Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 3 aprile 2000
Salotti letterari
• Salotti letterari. Di moda tra gli intellettuali, da non confondere con quelli politico-mondani, ambìti ma non amati, di cui sono regine Daniela Santanché a Milano e Sandra Verusio a Roma.
• Una sera, un’idea. Tra gli appuntamenti romani ormai divenuti istituzione ”Una sera, un’idea”, presentazioni di libri a casa della scrittrice Gaia de Beaumont tra il Pantheon e la Minerva. Durante l’aperitivo un presentatore parla brevemente del libro. Poi, dopo la cena preparata da un cuoco professionista, si riprende la discussione («Ma quasi sempre si finisce a parlare di politica, a volte fino alle quattro del mattino»). Frequentatori: Abruzzese, Battista, Cotroneo, Debenedetti, Ferrara, Giovanardi, Mieli, Minore, Pirani, Scaraffia...
• Drammi. Valentino Zeichen, poeta, teorico del nuovo salotto culturale: «Bisogna rilanciare la conversazione. Il declino di questa abitudine è il vero dramma della nostra narrativa e del nostro cinema. Nessuno sa scrivere i dialoghi perché non ci sono più i salotti, vere e proprie scuole di conversazione, gli unici luoghi dove si possano imparare le regole di quest’arte. Altro che le scuole di scrittura, capaci solo di appagare il solipsismo nazionale». Nella bella stagione Zeichen invita nel suo giardino Eraldo Affinati, Franco Cordelli e Claudio Damiani, altrimenti va da Nico Garrone, critico teatrale de ”la Repubblica”.
• Tè pomeridiani. Daria Galateria, francesista con terrazza su via del Gesù, sta pensando di organizzare un tè pomeridiano: «qualcosa che sia totalmente slegato dalle contingenze di potere, che a Roma sono il vero motore degli eventi mondani».
• Sale da pranzo. A Rita Pane, moglie dell’armatore saggista Mariano, piace invitare gente nella sua casa in via Giulia o nella villa di Sorrento, e riunirla intorno a un tavolo «con piatti colti che stimolino la conversazione». «Il mio più che un salotto è una sala da pranzo».
• ª°??ilanesi. L’unico vero salotto culturale milanese appartiene all’avvocato Augusto Bianchi: nei 450 metri quadrati di Corso Venezia ogni giovedì da dieci anni si ritrovano a cena 50 persone, che nel corso della serata diventano anche 200-250.
• A Milano l’unico luogo sociale è l’azienda. «I pochi salotti occasionalmente aperti sono in realtà operazioni di marketing organizzate dai vari Alessandro Dalai, Inge Feltrinelli, Luca Formenton, per omaggiare insieme a 40-50 amici dell’editoria e del giornalismo, sempre quelli, qualche grosso autore straniero intercettato nel percorso Malpensa-Linate».
• Ozio. Elisabetta Sgarbi, della Bompiani: «Fa già abbastanza ridere il salotto inteso come ambiente della casa, figuriamoci come espressione culturale. Il salotto presuppone che l’autore viva in maniera oziosa. Qualcuno non se n’è accorto ma non sono più i tempi di quando Valéry Larbaud se ne andava passeggiando per l’Italia».
• Anti-Salotti. «Sono quelli di chi negherebbe fino alla morte di organizzare salotti, pensando si tratti di una brutta parola». Due gli schieramenti degli Anti-Salottieri: i Verbali (che ostentano noncuranza e poi frequentano di nascosto) e i Fattuali (che vi rinunciano davvero).
• Fattuali. Giuseppe Conte: «Io per il mangiare non ho problemi e allo champagne rosé ci arrivo da solo. E comunque in Liguria mancano le tentazioni. Anche se vinci tre premi Nobel non ti fila nessuno. Gli industriali sono totalmente refrattari. Il mecenatismo non esiste».
• Anti-Salotti romani. Tra i più prestigiosi Anti-Salotti di Roma quello di Mirella Haggiag, che organizza ricche cene in onore di giovani artisti nel sontuoso palazzo che condivide con gli Agnelli in via XXIV Maggio, di fronte al Quirinale. Un frequentatore definisce casa Haggiag «utile per creare contatti perché la lista degli invitati è attentamente bilanciata allo scopo di far conocere persone che poi potranno fare cose insieme».
• Salotti infrequentabili. Luca Beatrice, critico torinese: «Il salotto non è nello stile della città: qui si punta all’essenziale e non c’è tempo da perdere. In Italia gli unici veri salotti sono quelli romani, organizzati dalle signore bene del centro-sinistra. Infrequentabili».