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 1997  giugno 09 Lunedì calendario

Non me ne parli, non me ne parli

• Non me ne parli, non me ne parli. Le dico solo questo: da quando ho scoperto che tra due mesi mi scade un Btp che mi rendeva il 12% - che titolo meraviglioso - sono qui che mi arrovello. Me lo dica lei, come faccio. Posso sostituire un investimento al 12% con uno che mi renderà ad andar bene il 7? E come ci campo? Questi risparmi sono la mia pensione, io ci devo vivere, non ho mica altre entrate!». La signora Luciana non ha tanta voglia di parlare dei suoi investimenti: ceduti i negozi che conduceva con il marito, deceduto da tempo, fa i conti con una magra pensione e con la rendita che le deriva dagli interessi sul capitale messo da parte negli anni migliori. Una rendita che si assottiglia di anno in anno, se non di mese in mese, mano mano che si accentua il ribasso dei tassi di interesse. questo il paradossale corollario del calo dell’inflazione, che rappresenta con sicurezza il miglior risultato del governo del paese di questo anno e la migliore tutela dei risparmi e degli stipendi degli italiani. Se in prospettiva tutti hanno da essere soddisfatti della frenata dell’aumento dei prezzi, è vero che nell’immediato la diminuzione dei rendimenti dei titoli di stato crea non pochi imbarazzi.
• A Milano sono migliaia le persone nelle stesse condizioni della signora Luciana. I contributi versati al fondo dei commercianti in passato erano irrisori, ma basse sono oggi le pensioni relative. A mantenere il buon decoro borghese, la bella casa, la donna di servizio, devono provvedere le rendite dei risparmi. Quelli messi da parte in Italia e quelli depositati un poco alla volta in Svizzera (un’abitudine, questa di portare i soldi a Chiasso, che un certo ceto milanese ha preso prima ancora della guerra, e che non ha mai abbandonato).
• Il calo repentino dei tassi di interesse sta producendo conseguenze paradossali. Un pezzo di città si chiede se riuscirà ancora - e fino a quando - a garantirsi un tenore di vita che gli è stato proprio per tutta la vita. O se, giunto in età avanzata, sarà infine costretto a stringere la cinghia, proprio quando sarebbe il momento di godersi i frutti di tanto lavoro. Sono domande che circolano non solo nei bei palazzi della Milano delle botteghe e delle professioni. Il signor Mario T., che borghese non è mai stato, e che fin da ragazzo ha «tirato la carretta», come dice lui, prima come apprendista, poi come operaio, e infine, dopo il diploma di ragioniere preso alle scuole serali, come impiegato «di concetto», accetta di fare i conti mettendo come si dice le carte in tavola. Ha 73 anni, una moglie che è sempre stata a casa e due figli sposati. Lui e la moglie abitano un appartamento in affitto, sempre quello da tanti anni, nella zona di Lambrate. In casa entrano un milione e 600mila lire al mese, abbastanza per mantenere la vecchia Lancia (un lusso che Mario si concesse quando andò in pensione) e soprattutto l’appartamento in Riviera (in Liguria), dove i due amano svernare con gli amici, e dove in primavera portano anche i nipotini.
• «Con i circa 100 milioni messi da parte tra risparmi e liquidazione, dice Mario, ci siamo tolte molte soddisfazioni. Abbiamo aiutato i figli (che hanno sempre restituito i prestiti), abbiamo preso la casa al mare, fatto dei viaggi... Insomma, tutto quello che non avevamo potuto fare quando lavoravo». Cento milioni ancora pochi anni fa fruttavano circa un milione di interessi da spendere ogni mese. «Un po’ abbiamo risparmiato, un po’ abbiamo scialato: stavamo veramente bene». Adesso, piano piano, questo milione aggiuntivo si riduce, mese dopo mese. «Finisce che per non intaccare i risparmi abbiamo tagliato le spese. E adesso che la macchina è vecchia, e i 10 anni ce li ha da un pezzo, abbiamo fatto i conti e deciso di non venderla, neanche con l’offerta del governo. Dovremmo prendere una macchina piccola, perché quelle belle, oggi, costano un patrimonio». «E allora niente, lasciamo perdere», dice scuotendo il capo il signor Mario. Che aggiunge, quasi con un soffio: «Però non è giusto...».
• «Sono in tanti a fare questi ragionamenti», conferma Alessandro Citterio, direttore dell’agenzia n.1 della Comit, in corso Buenos Aires. Il calo dei tassi porta con sé il calo dei rendimenti dei Bot, e questo induce un taglio nei consumi. Citterio prende una matita e traccia rapido due conti sul foglio davanti a sé. «Andiamo a spanne, dice. Due milioni di miliardi di debito pubblico al 12% volevano dire interessi, e cioè liquidità distribuita, per 240.000 miliardi. Se i rendimenti scendono al 6%, gli interessi diventano 120.000 miliardi la metà di prima. Risultato: ci sono 120.000 miliardi in meno da spendere. E poi ci si interroga sul calo dei consumi!». Un recente rapporto, stilato dalla Banca Nazionale del Lavoro e dal Centro Einaudi, ha rilevato per la prima volta «fenomeni diffusi di erosione patrimoniale». Gli italiani, campioni mondiali del risparmio familiare, l’anno scorso hanno faticato a mettere da parte qualcosa (il 41,3% ha risposto a un sondaggio di non essere riuscito a risparmiare neanche una lira) e anzi spesso hanno dovuto intaccare le scorte.
• «Francamente, se dovessi basarmi sulla mia esperienza concreta, dice Alessandro Citterio, io non direi che i miei clienti risparmiano meno. Non è tanto un problema di quantità, ma di qualità. Quello di questi anni è un risparmio triste: non si accumula pensando che un giorno con quei soldi si potrà fare qualcosa; si risparmia per paura che un domani possa accadere qualcosa». L’ attesa di futuri nuovi ribassi dei tassi induce a ulteriore prudenza. una vecchia legge del mercato, dove ribasso chiama ribasso: «Tanta gente, dice Citterio, non consuma come potrebbe, perché pensa alla sua rendita futura, che sarà inferiore a quella di oggi».
• E cosa suggeriscono le banche ai clienti che rimpiangono «i bei rendimenti di una volta»? La risposta sta nelle cifre del boom dei fondi e delle gestioni patrimoniali. I giornali parlano di «fuga dai titoli di stato» e di boom degli investimenti azionari. La realtà non è proprio questa: i risparmiatori, consigliati dalle banche, dirottano una parte crescente dei loro investimenti dai titoli di stato verso i fondi. E i fondi comprano in grandissima maggioranza Bot, Cct, Btp. Così che il cerchio si chiude. Le banche spingono i clienti ad affidarsi alla gestione patrimoniale professionale, o - soprattutto se si tratta di importi modesti - ai fondi di investimento. Lo fanno per una serie di ragioni, in buona parte anche di convenienza. Gli istituti di credito hanno i loro problemi di bilancio e vanno alla ricerca delle attività che garantiscono commissioni più ricche. E le gestioni patrimoniali sono appunto una attività «ricca» in primo luogo per chi la fa.
• Se fino a qualche anno fa - diciamo 4 o 5 - ci volevano 400 o 500 milioni per essere ammessi a un programma di gestione personalizzata del proprio patrimonio da parte della banca, oggi questa soglia è drasticamente scesa, in generale fino a 100 milioni. Il cliente affida alla filiale i suo risparmi, fornisce alcune indicazioni di massima, illustra le sue esigenze (per esempio se vuole incassare le rendite a scadenze prefissate, o se preferisce accumularle nel capitale gestito) e poi a tutto il resto pensa il gestore. Periodicamente il cliente riceverà dei rendiconti che gli consentiranno di seguire l’andamento degli investimenti.
• Tutto ciò è reso possibile dalla trasformazione del lavoro in banca. Ristretti gruppi di analisti e di gestori stabiliscono le strategie nel breve e nel lungo periodo; alcuni uffici si preoccupano poi di tradurre quelle scelte di massima in indicazioni concrete di investimento, a seconda dei diversi tipi di gestione patrimoniale scelta (per esempio, a seconda del diverso tasso di rischio accettato dal cliente). Mettere in pratica queste indicazioni, poi, è un gioco da ragazzi. E oggi un solo operatore, sulla base di questi programmi, riesce a gestire centinaia di clienti contemporaneamente. Alla banca costa poco e rende molto, perché le commissioni di questi programmi sono piuttosto salate. Seguire di persona i mercati finanziari, del resto, è diventato un’impresa improba. I giornali pubblicano avvisi come questo, apparso nei giorni scorsi sul ”Sole 24 Ore” sotto la voce Euroemissioni: «Emittente: Nib (AAA/AAA); tipo di emissione: Fixed/reverse floater, con Gall option al quinto anno. Cedola: 8% per i primi 5 anni, in seguito il 12,75% al quale si sottrae il Libor a cinque mesi; tetto minimo sulla cedola del 3,5%». Poi ci sono i futures e le options: tutta roba da specialisti, con i quali difficilmente il singolo privato potrebbe competere.
• Uno dei risultati di questa trasformazione del mercato è il declino dei ”borsini”. La ripresa dell’attività del mercato di piazza degli Affari, in questa prima parte dell’anno, non è stata accompagnata dall’esplosione dell’interesse generale per i titoli del listino, caratteristica di analoghe stagioni degli anni 80. Davanti ai video che forniscono indicazioni in tempo reale sull’andamento della Borsa non ci sono le folle degli anni del boom. Ce lo fa notare anche il signor Filippo Bulgheroni, 75 anni portati con incredibile energia, che troviamo solitario davanti al video del Credito Italiano, in piazza San Babila. «Lei è troppo giovane e non può ricordarlo, dice, quasi parlasse a un nipotino. Nell’85-86 sì che c’è stato un rialzo, ma di quelli veri. Ma ora finché siamo schiavi dell’estero i nostri titoli per forza resteranno bassi. Oggi la guerra mondiale la si combatte così; guardi lì (e indica le cifre che corrono sul monitor): le pare, le Generali a trentamila? Ma le Generali, se fossimo liberi, dovrebbero valere almeno 40, 50 mila!».
• Inutile discutere su questa base. Il signor Bulgheroni forse non lo sa, ma è il campione di una razza in estinzione, quella della ”Borsa-fai-da-te”. Nell’era della professionalizzazione spinta, e dei computer che seguono i mercati 24 ore su 24, il gioco di Borsa non ha più senso. Il gusto dell’azzardo può indirizzarsi al massimo su un rischio diciamo così di ”secondo livello”. Come quello che ha investito nelle settimane scorse la Gesticredit, la società di gestione dei fondi del Credito Italiano, che ha proposto due nuovi prodotti contemporaneamente: un fondo obbligazionario italiano, denominato ”Cedole”, e un fondo ad alto rischio, denominato ”Mercati emergenti”, specializzato negli investimenti in Argentina, Botswana, Brasile, Bulgaria, Repubblica Ceca, Cile, Cina, Colombia, Corea del Sud, Croazia, Ecuador, Filippine e via elencando, fino all’Ungheria e il Venezuela. I piani del Credit prevedevano di vendere 8 ”Cedole” ogni 2 ”Mercati emergenti”. E invece, almeno nelle prime settimane, il fondo che investe nel Botswana ha conteso il primato al ”fratello”. Chi ha fatto la scelta del rischio stavolta non ha sbagliato: dopo il primo mese di vita la quota del fondo ”a rischio” (emessa a 10.000 lire) valeva circa 10.300 lire. Quella del fondo ”sicuro” era sotto il nominale, attorno alle 9.970 lire. Decisamente la sicurezza non è di questo mondo.