Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 10 febbraio 1997
Cara Susanna, forse ti sembrerà strano che una recensione a un tuo libro sia stesa in forma di lettera
• Cara Susanna, forse ti sembrerà strano che una recensione a un tuo libro sia stesa in forma di lettera. Di solito non si fa. Ma quello che sto per scriverti su Anima mundi, credimi, non è soltanto un articolo su un romanzo che non mi è piaciuto. di più: è la testimonianza di una forte delusione, dello stupore di leggere qualcosa che non ci si aspettava, e che in certi momenti provoca un senso di incredulità e di imbarazzo.
Possibile che proprio Susanna Tamaro, la più importante narratrice degli ultimi anni, abbia scritto un libro simile? Possibile che, nel rileggere le bozze, non ti sia venuta la tentazione di aspettare ancora un po’ prima di pubblicarlo? Possibile, ancora, che nessuno ti abbia detto che questo è un romanzo sbagliato? Sbagliato, si intende, dal punto di vista squisitamente narrativo: ti prego di non confondermi con coloro che stroncano Anima mundi per motivi ideologico-politici, con i quali non ho niente a che fare. Proprio per la stima che ho sempre avuto per te, mi dispiace che tu non sia stata sfiorata dal dubbio mandando in libreria 282 pagine di cui uno come me si sentirebbe di salvarne, forse, quattro.
• Mentre procedevo nella lettura, continuavo a dirmi: non è di Susanna questa scrittura sciatta e poco elegante, non è suo questo modo di raccontare così povero, cosi privo di appeal. Un’opera letteraria, lo sai, non è un’esercitazione per le scuole di scrittura. Inizi il libro con un pretenzioso «In principio era il vuoto», e pazienza. Ma continui peggio: «Dal vuoto è nato un intollerabile bagliore, si è sparso nello spazio, non c’era buio lassù, ma luce. Dalla luce è scaturito l’universo, schegge impazzite di energia...». Da dove arriva questa ambizione cosmologica? A me pare una scrittura banale, Susanna, una scrittura che tu non hai mai avuto, e che in certi brani può perfino ricordare quella dei romanzetti rosa esposti nelle edicole delle stazioni.
Ma forse è vano farti domande. Temo che non risponderai. Perché tu, Susanna, forse anche mal consigliata, non rispondi più a nessuno; certamente non a te stessa. Ti auguro di riuscire a vendere anche stavolta centinaia di migliaia di copie, milioni di copie; ma non sfuggo alla sensazione di trovarmi davanti a un inutile catechismo.
• I tuoi personaggi quasi non esistono. Walter, il protagonista, non ha una vera madre. E ha un padre ubriacone del quale, sostanzialmente, sappiamo soltanto che prende a calci armadi e porte. Anche Walter, colto da «furore», parola che usi di continuo, prende a calci porte e rompe sedie. E perfino Andrea, l’amico di Walter che finisce per fare il mercenario, prende a calci tutto. Tutti nel tuo libro prendono a calci tutto. Non riesci a descriverli davvero, a farli vivere nelle tue pagine: li fai soltanto sbottare d’ira, li dipingi violenti perché non hai voglia di raccontare la violenza vera. E dire che un tempo (mi riferisco al libro di racconti Per voce sola) lo sapevi fare come pochi. In questo libro appiccichi etichette qua e là, ma non riesci a far sentire il peso della storia, quella con la S maiuscola. Sì, c’è qualche guerra combattuta, qualche ombra di partigiano: di sfuggita si citano il maresciallo Tito e gli Ustascia. Ma è una storia da sussidiario, che non serve.
• Mi chiedo poi quale calcolo ti abbia spinto a mettere su carta frasi del tipo: «Tra il dire e il fare, diceva sempre la mia maestra, c’è di mezzo il mare. Ecco, era questo mare che volevo indagare». Sono frasi che non hanno la minima potenza espressiva, che appartengono a un linguaggio provinciale, dopolavoristico. Come quando usi la parola «fermenti» per parlare delle rivolte studentesche, e aggiungi: «Per curiosità sono andato a due o tre riunioni del collettivo della scuola. Si parlava di lotta al capitalismo e dittatura del proletariato... Non c’era niente di nuovo sotto il sole». Niente di nuovo sotto il sole! Tra il dire e il fare!
In un altro punto, leggo: «Ormai ero in ballo e dovevo ballare». E ancora: «Era maggio e l’aria tiepida della notte era già satura dell’odore dolciastro dei fiori». Un po’ più avanti, scrivi: «Le greggi umane erano rientrate nelle rispettive [sic!] case e le strade erano di nuovo deserte». Poi, due pagine dopo: «Lo splendore delle perle nasce da una ferita. Ecco cos’ero, un pescatore di perle. Da quando ero nato non avevo fatto altro che tuffarmi negli abissi più profondi per portare il tesoro in superficie». questo il romanzo teologico, scomodo, difficile che tu e il tuo editore avete deciso di propagandare?
• Il tuo Walter, diciamocelo, è una macchietta, non un personaggio. Per non parlare di Andrea, un caratteriale che ha letto Julius Evola (poco e male, fra l’altro) e ha il grilletto facile. La suora è un incrocio tra suor Germana e un predicatore New Age da tv via cavo americana. La parte in cui il tuo Walter va a Roma a cercare fortuna, poi, è molto superficiale. Descrivi i salotti letterari in un modo che a prima vista può sembrare ingenuo, ma che in realtà rivela un meditato disprezzo per gli intellettuali. Un disprezzo, credimi, francamente eccessivo.
• Mi sbaglio? Il tuo protagonista ascolta frasi del tipo: «L’arte è l’espressione della borghesia. La fine della borghesia è la fine dell’arte». O ancora: « finita l’era dell’arte come espressione dell’individuale. L’artista singolo, sofferente e privilegiato, non ha più senso di esistere. la collettività adesso che deve esprimere un sentire...». Siamo nel caricaturale, come vedi. Se pensi che fossero questi i salotti degli anni Settanta, forse hai sbagliato qualche frequentazione. La Roma che racconti nella parte centrale del tuo libro, fatta di sceneggiatori senza scrupoli e di aspiranti scrittori, di oscure stanze in affitto e di un incombente palazzone Rai, è una Roma fotografata da un giapponese stanco. Tutto è studiatamente convenzionale.
• Mi dolgo che questo libro venga tradotto in 30 lingue: non so che idea si faranno dell’Italia i coreani dopo aver letto Anima mundi. Un paese di dementi? Di assassini un po’ isterici, che soltanto in punto di morte riescono a chiedere perdono al mondo? Ma non è coraggio questo, Susanna, il tuo non è un libro difficile da accettare: è soltanto noioso, e a volte megalomane. Sembri odiare tutto ciò che hai intorno; salvo poi piegare i tuoi personaggi a una sorta di misticismo cristiano fatto di qualche scusa in punto di morte, con spiccioli di filosofia morale orecchiata qua e là.
Avresti potuto fare di meglio. Walter e gli altri avrebbero potuto interrogarsi sul senso della vita in un modo meno standardizzato, più suggestivo. Le biblioteche sono piene di testi di filosofi cattolici. Ma tu non hai bisogno di niente. E naturalmente nessuno ti capisce.
• Se poi ripenso al capoverso in cui racconti l’unica storia d’amore del libro, trovo che meriti una segnalazione speciale. E va bene: hai voluto chiamare Orsa l’amante di Walter. Ma non era il caso di aggiungere: «Era il nome più straordinario che io avessi mai potuto immaginare. Orsa era la femmina dell’orso, e siccome ero sempre stato un orso, era la meravigliosa conferma che eravamo fatti proprio uno per l’altro». Questa avrebbe fatto sobbalzare anche un editor della collana Blue Moon. Ma tutto il resto per Blue Moon va benissimo.
• Perfino nel finale il tuo Andrea sembra Cattivik. Non gli manca niente. C’è un padre che è costretto dagli uomini di Tito a uccidere il suo migliore amico, nel 1948: e sappiamo bene che tutto questo è tragicamente accaduto; poi il padre diventa muto per il dolore, non parla più, e il figlio comincia a odiare il mondo. Come lo odia Walter. Persino la suora, per un buon tratto della sua vita, odia il mondo. A lei gli Ustascia massacrano la famiglia intera; allora, gonfia di rancore, prende ad aggirarsi per ogni dove, e soltanto dopo si fa suora. Se aggiungiamo che anche il padre di Walter odia il mondo, e che tutti gli altri personaggi vengono trattati come vermi, Anima mundi è proprio un bell’esempio di generosità letteraria.
• La madre di Walter muore, il padre anche. Quelli di Roma sono dei minus habentes, che chiedono a tutti se conoscono Jean-Luc Godard. Andrea si suicida, ma dopo essersi arruolato nella legione straniera e aver ammazzato un numero imprecisato di uomini, donne e bambini nella ex Jugoslavia. La suora muore: rimane Walter a seppellirla, in un convento fuori dal mondo. Le ultime quattro pagine, che dovrebbero essere le più intense, sono da cartolina. Perfino la neve che descrivi sembra sintetica. Walter va in cima al monte e pensa: «Stavo lì e non ero più io ma il respiro delle balene addormentate nella profondità del mare. Ero un leone che camminava nella savana e la gazzella che si abbeverava al fiume. Ero il seme e la pianta e il piccolo cavallo che traballa sulle zampe. Ero il cavallo, la pianta e l’elefante morente il suo corpo enorme e saggio che si accascia stanco».
• Scrivi anche: «Poco prima del convento ho incontrato un cervo con grandi corna... Credevo che sarebbe fuggito vedendomi. Invece è stato fermo... Quando il cervo si è mosso, ho pensato che aveva ragione. C’era una Grazia nel mondo vivente e l’uomo faceva di tutto per esserne escluso». Ed eccoci all’ultima pagina, dove Walter riferisce il suo dialogo con la suora morente. Lei chiede a lui se ha capito cosa sia l’amore. Lui risponde: «Che cos’è?». E la suora: « attenzione». Prima di morire, la suora ha dato a Walter un foglietto da leggere. «Era la preghiera semplice di san Francesco. Quando ho letto: ”Perdonando si è perdonati. Morendo si risuscita a vera vita”, dal cielo ha ripreso a cadere la neve».
Hai chiuso così, Susanna, un libro che non è bello; e che non vale le polemiche che ha suscitato, né la copertina di ”Panorama”. Mi dispiace. So che sai scrivere in un modo meno composto, meno ipocrita. Ti aspetto alla prossima occasione.