Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 3 marzo 1997
Alle cinque della sera di una domenica d’inverno limpida come l’anima di un bambino o di un pazzo, dalla terrazza panoramica dell’Empire State Building si può vedere tutto: l’oceano, Manhattan, la Statua della Libertà, il passato, e adesso, anche il volto della propria morte
• Alle cinque della sera di una domenica d’inverno limpida come l’anima di un bambino o di un pazzo, dalla terrazza panoramica dell’Empire State Building si può vedere tutto: l’oceano, Manhattan, la Statua della Libertà, il passato, e adesso, anche il volto della propria morte.
Alle cinque della sera di domenica scorsa un ragazzo biondo che veniva dalla terra di Amleto, la Danimarca e un vecchio arabo calvo che veniva dalla terra di Gesù, la Palestina, si trovarono insieme nella fila dei turisti, in attesa degli ascensori che li avrebbero portati all’86.mo piano, al belvedere. Erano separati da una cinquantina di persone, mostrano i videotape delle telecamere di sicurezza, sconosciuti l’uno all’altro, lontani come possono esserlo un vecchio palestinese e un giovane danese, eppure destinati a un appuntamento sul tetto di Manhattan che li avrebbe sposati per sempre nel matrimonio con la loro comune morte.
• Sull’ascensore salirono in due gruppi consecutivi, divisi da 115 secondi, il tempo dell’arrampicata, il ragazzo con un giubbotto da ragazzo, il vecchio con uno spolverino scuro da vecchio. Il ragazzo salì con pensieri da ragazzo, la sua donna americana nel Connecticut che era incinta del suo primo figlio, la sua musica che finalmente cominciava a dargli da mangiare dopo anni di fame con il gruppetto rock ”The Bush Pilots”, la visione di Manhattan che lo aspettava distesa ai suoi piedi docile e ormai addomesticata, pronta a offrire finalmente anche a lui, Christopher Burmeister, squattrinato chitarrista danese di 27 anni, la promessa delle sue ricchezze.
• II vecchio sale sull’ascensore con pensieri da vecchio, nato senza terra e senza identità nella Jaffa del protettorato britannico 70 anni or sono, cresciuto nella Ramallah della Palestina occupata dagli odiati ebrei, invecchiato nello stordimento rabbioso del ”tradimento” di Sadat e dell’Egitto, divenuto insegnante di inglese in una scuola palestinese, e ridotto alla miseria dopo avere perso 500 milioni di lire in una rapina negli Stati Uniti, dove era arrivato spendendo i suoi ultimi soldi per il viaggio e un alberghetto da pulci e con un passaporto del nuovo ”Stato” palestinese rilasciato ad Ali Abu Kamal.
Un perenne sconfitto che ora portava in una tasca interna del suo soprabito scuro lo strumento della sua giustizia privata, quello che avrebbe dato senso alla sua vita, saldato i conti chiarito la confusione che portava in testa. La Beretta semiautomatica calibro 38 che aveva comperato due settimane prima da un armaiolo della Florida, come avrebbe comperato un chilo di arance, in questo Paese così stupido - dovette aver pensato Abu Kamal - da vendere le armi anche ai suoi giustizieri.
• Quel che il vecchio non sapeva è che sul belvedere dell’Empire State Building, dove si era sfasciato un bombardiere B25 nel 1947 ammazzando 27 persone, dove si era aggrappato King Kong nel suo ultimo duello con l’umanità e dove Tom Hanks aveva finalmente trovato l’amore dopo le sue notti ”Sleepless a Seattle”, di americani ce ne sono sempre ben pochi. Sulla terrazza panoramica all’86esimo piano, 16 piani sotto la vetta che sta al 102esimo, è più facile ascoltare una conversazione o una lite in urdu, in finnico, in russo o in italiano spezzato nelle poche parole di esperanto turistico, «please you take picture of me...». E le cinque di questa domenica non facevano eccezione. C’erano una famiglia francese, una inglese, un gruppo di argentini, due danesi, una dozzina di taiwanesi, un pacchetto di giapponesi in confezione economica, tre famigliole indiane, tre belgi e qualche americano sparso. Stranamente nessun italiano.
• Ma nella sostanza aveva ragione Abu Kamal. Se l’America è la metafora del mondo, se Manhattan è la metafora dell’America, quel luogo pur con tutti i suoi stranieri era tanto America quanto la Casa Bianca o il Congresso. E il vecchio palestinese aveva scelto giusto in una nazione dove le sparatorie di pazzi che annaffiano supermercati con i fucili automatici sono cronaca trita, quel grattacielo antico di 68 anni, visitato da tre milioni di turisti all’anno, conosciuto ovunque con quella sua sagoma inconfondibile da siringa gigante puntata verso il sedere del cielo, avrebbe garantito risonanza planetaria alla sua giustizia.
• Abu Kamal si appoggiò alla balaustra alta, fatta per scoraggiare il salto di sotto. Estrasse la sua Beretta calibro 38, l’arma d’ordinanza degli ufficiali dell’esercito Usa (chissà se l’aveva scelta proprio per quello, in un guizzo di demente ironia?) e cominciò a sparare nel mucchio gridando qualcosa in inglese che aveva dentro più volte la parola «Egypt», Egitto.
• Nella Babele turistica trasformata in mattatoio, Jean-Luc Will, un turista francese, sentì il primo sparo. «Un jeu d’artifice», pensa. Hector Mendez, un peruviano, sentì uno strappo al braccio destro, e si voltò di scatto pensando a un «ratero», a un sorcio scippatore, prima di vedere la manica inzupparsi di sangue. Gerard Guntner, un tedesco, vide un giovane uomo accasciarsi al suolo e vomitare sangue dalla bocca.
«Ach Scheisse», sono corso a prendere subito bracciate di T-shirt nel negozio di souvenir - ah il tedesco sempre efficiente e lucido - per tamponare il sangue, rosso vero sul rosso finto del cuore su quelle stupide magliette «I love NY».
Accanto all’uomo che vomitava sangue, un’altra figura umana, la sagoma di un giovane biondo in giubbotto, stava a terra, composta, immobile, quasi senza sangue. Il primo colpo aveva ucciso Chris, il chitarrista danese.
• Poi cominciò il panico. Bambini piccoli spinti via dai turisti che correvano verso gli ascensori e che sono rimasti calpestati: due bambini sono all’ospedale seriamente feriti. Madri indiane, francesi, tedesche, belghe che si lanciavano sui loro figli per proteggerli dalla mandria dei turisti terrorizzati. Gente che si buttava a terra, cercando di farsi scarafaggio e scomparire nelle crepe del pavimento. Una signora straordinaria, con il sangue freddo di chiudersi nel gabinetto delle donne - luogo tabù per ogni maschio-e telefona con il suo cellulare al 911, il centralino della polizia, «seduta sul water per non tremare e svenire mentre componevo il numero», racconta.
• E Abu Kamal che continua a sparare, tra le grida, le spinte, il sangue, assaporando quel che la gente come lui può assaporare in momenti come questo. Sette colpi, dicono i bossoli, per un morto, il ragazzo danese, un ferito gravissimo quello che vomitava sangue, e altri sette feriti, fra le pallottole e i bambini calpestati dalla mandria.
Poi Abu Kamal si muove, fa qualche passo verso la vetrina del negozio di paccottiglia, guarda un momento in alto, verso il cielo trasparente e appena rosato dal tramonto di febbraio e punta la Beretta alla sua tempia.
«Ricordo una cosa, soprattutto», dirà Stef Nys, un businessman belga che era rimasto in piedi, impietrito «quando ha tirato il grilletto e ha sparato, dalla bocca gli è schizzata via la dentiera». Una dentiera palestinese. Una dentiera da profugo.
• Ore dopo, sono arrivate le dichiarazioni ufficiali, le conferenze stampa, il gioco a coprirsi il didietro della sicurezza interna che aveva soltanto tre guardie private nell’intero palazzo e le lagne dei giornalisti che domandano come sia potuto accadere, quali misure di sicurezza verranno prese, le solite chiacchiere di tutti i dopo tragedia, come se fosse davvero possibile perquisire 3 milioni di persone, in un edificio pubblico che attira visitatori da tutto il pianeta.
Il sindaco Giuliani, con la sua ”s”, resa ancorpiù ammosciata dalla tragedia, va in tv a rimettere insieme i pezzi della statuina di terracotta della ”sua New York”, della cittadina tornata tanto ospitale e sicura che era riuscito a creare e che le rivoltellate di Abu Kamal ora rischiano di sbriciolare con danni immensi al turismo: quei tre milioni di scalatori del grattacielo di King Kong, oggi il secondo in altezza a Manhattan dopo le torri del World Trade Center si lasciano dietro miliardi l’anno.
Per buona sorte di tutti, il vecchio era soltanto un uomo solo, sconvolto. Dunque niente riacutizzarsi della psicosi da terrorista arabo che afferrò la più importante città israelita fuori da Israele dopo le bombe ai grattacieli del World Trade Center.
• Leona Helmsley, la zarina immobiliare di Manhattan, la signora che aveva detto «le tasse le pagano soltanto i cretini», e si fece un po’ di galera, ha in gestione l’Empire State Building e ora promette di renderlo «più sicuro e godibile», e ha già cominciato a installare metal detector. Preparatevi a lunghe file, turisti.
I piazzisti di cliché giornalistici tornano a parlare di «America Violenta», anche se questa volta l’America non c’entra e una pistola si può comprare in ogni città del mondo. Ma perché Ali Abu Kamal, insegnante di inglese, abbia deciso di sparare alle cinque di una sera d’inverno sulla cima della siringa di Manhattan, e perché il colpo abbia ucciso un chitarrista di 27 anni non lo sapremo mai. La verità riposa con i cadaveri del vecchio di Palestina e del ragazzo di Danimarca. Il mistero della casualità della vita e della morte che nessun metal detector potrà mai svelare.