Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 8 dicembre 1997
Che cos’è l’’effetto serra”
• Che cos’è l’’effetto serra”. «L’attività umana (e soprattutto l’uso di combustibili fossili) produce grandi quantità di gas inquinanti. Il più dannoso è il il diossido di carbonio (o anidride carbonica), poi ci sono il metano, l’ossido di azoto, l’ozono, i clorofluorocarburi, gli idrofluorocarburi. Questi gas contribuiscono a rendere più densa la fascia gassosa che protegge e riscalda il pianeta (e che quindi nel suo stato naturale ha il compito di «trattenere e moltiplicare» i raggi solari svolgendo una funzione indispensabile per la vita sulla Terra). Quando questa fascia aumenta di densità, trattiene e riflette verso la superficie terrestre una quantità eccessiva di radiazioni, re-indirizzando verso il basso raggi che altrimenti sarebbero dispersi nel cosmo. In altre parole, l’effetto protezione diventa «eccessivo», la fascia gassosa funziona appunto come i vetri di una serra, e conduce a un surriscaldamento dell’intero pianeta. Fra i massimi produttori di diossido di carbonio ci sono gli Stati Uniti (5.228 milioni di tonnellate annue), la Cina (3006 milioni), la Russia (1547 milioni).
• Che cosa accadrà in Italia. I possibili effetti sull’Italia dell’innalzamento del livello delle acque causato dal ”riscaldamento globale”. Eccoli qui di seguito secondo uno studio congiunto Columbia University-Nasa-Ufficio Metereologico della Gran Bretagna, presentato dal Ministero dell’Ambiente Italiano a Kyoto: «Temperature in crescita, inverni più umidi e piovosi, estati torride con effetti di desertificazione. Area Milano: incremento della temperatura, d’estate e d’inverno, maggiore che nel resto della penisola, tra 3 e 6 gradi. Aumento del 15 per cento delle precipitazioni invernali. Area Roma: aumento della temperatura di 2-4 gradi, precipitazioni in calo sia d’estate che d’inverno. Area Palermo: precipitazioni in calo del 30 per cento in estate, forte peggioramento della siccità, aumento della temperatura di 3 gradi. Aree costiere: il livello del mare si alzerà di 67 centimetri e 4.500 chilometri quadrati di aree costiere saranno a rischio di inondazione. Il 25,4 per cento del Nord, il 5,4 del Centro, il 62,6 del Sud, il 6,6 per cento in Sardegna».
• Che cosa accadrà nel mondo. Ed ecco le conseguenze dell’effetto serra nei prossimi cento anni, secondo le stime della commissione Onu sui cambiamenti climatici: «Temperature in aumento da 1 grado a 3,5 gradi; crescita del livello del mare da 15 a 95 centimetri; atolli e terre basse inghiottite dagli oceani; deserti in avanzata; ghiacciai e nevi eterne che si sciolgono; aumento di eventi climatici estremi come uragani e tifoni; diffusioni verso l’emisfero temperato di malattie epidemiche (malaria, malattia del sonno, dengue ecc.); aumento dei rifugiati ambientali messi in fuga da terre ormai diventate inospitali (20 milioni solo dall’Africa). [...] Con lo scenario più pessimistico che vede un aumento del mare di 95 centimetri, 118 milioni di persone finirebbero sott’acqua, mentre con l’innalzamento di soli 50 centimetri di mare 92 milioni di persone sarebbero a rischio. Tra i territori cancellati l’80 per cento dell’atollo di Majuro nelle isole Marshall, il 60 per cento delle Maldive (il 100 per cento se l’innalzamento del mare raggiunge i 95 centimetri), il 17,5 per cento del Bangladesh, il 6 per cento dell’Italia e dell’Olanda, l’1 per cento dell’Egitto». Tra le città destinate a scomparire: Venezia. Al vertice di Kyoto partecipa l’Aosis, l’alleanza tra le piccole isole. Si tratta di territori talmente bassi sul livello del mare da essere completamente cancellati da una crescita degli oceani. Sono 35 e ne fanno parte Seychelles, Mauritius, Cuba, Figi, Micronesia. In tutto 30 milioni di persone.
• Il ramo e la sega. «Dunque, al congresso di Kyoto sul clima, gli Stati Uniti hanno preteso che si rinunci a decisioni generali, e che le misure siano diverse per i diversi paesi. In soldoni: che gli Stati Uniti, che col cinque per cento della popolazione mondiale si permettono il venticinque per cento dell’inquinamento mondiale, conservino il loro relativo privilegio. Riduca di più chi inquina di meno. Piova sul bagnato. Mi ricordo l’impressione di scandalo e di turbamento che provai anni fa scoprendo che un ministro dell’Economia brasiliano (c’era ancora il regime militare) aveva deriso le richieste internazionali di salvaguardare la foresta dell’Amazzonia, il ”polmone di ossigeno del mondo”. ”Le prenderemo in considerazione» disse quel bellimbusto «quando il mondo ci pagherà l’ossigeno un tanto al barile, come il petrolio”. C’era del metodo in quella pazzia, come purtroppo le posizioni degli Stati Uniti a Kyoto confermano. Si ha un bell’avvertire un bellimbusto brasiliano che sta segando il ramo su cui è seduto: tanto più quando ad avvertirlo sono i proprietari della sega» (Adriano Sofri).
• Lunedì 1 dicembre a Kyoto è iniziato il Terzo Convegno Climatico Mondiale. I rappresentanti di 169 paesi si sono riuniti per discutere le possibili soluzioni del principale problema ambientale del pianeta, cioè l’effetto serra e il progressivo riscaldamento del pianeta. Oggi, lunedì 8 dicembre, arriva la delegazione italiana. La Convenzione sui Cambiamenti Climatici sottoscritta a Rio de Janeiro nel 1992 si propose di riportare entro otto anni la quantità di emissioni di anidride carbonica al livello del 1990. La Prima Conferenza delle parti, tenutasi a Berlino nell’aprile 1995 ha poi stabilito che entro la fine del 1997, in occasione della ”Conferenza sul clima”, si sarebbe dovuto adottare un nuovo Protocollo, ovvero un impegno legalmente vincolante in grado di definire i tempi e le emissioni di ”gas serra” (i gas che provocano l’effetto serra, ndr) da parte dei Paesi sviluppati a partire dal 2000». La seconda Conferenza delle Parti tenutasi a Ginevra nel 1996 è stata costretta a prendere atto delle difficoltà del negoziato, provocate da due fattori. Il primo è la necessità di drastici cambiamenti nelle politiche energetiche dei paesi sviluppati. Il secondo è che la diminuzione delle sole emissioni dei paesi sviluppati non sarà sufficiente se continuerà la crescita industriale dei paesi in via di sviluppo, in particolare Cina, India, Sud Est Asiatico, Brasile. Nel 2010 la somma delle emissioni dei gas serra di India, Indonesia e Cina supererà quella di Usa e Europa. Nel 2035 equivarranno al totale delle emissioni attuali.
• «’Nei paesi industrializzati due persone circolano a bordo di un’automobile, ma vogliono che noi smettiamo di andare in autobus per non scaldare il pianeta”, ha dichiarato Zhong Shukong, capo della delegazione cinese. Le emissioni di gas serra delle nazioni industrializzate sostengono uno stile di vita lussuoso, ha continuato, mentre le emissioni delle nazioni povere come la Cina servono appena allo sviluppo».
• I paesi in via di sviluppo non vogliono pagare il prezzo delle devastazioni ambientali causate dalle industrie dei paesi ricchi, proprio ora che le loro stanno decollando, tantomeno dopo le recenti turbolenze finanziarie asiatiche. Ma un ulteriore contrasto è in atto tra Unione Europea e Stati Uniti: «Da un lato ci sono gli Stati Uniti - responsabili da soli dell’emissione nel 1995, secondo i dati dell’Ocse, di 5,22 miliardi di tonnellate di anidride carbonica su un totale, a livello mondiale, di 22,14 miliardi di tonnellate-, arroccati sull’ormai vecchia e finora fallimentare proposta di contenere entro il 2010 le emissioni in atmosfera di anidride carbonica e di altri cinque gas serra agli stessi livelli del 1990; dall’altro l’Unione Europea chiede che entro il 2010 le emissioni vengano ridotte del 15 per cento».
• «La proposta americana, frutto di un compromesso di Clinton con la lobby industriale e quella ambientalista, è molto più blanda di quanto lo stesso Presidente avesse promesso in un primo tempo. Ma oggi l’amministrazione, influenzata soprattutto dal segretario al Tesoro Robert Rubin, teme che un accordo troppo restrittivo faccia deragliare il treno dell’economia Usa».
• Commerciare il diritto di inquinare. «L’Europa vorrebbe ricavare fondi per l’export di tecnologie pulite (da destinare ai paesi in via di sviluppo - ndr.) da un tassa sull’ossido di carbonio. Gli Usa ripropongono il principio del commercio dei diritti d’inquinamento: una volta stabiliti i limiti di emissione per ciascun paese, ognuno si regolerebbe come crede, magari comprando dal vicino più virtuoso parte della sua quota di emissioni».
• La Banca internazionale per le transazioni ambientali (International Bank for Environmental Settlements) o Ibes. «Sarà un organismo che permette ai paesi e alle aziende di pagare per il diritto a inquinare oltre le quote, o ”vendere” le proprie quote se hanno ridotto le proprie emissioni oltre i target: è il ”commercio delle emissioni”. Provvederà anche crediti ai paesi in via di sviluppo con importanti risorse ambientali (ad esempio foreste pluviali) in cambio dell’impegno a proteggerle».
• Responsabili dell’emissione di gas serra non sono solo gli impianti industriali. Grave colpa l’hanno anche le automobili. «Se a Kyoto verrà firmato un protocollo sul clima, i trasporti saranno il primo settore a subire un contraccolpo pesante: tra il 1973 e il 1990 i consumi a livello globale sono aumentati del 50 per cento e si prevede il raddoppio nel giro di 30 anni. La Cina, da sola, aggiunge un milione e mezzo di auto ogni anno al suo parco macchine e si ritiene che la velocità raddoppierà all’inizio del prossimo decennio. L’Italia, nonostante il mercato sia ormai praticamente saturo, continua ad aumentare il consumo di carburante. Secondo le stime dell’Enea, il settore trasporti è già responsabile del 23 per cento della produzione di gas serra. E si calcola che nel giro di pochi anni l’anidride carbonica da traffico supererà quella prodotta dal settore energetico. (...) La ristrutturazione del sistema traffico è l’anello principale del progetto antismog. Ma non consentirà di raggiungere l’obiettivo di una forte riduzione delle emissioni senza un intervento radicale sulla qualità ambientale dell’auto. Le grandi industrie del settore hanno già scelto: hanno scommesso che a Kyoto, o nei mesi successivi, si firmerà un accordo con valore di legge. E la competizione si è scatenata. La corsa è guidata dai giapponesi. La Toyota ha sponsorizzato un intero numero di ”Time” (’Our precious planet”, con l’introduzione del vicepresidente americano Al Gore). Sessantaquattro pagine di articoli e 20 di pubblicità per le auto ”verdi” dell’azienda nipponica. La Mitsubishi ha seguito a ruota con pagine intere sui principali giornali americani. La battaglia si annuncia durissima perché il mercato statunitense, decisivo per l’equilibrio del settore, sta per iniziare una svolta storica. (...) Le nuove auto dovranno avere consumi di due terzi inferiori agli attuali: l’obiettivo è fare cento chilometri con tre litri. I limiti di legge che stanno per scattare hanno scosso anche l’Europa. Le case tedesche sono le più aggressive, seguite dalla Renault che ha annunciato per il 2005 il lancio di un’auto elettrica con batterie rinforzate e per il 2012 la vettura a celle combustibili che emette solo vapore acqueo».