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 1997  marzo 24 Lunedì calendario

La triste fiaba di ”Giovannino e il Pisello” comincia su un lettino di ospedale e finisce in un letto matrimoniale, dopo un naufragio durato 25 anni nell’oceano ancora sconosciuto e terrorizzante della nostra identità sessuale

• La triste fiaba di ”Giovannino e il Pisello” comincia su un lettino di ospedale e finisce in un letto matrimoniale, dopo un naufragio durato 25 anni nell’oceano ancora sconosciuto e terrorizzante della nostra identità sessuale. Giovannino era nato maschio, per errore era diventato femmina, era stato allevato come femmina, ma ha voluto tornare maschio. Aveva perso il suo membro da piccolo, ma non la voglia di essere uomo, confutando sia coloro che pensano che la sessualità risieda nei genitali sia chi pensa che l’ambiente e l’educazione possano modificare le preferenze sessuali. Questa del ”Principesso Pisello” che non voleva diventare una donna è una fiaba vera, dunque senza lieto fine e senza morale.
• E senza lieto inizio, visto che essa comincia 25 anni orsono su un lettino d’ambulatorio nel quale una bestia di chirurgo americano fu chiamato a eseguire su un neonato di otto mesi un intervento relativamente semplice. Johnny, Giovannino, era nato con una malformazione del prepuzio, la pelle che circonda il pene, e il chirurgo avrebbe dovuto tagliarla e ridurla, in una procedura non molto dissimile e non molto più complessa della circoncisione rituale praticata alla nascita nella religione israelita. Ma il medico era un cane e con la pelle tagliò via il resto. A otto mesi, Giovannino si trovò separato per sempre dal suo Pisello.
• Di fronte all’irreparabile, i genitori presero una decisione drastica e coraggiosa: poiché quel bambino non sarebbe mai potuto crescere come un maschio, decisero di farne una femmina. Giovannino fu castrato e i chirurghi, altri chirurghi migliori di quello che lo aveva mutilato, cercarono di completare il cambiamento di sesso fabbricandogli una vagina artificiale. Racconterà più tardi Giovannino, che è rimasto anonimo e conosciuto soltanto ai medici della American Pediatric Association che hanno seguito il suo caso, di essere cresciuto stupefatto dall’interesse continuo che la mamma, il papà, i medici manifestavano per i suoi genitali. Aveva un fratello gemello, Bob, un maschietto. «Mamma - chiedeva alla madre - perché nessuno guarda mai a quello che Bob ha tra le gambe e tutti guardano me?». La madre, poveraccia, inghiottiva le lacrime e dava risposte generiche, vaghe, sai, noi donne, siamo diverse, abbiamo bisogno di più cure...
• Coerenti con la scelta di fare di Giovannino una Giovannina, i genitori trattavano quella creatura da femmina. Nessuno, durante l’infanzia, gli disse mai che era nato maschio. Fu mandato in una scuola tutta femminile, dove litigava e menava le compagne che lo/la chiamavano ”cave man”, uomo delle caverne. Intuizioni infantili. Fu affidato sempre a medici e psichiatri femmine, per rafforzare la sua identificazione di genere. Naturalmente fu vestito da donna, acconciato da donna, fornito di giocattoli sfacciatamente, tradizionalmente femminili, bambolotti e pentoline, pizzi e nastri, niente giocattoli della liberazione femminista per questa bambina sotto la cui pelle tremava non l’invidia del pene altrui, come vorrebbero i Freudiani, ma il rimpianto inconscio del pisello suo.
• Ma se i seni della femminilità fisica stimolata da abbondanti ormoni cominciavano a diventare ovvi, il trapianto psicologico non attecchiva. Racconta il giornale dell’Ordine dei Pediatri citato dal ”New York Times” che Giovannino respingeva le insistenze della madre perché giocasse a truccarsi, a mettersi il rossetto, a calzare i tacchi, a infilarsi le calze da donna, a fare quei giochi che normalmente le madri reprimono nelle figlie troppe piccole, ironia della vita e della fiaba crudele.
• Lei/lui preferiva giocare a farsi la barba, pur non avendo peli in faccia. Cercava di far pipì stando in piedi come il fratello e il padre, nonostante le difficoltà meccaniche. E quando il seno cominciò a svilupparsi, sotto lo stimolo degli estrogeni somministrati dai medici, anzichè lagnarsi perché era troppo piccolo come fanno tante ragazzine a quell’età, piangeva perchè era troppo prepotente e visibile.
• Fu a 14 anni, un età delicata, di identità incerte e sempre ansiose anche per chi non ha avuto i genitali amputati per sbaglio e ricostruiti di segno opposto, che la finzione fisica crollò e la verità interiore venne a galla. Giovannina disse alla madre che era stanca di medici, di interventi plastici sul suo sesso, di punture di ormoni e di collants. Raccontò di sentirsi attratta dalle sue compagne femmine e indifferente ai maschi e, come tanti adolescenti che alla sua età annaspano nelle incertezze sessuali, di considerarsi ormai omosessuale. Quando minacciò di suicidarsi, la madre crollò: lei gli raccontò la verità, la sua nascita da maschio, il macello del chirurgo, la fatica, la pena di dargli/darle una vita apparentemente normale da femmina.
• Anzichè uno shock, la verità fu una liberazione per Giovannina tornato Giovannino. «Per la prima volta nella mia vita, tutti i miei istinti, le mie pulsioni, la mia stranezza acquisirono un senso. Ero un uomo perfettamente normale truccato, nel corpo e nella faccia, da donna». Chiese e ottenne di farsi una mastectomia, l’asportazione dei seni ormai sviluppati. Si fece iniettare ormoni maschili, dosi di quel testosterone che il suo corpo non poteva produrre, dopo la castrazione da neonato. A 16 anni, l’età della patente, si fece regalare un pick-up con le ruotone, un camioncino, il più maschiaccio e maschilista dei veicoli. E si mise a corteggiare le ragazze. A 20 anni, i chirurghi che avevano pazientamente costruito la sua femminilità, dovettero chinarsi di nuovo su di lui, disfare quello che era stato fatto, trapiantare lembi di pelle da altre zone del corpo - altra ironia crudele, visto che tutto il dramma era cominciato da un eccesso di pelle - e costruirgli un pene artificiale. A 25 anni, l’intervento plastico era riuscito abbastanza per consentirgli addirittura di sposarsi con una donna, madre di tre figli che lui adottò entusiasticamente come suoi. Giovannino aveva ritrovato il suo Pisello.
• Si dice, sui giornali medici, che ora Giovannino viva in pace, che la moglie non si lamenti di quel poco di amore fisico che lui le può dare, compensato da molto affetto per lei e per i suoi tre figli. « soltanto un po’ amaro» scrive il dottor Milton Diamond dell’Università delle Hawaii che da 20 anni segue il caso «per quello che gli è stato fatto, fisicamente e psicologicamente quando aveva 8 mesi» e non si può dargli torto. Dei sentimenti della moglie invece non sappiamo nulla, altro che lei era stata informata di tutta la storia, prima di sposare Giovannino. Ma pace non c’è invece nei circoli dei pediatri, degli psichiatri, degli studiosi di identità sessuali nel nostro tempo, del clone, del femminismo, della omosessualità militante e del dibattito furioso tra ”natura” e ”cultura”, fra ”deterministi” (la biologia è il tuo destino) e ”razionalisti” (la personalità è più forte degli attributi sessuali.
• Maschi o femmine si nasce o si diventa? Omosessuali si nasce o si diventa? La sessualita è in quello che una persona ha tra le gambe o in quello che ha dentro il cervello? «Il caso di Giovannino non prova assolutamente nulla, in un senso o nell’altro» interviene la psicologa Barbara Mackoff, autrice di un best seller, "Crescere femmina" sulla determinazione sessuale. « un caso unico».
• Forse, ma i medici che devono occuparsi di neonati venuti al mondo con ”genitali ambigui”, un po’ maschili e un po’ femminili chiedono come debbano comportarsi, quale volto di quella sessualità ambigua ed ermafrodita debbano - o possano mascherare. Non ci sono morali facili, nè finali hollywoodiani con musica sentimentale, per la triste favola di Giovannino e il Pisello. Soltanto una constatazione, se così vi pare: in materia di sesso, come in ogni altra piega della vita, siamo quel che vogliamo essere, e non quello che gli altri vorrebbero costringerci a essere. Abbiamo tanta paura dei cloni, in queste ore, ma la storia di Giovannino ci avverte che è sempre molto più facile manipolare il corpo di un essere umano che il suo spirito.