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 2000  aprile 01 Sabato calendario

Grande dizionario italiano dell’uso (6 volumi)

• Cantare: «Eseguire col canto».
• Canto. «Emissione di suoni musicali per mezzo della voce umana».
• Suono. «Vibrazione prodotta da un corpo in rapida e regolare oscillazione, che si propaga nell’aria o in altri mezzi elastici producendo una sensazione uditiva».
• Oscillazione. «Movimento di un corpo che avviene alternativamente fra due posizioni estreme».
• Corpo. «Oggetto materiale che ha una forma e certe proprietà fisiche».
• Oggetto. «Tutto ciò che è percepito dal soggetto come diverso da sé, ovvero il mondo esterno in quanto opposto al soggetto che pensa e conosce».
• Soggetto. «L’Io, in quanto realtà pensante, specialmente in opposizione all’oggetto pensato». Ma anche: «l’argomento su cui verte una discussione, la persona di cui si scrivono o si narrano le vicende, il soggetto in quanto dispregiativo (’bel soggetto il tuo amico!”), la persona o cosa che fa o subisce l’azione indicata dal verbo (in grammatica), oppure l’individuo sottoposto a cura o indagine clinica (un soggetto anemico), al cinema o in teatro il progetto iniziale di un film o di un’opera teatrale, nell’ippica il cavallo partecipante a una gara individuato in base alla genealogia o all’eta (un soggetto di due anni), in agricoltura la pianta o parte di essa che riceve l’innesto”. In questo senso ”soggetto” è attestato fin dal XIV secolo. Ma da prima del 1303 si dice ”soggetto” nell’altro senso, di ”sottomesso a un’autorità”, oppure di ”regione frequentemente interessata da fenomeni naturali quali terremoti” (cioè soggetta a terremoti) o anche ”predisposto ai disturbi (bambino soggetto alle coliche)” o anche di ”suscettibile di un’interpretazione erronea o controversa o di errori o anche di un giudizio malevolo o negativo (il tuo comportamento può essere soggetto a critiche)” o infine di ”posto in basso, in una posizione meno elevata, sottostante».
• Vocaboli. Numero di vocaboli adoperati da Dante nella ”Divina Commedia”: poco più di settemila. Numero di vocaboli adoperati da Manzoni ne ”I promessi sposi”: cinquemila.
• Parole: il vocabolario mio, quello tuo, quello di Manzoni, quello di Dante. La somma di tutti i vocabolari di ciascun parlante o scrivente, cioè il ”lessico”. Il lessico di una lingua sviluppata, come per esempio l’italiano: un numero di parole che sta nell’ordine dei milioni. Ma, se si considera che da ogni parola esistente, per esempio in italiano, si possono trarre nuove parole con la semplice aggiunta di un ”super” o di un ”anti”, i milioni diventano decine di milioni. E che dire di tutte le parole teoricamente possibili, ancora inesistenti, ma tuttavia ipotizzabili? «Ogni lingua in ogni momento è fisiologicamente disposta ad accogliere parole affatto nuove tratte dalle fonti più varie, gerghi, altre lingue, deformazioni scherzose, dialetti, innovazioni di linguaggi tecnici, acronimi, nomi propri di persona o di luogo...».
• Acronimo è una parola attestata per la prima volta nel 1950. Si tratta di un ”nome costituito da una o più lettere iniziali di altre parole. Per esempio: radar, dall’inglese ra(dio) d(etection) a(nd) r(anging)”. Oppure è un ”nome costituito dalle lettere iniziali di una parola e dalle finali di un’altra. Per esempio, motel, da mo(to) (ho)tel”.
• Atlanti. L’ottimo Oxford English Dictionary ha solo un quarto delle parole inglesi ad oggi attestate. «Un libro solo, un volume o un insieme di volumi non può pretendere di riprodurre puntualmente l’immane massa lessicale di una lingua in tutti i suoi usi, a meno che non segua la falsa strada di un famoso aneddoto: la strada di quegli zelanti geografi che, credendo di fare cosa utile al loro imperatore e signore, foggiarono per lui una carta geografica vasta tanto quanto l’impero stesso. Era e sarebbe una carta, ovviamente, inutilizzabile. Di più, nel caso di un dizionario di una lingua viva, i geografi dell’Imperatore dovrebbero trasformarsi in segugi di ogni scrivente e parlante e registrarne ogni nuovo vocabolo modificando e integrando ogni giorno, anzi ogni ora, la mappa».
• Vedere rosso. Le iuncturae, cioè le ”giunture”, altra tecnica creativa propria delle lingue. Si uniscono due o tre parole in modo tale che l’insieme significhi una cosa nuova, che non ha nulla a che vedere col significato originale dei suoi componenti. Per esempio: vedere rosso, cioè ”arrabbiarsi”, nessun rapporto né col ”vedere” né col ”rosso”. Per restituire a ”vedere” e a ”rosso” il loro significato originale basta introdurre un elemento spurio, ad esempio l’articolo: vedere il rosso, che significa proprio ”vedere il rosso” e non più ”arrabbiarsi”.