Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 21 aprile 1997
Davvero sotto le mura di Troia, e sulle intricate rotte dei ritorni in Grecia, le cose andarono come Omero le racconta? Gli antichi si ponevano questa domanda, che noi non ci poniamo più
• Davvero sotto le mura di Troia, e sulle intricate rotte dei ritorni in Grecia, le cose andarono come Omero le racconta? Gli antichi si ponevano questa domanda, che noi non ci poniamo più. Alcuni credevano che Apollo e le Muse per primi avessero cantato quei versi, da ritenere perciò veridici e sacri; altri, che l’autore fosse un uomo, dunque potesse sbagliare, o anche mentire consapevolmente.
Quell’uomo - il poeta di nome Omero - aveva viaggiato attraverso la Grecia, di città in città per raccogliere notizie sulle imprese e sui ritorni degli eroi, prima che se ne cancellasse la memoria; quanto all’epoca in cui la sua inchiesta aveva avuto luogo, le stime divergevano: secondo alcuni, 24 anni erano trascorsi dai fatti di Troia, quando Omero, invocata la Musa, cominciò a raccontare; secondo altri, 127 secondo altri ancora, 160.
• Un giorno, durante il periodo dei viaggi preparatori, Omero aveva udito questa notizia: a Itaca viveva l’anima di Odisseo (che alcuni chiamavano anche Olisseo, nome che in latino si sarebbe trasformato in Ulisse), ed era possibile evocarla e interrogarla. Si era imbarcato sul primo battello , era giunto sull’isola, aveva scavato una fossa, sacrificato un animale, e subito l’anima dell’eroe era risalita sulla terra e gli si era posta accanto. «Ti ricordi quello che accadde a Troia?» aveva chiesto Omero. «Mi ricordo tutto per filo e per segno - aveva risposto Odisseo - ma non ti dirò niente se non riceverò come ricompensa lodi nel tuo poema e non celebrerai la mia saggezza e il mio valore». Ottenuta la premessa, aveva iniziato a parlare. Parlava secondo verità: davanti «al sangue e alle fosse» le anime possono mentire.
• Finito il racconto, l’anima dell’eroe aveva gridato, a Omero che si allontanava:«Palamede pretende giustizia da me per la sua morte e io so di aver agito ingiustamente edi certo dovrò scontare una colpa: infatti coloro che qui amministrano la giustizia sono severi, o Omero, e il supplizio è vicino. Ma se gli uomini, sulla terra, crederanno che io non abbia commesso quei crimini contro Palamede, la pena qui mi sarà meno dura. Taci di Palamede a Troia, non farne un guerriero, non dire che fu sapiente; altri poeti diranno queste cose, ma non sembreranno credibilil, se tu le avrai tralasciate». Questa sarebbe stata l’ultima astuzia di Odisseo: costringere Omero a essere l’araldo della sua fama.
E’ uno scrittore del III secolo dopo Cristo, Filostrato, a raccontare l’episodio in un dialogo, Eroico, che non veniva più tradotto in italiano dal 1830, e che ora è apparso, a cura di Valeria Rossi, presso l’editore Marsilio; ma l’accusa a Omero di essere stato infedele alla verità, pur di presentare in una luce favorevole Odisseo, doveva essere antica quanto l’Iliade.
• Odisseo: è lo stesso Omero a collegare quel nome al verbo odùssomai, «sono odioso». Odisseo odiava essere oggetto di odio: questo destino, che lo costrinse a soffrire e a far soffrire, lo aveva marchiato sin dall’inizio. Molti libri su Odisseo, e un film di Francis Ford Coppola sono annunciati per i prossimi mesi e anni. Si direbbe che tutto il mondo greco tenda a riunirsi per noi moderni intorno all’eroe della mente screziata. Ma la maggior parte dei lettori antichi percepivano in quel nome un freddo, infrangibile guscio di estraneità.
• Al contrario di Achille, Odisseo non era un eroe da amare. Si raccontavano con piacere gli episodi che dimostravano la sua bassezza, e le maldicenze non risparmiavano la moglie Penelope: di lei si diceva che lo avesse tradito non con uno, ma con tutti i Proci, e che dall’insieme di quegli adulteri fosse nato un figlio, Pan. «Baccante prostituta» la chiama Licofrone nell’Alessandra. Se certe fonti sono tardive, non è detto che lo fossero le tradizioni che attestano.
• Come ci ricorda il racconto di Filostrato, la malvagità di Odisseo si era manifestata soprattutto nei confronti di Palamede. Per gli antichi, Palamede aveva combattuto sotto le mura di Troia, ed era il più sapiente degli eroi. Si diceva che avesse introdotto l’uso della moneta, che avesse calcolato la durata dei mesi osservando gli astri, che fosse stato l’inventore del gioco della dama, dei dadi, e di caratteri dell’alfabeto, in particolare la Y, la cui forma gli era stata suggerita dal volo delle gru.
Palamede è poeta e scienziato, nonchè guerriero. intorno a lui tende le sue reti Odisseo, furbo, paziente e spregiudicato. Il loro odio nasce così: Odisseo non vuole partire per Troia, nonostante l’impegno, preso al momento del matrimonio di Elena, di essere solidale con Menelao; si finge dunque pazzo e, aggiogati allo stesso aratro un cavallo e un bue, se ne va per i campi, spargendo sale nei solchi. Da poco ha avuto un figlio. Palamede, incaricato di costringere Odisseo a partire per Troia, appoggia il corpo del piccolo Telemaco sul terreno, là dove sta per passare la lama dell’aratro. Per non uccidere Telemaco, Odisseo rinuncia alla sua finzione. Lui, l’uomo astuto par excellance, viene vinto da un’astuzia. Ci doveva essere un arguto piacere nel raccontare che i più valorosi tra gli eroi avevano cercato in tutti i modi di non combattere. Per non andare a Troia Achille aveva indossato abiti femminili e si era mescolato alle donne, nella reggia di Sciro. Fu Odisseo a smascherarlo, ma Achille non gli portò rancore. Il rancore di Odisseo per Palamede fu invece inestinguibile.
• A Troia Odisseo fece confezionare a un prigioniero una falsa lettera di Priamo, da cui risultava che Palamede si era offerto di tradire i Greci. Questa trappola conteneva una sorta di contrappasso: Palamede, che aveva lavorato a perfezionare la scrittura, attraverso la scrittura veniva inchiodato. Poi Odisseo assoldò uno schiavo di Palamede perchè nascondesse dell’oro sotto il letto del padrone. Era la prova del tradimento e Palamede fu lapidato. Così potevano essere distrutti gli avversari: montando false accuse.
• Numerose opere i tragici dedicarono a Palamede e a suo padre Nauplio: la sorte, che sa quello che fa, ha voluto che tutta quella letteratura avversa a Odisseo non pervenisse sino a noi; ma alcune tragedie rimaste (per esempio il Filottete) sono sufficienti a dimostrare l’ostilità che i grandi tragici nutrivano nei confronti del più astuto fra gli eroi. Per loro, come per il Pindaro delle Nemee, Odisseo era il vilain. Solo all’inizio dell’Aiace di Sofocle, là dove rifiuta l’invito feroce di Atena a ridere del nemico in preda alla follia, il vilain mostra una complessità e una raffinatezza etica inattese.
• Non solo i nemici, ma anche gli amici si dovevano guardare da lui. Una notte, insieme a Diomede, riuscì a penetrare scalando un muro, all’interno della città di Troia, e a rubare una preziosa effigie, il Palladio. Erano ormai di ritorno, Diomede davanti con la statua, Odisseo dietro; ma quest’ultimo, desiderando per sè solo la gloria dell’impresa, meditò di uccidere il compagno; lo avrebbe fatto, se un raggio di luna, che fece lampeggiare la spada sguaianata, o un’ombra sul terreno, non avessero rivelato la sua intenzione. Da allora Diomede costrinse l’infido compagno a camminargli davanti.
• Queste e altre infamie i Greci raccontavano del più controverso degli eroi. Essere pro o contro di lui, preferire gli eroi nobili e semplici come Aiace,, Achille e il sapiente e candido Palamede, oppure Odisseo - paziente, labirintico, uso a nascondere ogni sua intenzione - era una scelta etica e anche estetica. Odisseo ebbe i suoi paladini (per esempio Antistene), ma l’impressione è che molto più numerosi fossero i suoi denigratori.
Di costoro, mentre l’antichità andava declinando, Filostrato riprese, in pagine che sono il cuore del dialogo Eroico, gli argomenti e le convinzioni. Durante il lungo ritorno da Troia, Odisseo fu amato da donne e da dee; così racconta Omero; ma - obietta Filostrato - Odisseo da tempo «aveva passato l’età dell’amore»; era un uomo «camuso, non alto, con gli occhi svagati a causa dei pensieri e dei sospetti».
• I Greci tendevano a enfatizzare la statura degli eroi: ogni volta che, scavando, rinvenivano qualche grande osso di animale, subito pensavano che fosse appartenuto a uno di loro. Di Odisseo, invece, si diceva che fosse piccolo. Lo stesso Omero, che non perdeva occasione di presentarlo nel modo più favorevole, si era lasciato sfuggire che era «più basso del figlio di Atreo», e che Atena era stata costretta a farlo «d’aspetto più grande e più robusto» perchè suscitasse l’ammirazione di Nausicaa. Forse Licofrone aveva solo un po’ esagerato quando nell’Alessandria l’aveva definito «nano». Molte cose collaborano alla formazione di un mito. In mezzo a eroi della statura più che normanna Odisseo ci sembra spiccare, anche per la sua statura, come il più vicino all’etnia piccola e vivace e irrequieta destinata ad essere il sale delle terre che si affacciano sul Mediterraneo.