perso” 13 chili di uranio arricchito»
Come, ”perso”?
«Non mi faccia parlare. Quel che posso dirle è che 13 chili di materiale bastano al Giappone per costruire tre o quattro bombe.
Quale sarebbe l’altro Paese che l’esempio dell’India può invogliare a...
«La Russia».
Ma è già una potenza atomica.
«Ciò che conta è la nuova ”dottrina strategica” che sta formulando il General Staff militare russo. Mi spiego: durante la guerra fredda, Usa e Urss avevano ciascuno almeno 20 mila testate operative. Perciò la Russia sapeva che non le conveniva sferrare un ”primo colpo” nucleare, perché non sarebbe riuscita a distruggere l’intero arsenale americano, e sarebbe stata esposta alla ritorsione nemica».
E ora che cosa è cambiato?
«India e Pakistan non hanno tante bombe. Contro di loro è possibile azzardare un ”primo colpo” atomico con la buona probabilità di annullare tutte le loro capacità di ritorsione».
E dunque?
«Nelle teste dei quattro o cinque generali russi che decidono queste cose, s’è fatta strada l’idea che in un conflitto regionale la Bomba possa essere usata per un ”primo colpo”. La prospettiva il ingolosisce tanto più perché il resto delle forze russe, convenzionali, è al disatro. L’unica arma efficace rimasta loro è la bomba».
Uno spaventoso rovesciamento di prospettive militari: la Bomba, da arma ”teorica”, diventa un’arma concretamente ”usabile”.
«In una zona del mondo ad alta instabilità, che sprofonda in una crisi economica enorme, dove infuriano odii etnico-religiosi e nazionalismi irriducibili, nonostante tutto il parlare di ”globalizzazione. Io ho paura. Lei no?» (Maurizio Martellini)
• Il Pakistan è il primo Stato islamico ad avere la bomba atomica. C’è il rischio che l’Islam divenga per l’Occidente un nuovo ”impero del Male” contro cui fare fronte come avvenne in passato per l’impero sovietico. «Questo approccio è da irresponsabili anche perché finisce per rafforzare nel variegato mondo islamico le forze più ostili al dialogo, quelle che agitano il fondamentalsmo religioso per conquistare il potere politico. So bene che questo dialogo non è facile. Ne ho esperienza diretta, visto che il più autorevole quotidiano egiziano alcuni giorni fa mi ha messo all’indice per un libro scritto su Maometto trent’anni fa» (Maxime Rodinson, studioso francese del mondo islamico).
• Sanno i potenti dell’India e del Pakistan cos’è successo a Hiroshima alle ore 8.30 del 6 di agosto del 1945? «L’esplosione avvenne a circa trecento metri di quota. Fu come se fosse scoppiato il sole. La palla di fuoco creata dalla deflagrazione - pari a 12.500 tonnellate di tritolo - portò la temperatura al suolo a 5.000 gradi centigradi. Una spaventosa onda d’urto viaggiante alla velocità del suono spazzò via tutto per circa due chilometri. La conseguente tempesta di vento lasciò un vuoto nella sua scia e, dopo un attimo di quiete assoluta, si riversò indietro verso il centro dell’esplosione, a dare il colpo di grazia.
Una colonna di fumo nero e schegge ardenti si innalzò per chilometri sopra la città. Il cielo restò a lungo oscurato, come durante un’ eclissi di sole (tanto spessa era la cortina di detriti che gli americani dovettero attendere 48 ore prima di poter effettuare le foto di ricognizione). Frammenti di materia incandescente ricaddero sulle case di legno e sugli impienti elettrici, appiccando incendi dappertutto. L’umidità condensata scatenò una pioggia mai vista: gocce nerastre, spesse come tasselli di marmo» (Lucio Caracciolo).