Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 5 maggio 2003
Il futuro dell’occidente si deciderà in Medio Oriente
• Il futuro dell’occidente si deciderà in Medio Oriente. Timothy Garton Ash: «Gli americani e gli europei hanno un prepotente interesse comune a che la democrazia, la pace e la prosperità si diffondano in Medio Oriente, non da ultimo affinché Israele sia un giorno fisicamente collegato all’Occidente da un mosaico di democrazie islamiche o post-islamiche. [...] Una conseguenza non intenzionale della guerra all’Iraq è che questo processo non può più attendere. La questione palestinese è oggi per il mondo arabo e musulmano e per molti europei una cartina di tornasole rispetto alla sincerità d’intenti dell’amministrazione Bush nel momento in cui afferma di voler liberare e democratizzare il Medio Oriente invece che occuparlo e colonizzarlo».
• Comincia una ”nuova era”? Il 29 aprile il parlamento palestinese ha votato con ampia maggioranza (51 a 18) la fiducia al nuovo primo ministro Abu Mazen: «Forse non è la fine del 74enne Arafat, che rimane pur sempre il presidente eletto dal popolo e, da quattro decenni, il simbolo della lotta per l’indipendenza. Ma il suo potere verrà indubbiamente ridotto dalla presenza, inedita, di un primo ministro dotato (sulla carta) di ampia autonomia» (Enrico Franceschini).
• Su Abu Mazen è difficile trovare un giudizio unanime. Guido Olimpio: «è un pragmatico, dice chi vuol fargli un complimento. Certo, è un pragmatico perdente, ribattono i critici. è un negazionista dell’Olocausto, incalzano i falchi israeliani. Non è neppure musulmano, appartiene alla setta Bahai, suggerisce un ex capo del Mossad. [...] Mahmmoud Abbas, questo il suo vero nome, nasce 68 anni fa nel villaggio di Harat Al Joura, sobborgo di Safed, oggi cittadina israeliana simbolo del misticismo e della cabala. Il padre manteneva la famiglia con un gregge di pecore e grazie alla vendita dei prodotti agricoli aveva rapporti con gli ebrei. Le relazioni tra le comunità non erano sempre facili. Un vicino, Aryeh Bandareli, ricorda che ”solo la presenza dei soldati inglesi e del formaggio” impediva scontri pesanti. Ma c’erano comunque scaramucce alle quali Mahmmoud non partecipava ”perché era troppo piccolo”. La vita di tutti cambia nella notte tra il 7 e l’8 maggio 1948, durante la prima guerra tra israeliani e arabi. Le forze ebraiche attaccano il villaggio di Abu Mazen usando un ”Davidka”, un mortaio rudimentale. Non fa danni, però provoca un rumore terrificante. Quanto basta per spingere gli arabi di Harat a scappare».
• All’età di 13 anni Abu Mazen diventa un profugo e si stabilisce in Siria. «A Damasco completa gli studi e diventa maestro in una scuola elementare. Dopo una laurea in legge, va a Mosca dove completa il suo dottorato. è il momento della politica. è tra i fondatori del Fatah, la principale componente palestinese. Dalla Russia, si sposta con la moglie e i tre figli nel Qatar diventando un uomo d’affari di successo. Nel 1988 viene eletto nel Comitato esecutivo dell’Olp e gli affidano il settore dei ”territori occupati”. Il suo nome assume una notorietà mondiale nel 1993 quando israeliani e palestinesi concludono in gran segreto gli accordi di pace di Oslo. Abu Mazen è uno dei negoziatori. Lo definiscono tenace, per nulla moderato. Qualcuno ne sminuisce il ruolo. In ogni caso la sua figura resta legata a quella svolta che porta alla nascita dell’Autorità palestinese nei territori. Abu Mazen ha la possibilità di tornare a Safed, ma la sua casa non esiste più: al suo posto hanno costruito una scuola religiosa ebraica. Il mediatore continua la sua missione nei territori. C’è da applicare Oslo. Le intese però non sono attuate fino i fondo, gli israeliani non mantengono fede alle promesse» (Olimpio).
• La rabbia esplode nel settembre del 2000, dopo il fallimento del vertice di Camp David. «Abu Mazen, che viene identificato come l’uomo del dialogo, resta defilato. Il raìs lo guarda con sospetto, pensa che stia tramando alle sue spalle con gli americani. Qualcosa di vero c’è. Non è un complotto ma il tentativo di trovare una via diversa alla lotta armata e al terrorismo dei kamikaze. Abu Mazen chiede che l’intifada sia demilitarizzata. Posizione che ne fa il candidato ideale - per gli americani - alla poltrona di premier. Persino Ariel Sharon spende parole di apprezzamento, lo invita nel suo ranch. Meno contenti i palestinesi. Temono un tradimento o peggio la svendita di una causa ancora popolare. Abu Mazen deve convincerli del contrario» (Olimpio).
• Una promessa ambiziosa. Forse anche troppo. «’Metterò fine all’anarchia delle armi, soltanto le forze di sicurezza saranno autorizzate ad averle, tutti gli altri gruppi devono consegnarle”. Esordisce così, Abu Mazen, al suo primo discorso nei panni di primo ministro davanti al parlamento palestinese. [...] Peccato che gli estremisti non ci pensino nemmeno, a deporre tritolo e kalashnikov» (Franceschini).
• La ”road map”, il piano di pace preparato dalla comunità internazionale, punta in una prima fase alla fine delle violenze: le due parti riprenderanno la cooperazione sulla sicurezza, sulla base del piano Tenet; i palestinesi dichiareranno di rinunciare al terrorismo e di riconoscere a Israele il diritto a esistere; gli israeliani si ritireranno dai territori occupati dal 28 settembre 2000 (inizio della seconda intifada) e affermeranno il proprio impegno a garantire la nascita di uno Stato palestinese indipendente.
• La seconda fase (giugno-dicembre 2003) ha l’obiettivo di arrivare alla creazione di uno Stato palestinese con confini e governo provvisori, basato sulla nuova Costituzione, tappa di passaggio verso una struttura definitiva. Saranno i Paesi del Quartetto (Stati Uniti, Russia, Onu e Unione europea) - autori della ”road map” - a valutare i progressi compiuti da israeliani e palestinesi e a dare l’eventuale via libera alla ”promozione” alla seconda fase. Subito dopo le elezioni palestinesi, i Paesi del Quartetto, in accordo con le due parti, organizzeranno una Conferenza internazionale di pace, che si occuperà anche delle relazioni di Israele con Siria e Libano.
• La terza e ultima fase (2004-2005) prevede il consolidamento delle istituzioni palestinesi, concreti e visibili progressi nel campo della sicurezza da entrambe le parti, progressi negoziali che possano condurre alla firma di un trattato di pace conclusivo. Agli inizi del 2004, il Quartetto, consultando sempre le due parti, promuoverà una seconda Conferenza internazionale per approvare l’accordo raggiunto sullo Stato palestinese provvisorio e lanciare il processo che dovrà concludersi con la firma del trattato di pace nel 2005. Qui si dovranno stabilire i confini definitivi, lo status di Gerusalemme, la sorte dei profughi palestinesi, lo smantellamento degli insediamenti ecc.
• Morsicati da un serpente si diviene sospettosi anche d’una corda. David Grossman: «Chi vive in questa terra è stato morsicato così spesso e così violentemente nel recente passato, che oggi israeliani e palestinesi hanno seri dubbi sulle prospettive di successo di simili iniziative. [...]».
• Dalla ”road map” alla ”road kill”. Ammesso che Abu Mazen trovi un accordo con Hamas, non è chiaro fino a che punto Sharon abbia intenzione di rimuovere le sue truppe dai territori occupati: il premier israeliano dice che ciò avverrà dopo che i palestinesi avranno cessato le violenze. Un diplomatico occidentale: «I palestinesi devono vedere immediatamente che la cessazione della violenza porta loro benefici. Altrimenti si passerà dalla ”road map” alla ”road kill”».
• Non basta che Abu Mazen combatta il terrorismo. Yossi Beilin, ex braccio destro di Shimon Peres: «Israele deve fare la sua parte, interrompendo le rappresaglie, congelando le colonie, mettendo fine alle umiliazioni quotidiane dei palestinesi. [...] A questo punto mi va bene anche un’iniziativa a tappe. Purché Israele capisca che non può pretendere l’interruzione del negoziato a ogni attentato. Sarebbe come mettere la ”road map” nelle mani dei terroristi».