Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 26 maggio 1997
In un recente e garbatamente incisivo articolo sull’’Herald Tribune”, Philip Allott fellow del Trinity College di Cambridge, dichiara che l’Inghilterra ha posto fine al fenomeno, per la quale essa è stata giustamente famosa nei secoli, della ”ruling class”
• In un recente e garbatamente incisivo articolo sull’’Herald Tribune”, Philip Allott fellow del Trinity College di Cambridge, dichiara che l’Inghilterra ha posto fine al fenomeno, per la quale essa è stata giustamente famosa nei secoli, della ”ruling class”. Vista la fonte dell’informazione (il Trinity College ha più premi Nobel dell’intera Francia e assai più dell’Italia) il messaggio è degno di fede. Le conseguenze della estinzione di una classe che ha dominato gli affari inglesi, e quindi quelli del mondo, per un tempo così lungo, non potranno che farsi sentire profondamente in patria e all’estero. Cosa farà il gregge privato dei suoi pastori è presto per dirlo. Chi erediterà il mantello della ”ruling class”?
Ma le considerazione di Philip Allott possono essere estese alle due regioni italiane che contavano una ruling class (una classe dirigente) potente quanto quella inglese e che anch’esse l’hanno perduta: la Sicilia e il Veneto. Della repubblica aristocratica di San Marco si può dire solo che gli inglesi la presero consciamente ad esempio. Ruskin, nella prima pagina delle ”Stones of Venice” addita la rovina della Repubblica ai suoi compatrioti e li invita a meditare sull’eventualità di una sorte simile, tanto sono simili la storia inglese e quella veneziana.
• La ruling class veneziana si autoaffondò nel 1797, con lo scioglimento del Maggior Consiglio, abbandonando il gregge che aveva guidato per mille anni al suo destino. La guida di quel gregge fu ereditata dall’Imperial-regio governo austriaco e, alla sua caduta, non passò al governo di Roma, come pretendono i veneti che non hanno ben studiato la storia, ma ad un connubio di parroci, vescovi e uomini politici cattolici veneti. La chiesa veneta aveva difeso il popolo contro la Repubblica aristocratica, che non ammetteva che alcuno, e tanto meno la Chiesa di Roma, attentasse alla sua sovranità, ma non era in grado di impedire ai parroci il controllo capillare del territorio.
• Per secoli i due poteri si divisero i compiti: i sacerdoti insegnarono al popolo il rispetto formale del potere statale, ma non la sua legittimazione, e furono padroni assoluti delle coscienze, dato che degli umili di terraferma, dei contadini odiati dal popolino veneziano, furono i soli ad occuparsi, facendo buon uso delle ricchezze della manomorta ecclesiastica. Fu dunque naturale che, con l’avvento della democrazia parlamentare, la Chiesa veneta organizzasse totalitariamente il consenso politico. I contadini e la piccola borghesia di Terraferma vessati per secoli dalla Repubblica, e difesi dal fiscalismo di San Marco solo dai preti, accettarono la loro guida anche nella organizzazione della rappresentanza politica. Per quasi cent’anni, gli uomini politici veneti espressero nel parlamento italiano un blocco ferreo di voti, col quale ogni maggioranza dové fare i conti. Nell’intervallo fascista, restando immutato il controllo di base del clero sul popolo, la rappresentanza delle istanze venete fu assunta da alcuni cavalieri d’industria, raccolti attorno a Giuseppe Volpi di Misurata e alle società elettriche e chimiche, che portarono l’industria pesante, e innumerevoli guai ambientali, sulla laguna.
• La ruling class veneta ha quindi, negli ultimi due secoli, subito due crolli, il primo a causa di Napoleone, il secondo determinato dalle conseguenze di Tangentopoli. La prima volta la guida del gregge fu ereditata da esperti pastori, prima austriaci e poi ecclesiastici. La seconda, per la parallela crisi di laicizzazione che ha investito tutta la società italiana e massimamente i luoghi dove la Chiesa era più forte, i successori alla guida del gregge non si sono ancora manifestati. Dovrebbero essere i nuovi protagonisti della società veneta, i piccoli e medi imprenditori. Ma osta a questa soluzione l’anarchia profonda e il ribellismo di questo ceto, che deriva direttamente dalla società contadina, per secoli martoriata dal serenissimo governo che sempre fu veneziano e mai veneto, sottoposta al controllo prima delle spie del Maggior Consiglio e dei brutali ”Cappelletti” (la polizia interna della Serenissima), poi dell’occhiuto governo austriaco, e sempre dell’onnipresente organizzazione ecclesiastica. I contadini del Ruzante hanno così imparato a tacere e ubbidire, ma anche a esprimere improvvise vampate di rivolta capaci di estrema crudeltà. Un popolo cui si è insegnato a dire «comandi» «comandi» come indirizzo di saluto non può non covare nel suo seno l’anarchia e il ribellismo, e soprattutto un enorme desiderio di rivalsa sociale.
• Venuta meno la miseria, giunto finalmente un benessere non effimero, e basato sulle attività imprenditoriali degli ex contadini, questi hanno finalmente rotto il vincolo di soggezione nei confronti della Chiesa, perché le società di mutuo soccorso temporale da questa organizzate non servivano più al loro compito prioritario, quello di dar da mangiare agli affamati, di trovar loro il posto di lavoro alla Fiat di Torino, di educarne gratuitamente i figli.
• Come nel 1797, la organizzazione di potere che controllava il veneto si è autodissolta. Il clero ha fatto la fine dell’aristocrazia. Il benessere dei singoli ha loro permesso di chiudere la distanza sociale che li aveva annichiliti per secoli e di poter finalmente passare dal «comandi»«comandi» alla disubbidienza religiosa e fiscale aperta.
• La ruling class siciliana, dopo lo splendido romanzo di Tomasi di Lampedusa e il memorabile film che Luchino Visconti ne trasse, è assurta a notorietà mondiale, grazie a due opere che ne celebrarono la dipartita storica. Il suo dominio era durato per mille anni. Fu sconfitto dalla vittoria di Garibaldi? Così pensa l’autore del Gattopardo, ma così non pensava Federigo de Roberto, per il quale la «razza dei Viceré» aveva mantenuto il potere tranquillamente, anche dopo l’Unità, esprimendo ancora una volta le capacità camaleontiche più che gattopardesche che le avevano permesso di restare padrona a casa propria per tanti secoli e sotto tante formali sovranità imposte dall’estero. Erano due paesi a eredità politica normanna, l’Inghilterra e la Sicilia, e le loro rispettive «Costituzioni dei baroni» furono scritte negli stessi anni, per gli stessi motivi, dagli stessi monaci normanni.
• Ma in Sicilia non ci fu mai Londra, e la mancanza di humus mercantile permise ai gattopardi siciliani solo di restare padroni a casa propria, mentre i loro cugini inglesi conquistavano il mondo. In mancanza di un clero che aggregasse il popolo e lo governasse, come accadeva nel Veneto, nel periodo postunitario venne enucleandosi il controllo mafioso, che svolse lo stesso ruolo. Anziché con il solidarismo e il capillare controllo delle coscienze, con l’uso di funzioni vicarie di giustizia e con il frequente ricorso alla sanzione estrema, nei confronti di contadini, borghesi, e persino di qualche gattopardo (si ricordi il delitto Notarbartolo). Come nel caso del Veneto, la Sicilia espresse nel parlamento unitario un poderoso e infrangibile blocco di voti, capace di influenzare qualsiasi maggioranza.
• Il controllo mafioso sul gregge siciliano lasciato orfano dai gattopardi fu in qualche misura ridotto dal Fascismo. Ma è bene ridimensionare anche questo mito, visto il benservito dato al prefetto Mori, quando cominciò a toccare gli intoccabili, e altri segni di resistenza, quali il fatto che negli anni Trenta a rappresentare gli industriali zolfari siciliani alla conferenza internazionale dello zolfo di Londra fu la solo apparentemente improbabile coppia costituita da Calogero Vizzini e Guido Jung, quest’ultimo ex ministro delle Finanze di Mussolini, finanziere assai noto a Londra e New York.
Ma è certo che, anche se la mafia si chinò, come fa il giunco quando passa la piena, essa fu pronta a riprendersi il potere quando fu chiamata dagli americani nientemeno che a preparare la liberazione della Sicilia. E di nuovo, nel parlamento repubblicano, il blocco dei voti siciliani è stato indispensabile a tutte le maggioranze, e chi lo controllava ha saputo assai bene usarlo ai propri fini.
• Il potere dei pastori mafiosi nei confronti del loro gregge sembra più duraturo di quello ecclesiastico nel Veneto. Questo non faceva ricorso al Terrore e usava la beneficenza e il controllo delle coscienze, sottrattigli dalla laicizzazione indotta dal benessere e dalla società dei consumi. La mafia sembra invece del tutto capace di cavalcare lo sviluppo economico, forgiandolo a suo vantaggio. Il suo controllo del territorio è completo, come dimostra il fatto che nessuno dei ragazzi di leva mandati a prendere parte all’operazione ”Vespri Siciliani” ha avuto torto un capello dalla piccola malavita cui ha certamente dato fastidio con la sua presenza. Sulla loro incolumità hanno vegliato quelli che sanno quali conseguenze potrebbero avere per la Sicilia e per il potere mafioso la morte violenta di qualcuno dei nostri ragazzi.
• Le due regioni italiane dove aveva prevalso una ruling class aristocratica di tipo inglese, anche dopo la crisi di essa hanno mantenuto per cent’anni la capacità di influire sulla vita politica dell’intero paese. Che accadrà ora che tanto radicali trasformazioni stanno avendo luogo nel Veneto? C’è un altro posto in Europa dove il clero cattolico ha perso il controllo sociale che aveva mantenuto per secoli. l’lrlanda del Nord, dove sembra aver prevalso una laicizzazione non scevra da aspetti ”siciliani”. Quel che accadrà nel Veneto dipenderà in misura elevata dal modo con il quale lo Stato italiano saprà far fronte alle spinte sediziose recentemente manifestatesi. Comportamenti borbonici (o anche del tipo di quelli adottati dall’lnghilterra nell’Ulster) risulteranno estremamente pericolosi. Ricordiamo infine che il Paese Basco è stato per decenni la regione più sviluppata della Spagna. Il benessere non basta a impedire la rivolta armata o il controllo di tipo mafioso del territorio da parte di una minoranza organizzata che fa leva sull’irredentismo. Il Veneto ha espresso la sola mafia autoctona che abbia prosperato nelle regioni centro-settentrionali del nostro paese. Speriamo che il governo e la Stato italiani siano capaci di abbastanza saggezza da impedire la saldatura tra irredentismo e criminalità organizzata. E che il clero veneto non veda nell’irredentismo una possibilità estrema per riprendersi il controllo del popolo sfuggitogli con l’arrivo del benessere e della laicizzazione della società veneta.