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 1997  maggio 19 Lunedì calendario

Anche in Francia ci sono, come in Italia, la Camera e il Senato

• Anche in Francia ci sono, come in Italia, la Camera e il Senato. Senato. Non conta niente. Non è neanche eletto dal popolo, ma solo dai rappresentanti delle istituzioni locali. Camera. Detta anche ”Assemblea nazionale”. Si elegge ogni cinque anni con un sistema maggioritario a doppio turno (soglia di ammissione al secondo turno: 12,5 per cento degli elettori, al ballottaggio cioè possono arrivare più di due candidati). Il presidente della Repubblica si elegge ogni sette anni, con un sistema maggioritario a doppio turno diverso da quello adottato per la Camera: vanno ”in finale” per forza i primi due candidati e il vincitore avrà di conseguenza più del 50 per cento dei voti.
• Contraddizione. Può capitare che il Presidente della Repubblica appartenga a uno schieramento e la maggioranza della Camera a un altro? Certamente ed è per questo che il sistema francese viene chiamato ”semi-presidenzialismo”. Nel 1993, alle ultime legislative, il presidente era di sinistra (il socialista Mitterrand), la maggioranza parlamentare di destra (476 seggi su 577). Mitterand dovette nominare primo ministro l’avversario Edouard Balladur. Tuttavia, secondo l’articolo 12 della Costituzione, il presidente può sciogliere le Camere quando vuole. Nella quinta Repubblica «di questo potere avevano già fatto uso due volte De Gaulle e altrettante Mitterrand, in genere per armonizzare la maggioranza parlamentare con la loro politica di presidenti neoeletti». (Gianni Marsili).
• Chirac. Anche Chirac si è avvalso di questa possibilità e ha sciolto la Camera. Si vota domenica prossima invece che nel 1998, scadenza naturale della legislatura. Chirac però dispone già di una maggioranza di amplissime proporzioni, più dell’80 per cento dei seggi parlamentari e va perfettamente d’accordo con il suo primo ministro Alain Juppé. Come mai allora scioglie l’Assemblea e rischia di trovarsi con una maggioranza parlamentare più debole o addirittura con un capo del governo che appartiene allo schieramento avversario?
• Perché. Il problema non è la tenuta dell’attuale maggioranza, ma la scadenza dell’Euro, che, in Francia, cadrebbe pochi mesi primi della fine della legislatura, quindi in piena campagna elettorale. E Chirac ha più probabilità di vincere le elezioni oggi che non tra un anno. Perché il governo è in calo di consensi e lo sarebbe ancora di più dopo le misure impopolari che deve prendere in questi mesi per uniformarsi ai criteri di Maastricht. «Alle presidenziali del ’95 Chirac fece una campagna ”gollista” nazionale e sociale ... Promise che il suo governo si sarebbe dedicato principalmente alla lotta contro la disoccupazione. L’Europa e l’Unione economico-monetaria furono evocate distrattamente. Dei due maggiori sostenitori di Chirac uno, Alain Juppé, era favorevole all’Unione, ma l’altro, Philippe Seguin, era contrario. Grazie all’ambiguità della sua campagna elettorale Chirac raccolse voti europei e antieuropei. Ma non appena fu eletto fece una brusca sterzata europea: nominò Juppé alla testa del governo, incontrò Helmut Kohl a Strasburgo, rafforzò l’asse franco-tedesco, lasciò chiaramente intendere che la Francia avrebbe rispettato i parametri di Maastricht e considerò il rigore finanziario più importante della lotta contro la disoccupazione ... La sterzata creò un disorientamento che si ripercosse sull’azione e sulla credibilità del governo. Ogniqualvolta provò ad avviare una radicale riforma dello Stato assistenziale e previdenziale francese, Juppé dovette indietreggiare di fronte a una coalizione composta dalle sinistre, dai sindacati e da quella parte dell’opinione moderata che aveva dato a Chirac un voto nazionale e sociale, non europeo. Paradossalmente, l’esercito della maggioranza è troppo numeroso. Per portare la Francia nell’Unione monetaria il presidente francese ha bisogno di una maggioranza meno larga, ma più omogenea e chiaramente investita di un mandato europeo. Le elezioni francesi sono una prova di chiarezza». (Sergio Romano).
• Juppé. Cinquantenne, sindaco di Bordeaux, tecnocrate formato alla prestigiosa Scuola nazionale dell’Amministrazione (Ena) da cui sono usciti i grandi politici francesi (Giscard d’Estaing, Chirac, Fabius, Balladur, Jospin), ex ministro degli Esteri, nominato poi primo ministro da Chirac. All’inizio ha raccolto ampi consensi: tutti lo consideravano equilibrato e competente, l’unico in grado di coordinare all’interno della maggioranza liberisti e interventisti, euroscettici ed europeisti, gollisti fedeli a Balladur e gollisti fedeli a Chirac. Nel 1995 per le colossali proteste di piazza ha dovuto abbandonare la riforma previdenziale e della pubblica amministrazione. Ora Juppé è il primo ministro più impopolare nella storia della Quinta Repubblica. Negli ultimi sondaggi solo otto intervistati su cento desiderano che resti all’Hôtel Matignon e anche molti gollisti si augurano che, comunque vadano le elezioni, venga sostituito. «La sua figura ha finito con l’incarnare il tecnocrate arido, meccanico, matematico, che traduce l’umanità in cifre» (Bernardo Valli). Un autorevole esponente della Destra ha detto: «Se Jacques Chirac manda un segnale per dire che ha deciso di cambiare il primo ministro, le elezioni le vinciamo noi. Se sostiene il suo primo ministro, perdiamo. Se resta nell’ambguità, finirà 50 a 50». Programma di Jospin: meno Stato, più mercato, liberare l’impresa per creare occupazione, costruire la Grande Europa.
• Lionel Jospin è il socialista leader dell’opposizione. Sessant’anni, figlio di un insegnante di lettere (socialista) e di un’ostetrica, professore di Economia all’Università, pupillo di Mitterrand, lo sostituisce nell’81 alla guida del partito socialista. Nel 1995 affronta Chirac alle presidenziali e perde con il 48% dei voti. Domenica prossima corre contro l’attuale premier Alain Juppé per strappargli la maggioranza all’Assemblea nazionale. Immagine: carica morale del protestante, indenne dagli scandali che hanno coinvolto tanti protagonisti del mitterrandismo, toni dimessi, modi sobri: «I cronisti nella campagna elettorale delle scorse presidenziali lo avevano scoperto alla ricerca di qualche abito decente, che evidentemente mancava dal suo guardaroba, per presentarsi al ballottaggio contro Chirac. Si è ripetuto anche questa volta, quando si è visto che arrivava ai comizi in taxi perché, essendogli stata rubata la macchina, aspettava i soldi dell’assicurazione per comperarne una nuova». (Gabriele Invernizzi). Punti salienti del suo programma economico, appoggiato dai comunisti e dai Verdi: rilancio della domanda, con 700.000 posti di lavoro per i giovani (metà nel settore pubblico, metà nel privato), riduzione progressiva dell’orario di lavoro da 39 a 35 ore senza diminuzione dei salari, calo dell’Iva sui prodotti di prima necessità; aumento della tassa sul capitale. «Noi vogliamo, a livello europeo, un governo economico dotato di un veto di fronte alla Banca centrale. Trovo deplorevole che la politica di austerità dell’attuale governo sia stata spesso giustificata con la necessità contabile di rispettare i criteri di Maastricht. questo che ha contribuito ad alimentare nella popolazione un sentimento antieuropeo. Essere moderni non significa pensare all’economia unicamente in termini di moneta o di fiscalità». Altre condizioni poste da Jospin per la partecipazione della Francia all’Euro: 1) la valutazione ”in tendenza” dei criteri di Maastricht. 2) L’inclusione, subito, di Italia, Spagna ed eventualmente Gran Bretagna (se ne facesse richiesta).
• Se vince... «Se le elezioni saranno vinte dai gollisti e dai liberali di Giscard, permetteranno al governo di fare con energia e coerenza ciò che sinora ha fatto parzialmente e debolmente». (Sergio Romano). «Ma se vincerà Jospin (grazie anche ai voti di Le Pen) vi sarà uno scenario sconcertante: un presidente della Repubblica di destra ed euroconvinto, Chirac, con un governo di sinistra guidato da Jospin che vuole invece rivedere i criteri del trattato di Maastricht. Un caos totale nel cuore dell’Europa. Forse sufficiente a rimettere in discussione (per sempre?) la moneta unica» (Fabrizio Coisson).
• La Francia ha un’inflazione del 2% (aprile ’97), il Pil nel 1996 è cresciuto rispetto al ’95 dell’1,3% (risultato mediocre). Il deficit di budget sul Pil nel 1996 è del 4,1% (invece del 3%), l’indebitamento pubblico nel ’96 è del 56,2% sul Pil (Maastricht lo fissa al 60%). Occupazione: più di tre milioni di persone, il 12,8% della popolazione attiva, è senza lavoro; cinque milioni hanno contratti precari e sono sottopagati. Fisco: in due anni 200 miliardi (circa 60 mila miliardi di lire) di nuove tasse. La pressione fiscale nel ’97 è il 45,7% del Pil. Spesa pubblica ’96 e ’97: 1.563 miliardi di franchi. Nella finanziaria ’98 è previsto il congelamento della spesa su questi livelli. Il che vuol dire ridurla, in termini reali, dell’1,5% (la percentuale prevista per l’aumento dei prezzi) e tagliare oltre 5.500 posti nella pubblica amministrazione, causa il mancato turn over.
• Un francese su cinque non sa per chi voterà domenica prossima e un terzo di coloro che credono di saperlo confessa che la sua scelta non è definitiva. Per due terzi degli elettori non c’è più diffrenza fra destra e sinistra e questo scetticismo coinvolge il 72 per cento dei cittadini nella fascia d’età fra i 18 e i 34 anni. Due settimane fa ”Le Monde” dava soltanto 20/30 deputati in più alla destra. E, negli indicatori della popolarità, il 74 per cento dei francesi si diceva deluso da Chirac mentre solo il 21% era soddisfatto del governo Juppé. Negli ultimi giorni il centro-destra avrebbe recuperato: nel sondaggio pubblicato da ”Le Journal du dimanche” una settimana fa la maggioranza uscente raccoglierebbe il 41% delle intenzioni di voto, ottenendo tra 101 e 165 seggi in più della sinistra, mentre al Fronte nazionale andrebbe il 13,5%.
• I francesi sono sempre stati tiepidi sul progetto europeo. Quando Mitterrand, nel settembre 1992, indisse il referendum consultivo sull’Europa i sì furono il 51%, i no il 49. Il presidente aveva chiesto, in tv, un plebiscito sull’Europa. Ricevette al contrario una risicatissima maggioranza (400 mila elettori).