Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 23 dicembre 1996
A pagina sedici del New York Times, in basso a due colonne, si leggeva ieri questo titolino: ”Un detenuto giustiziato, un altro ottiene una sospensione”
• A pagina sedici del New York Times, in basso a due colonne, si leggeva ieri questo titolino: ”Un detenuto giustiziato, un altro ottiene una sospensione”. Poche righe di fredda cronaca sull’avvenuta esecuzione di Lee Hoke e sulla revisione, da parte della Corte Suprema, del processo di Joseph O’Dell con conseguente sospensione della pena: questa la misura dell’evidenza, sul più grande e liberal quotidiano del mondo, della notizia che occupa in Italia le prime pagine di giornali e telegiornali.
• Quanto alla tambureggiante mobilitazione italiana a favore di O’Dell, qui negli Stati Uniti non se ne sa nulla: si vede che quando i corrispondenti americani in Italia propongono servizi sull’argomento, i desk delle loro redazioni li bocciano. L’interesse dell’opinione pubblica degli Stati Uniti nei confronti dell’opinione pubblica italiana per il loro sistema giudiziario e la pena di morte, sembra che sia zero. Almeno per ora.
• Questa frustrante indifferenza rispecchia comunque un dato di fatto: i cittadini di questo paese hanno liberamente scelto, a maggioranza , il ripristino della pena capitale per i delitti più atroci e non amano essere coinvolti emotivamente nelle esecuzioni. Le considerano tristi necessità. Note, ma rimosse fra le notizie brevi. Se intervistati, dichiarano con monotona sincerità di provare maggior pena per il silenzio degli innocenti trucidati, che per le grida degli assassini messi a morte dopo equi processi. Ammettono la possibilità dell’errore giudiziario, ma hanno fiducia nel loro sistema che obbliga i giudici al massimo scrupolo.
• Del resto, per la seconda volta la Corte Suprema ha sospeso l’esecuzione di O’Dell proprio per garantire che ogni possibile prova a discarico sia esaminata: se Joseph O’Dell sarà trovato innocente, dicono state tranquilli che non morirà. Se morirà, vorrà dire che non era innocente. uno scudo logico nel quale non si riesce a far breccia.
• Quanto alla crudeltà dei lunghi anni di attesa, i cittadini di questo Paese ripetono che è un effetto collaterale del loro meticoloso garantismo. E si mostrano suscettibili quando noi stranieri mettiamo in discussione il potere di controllo popolare sul loro sistema giudiziario che si esercita attraverso l’elezione dei giudici e poi con il potere delle giurie estratte a sorte fra la gente comune.
• Sull’opportunità della pena di morte, si affidano ai risultati degli istituti che monitorizzano la società: i dati sono controversi, ma cresce il numero degli osservatori convinti che la pena di morte funzioni davvero con un potere deterrente sui delitti più feroci. Dal loro punto di vista pratico e contabile, per ogni criminale soppresso si possono mettere in conto attivo alcune vite di innocenti risparmiate.
• In questo Paese non si considera inoltre equo spendere il denaro del contribuente per ”retribuire” un assassino mantenendolo a vita, mentre si considera gelidamente equo che un assassino particolarmente crudele e vile ”retribuisca” lui la società che ha danneggiato, pareggiando il conto con la propria vita.
una visione radicalmente opposta a quella dei Paesi di cultura cattolica in cui la vita è da salvare sempre, a cominciare da quella della pecora nera.
• Gli americani non sono affatto insensibili alle questioni di principio, prova ne sia che in questi giorni giornali e telegiornali sono pieni di opinioni sul dibattito del momento: se sia giusto o no mettere a morte assassini minorenni. L’America è divisa e il dibattito è molto pratico. Si cerca di stabilire che cosa sia più utile per la società.
Nessun interesse sulla sorte dei pregiudicati maggiorenni arrivati a destinazione dal boia.
• Vista dagli Stati Uniti la crociata italiana contro la messa a morte del solo Joseph O’Dell (il quale è probabilmente colpevole e non certamente innocente) sembra sospetta di un riconoscibile e storico ideologismo antiamericano, sempre in attesa di una occasione o un pretesto per divampare.
• La sorte di Joseph O’Dell non è un pretesto, viene gridato in Italia, ma una vita umana in pericolo. Questa giusta obiezione conduce però subito a uno snodo oltre il quale le vie della logica e dell’etica si dividono. I casi sono infatti due: o la battaglia per la vita di O’Dell è una battaglia esemplare, condotta per salvare la vita di tutti coloro che hanno un appuntamento col boia, e allora non si capisce perché questa stessa battaglia non sia stata generosamente combattuta anche per tutte le altre vite umane soppresse come mucche pazze nel carcere correzionale di Greensville.
Oppure quella per O’Dell è una mobilitazione per strappare un innocente a un ingiusto castigo. O l’una o l’altra. Invocare la morale universale per restringerla su un solo caso particolare escludendo gli altri, e gridare contemporaneamente all’errore giudiziario è sleale e sa di opportunismo.
• Sleale, perché è un modo di barare con la logica e truccare la realtà. Opportunistica perché produce una indebita manovra di pressione emotiva che punta a incassare un genere di consenso piuttosto equivoco. Tanto più sospetto in quanto è promosso e amplificato da un servizio pubblico televisivo che gode della fiducia della maggioranza di governo. Quale che sia il governo.
C’è dunque qualcosa di allarmante nella vicenda italiana tessuta su quella americana. Ed è curioso che molti giornalisti italiani che si trovano in America dicano in privato cose radicalmente diverse da quelle che scrivono, forse per timore di trovarsi fuori dal coro.