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 1998  maggio 11 Lunedì calendario

Nella notte tra il 5 ed il 6 maggio, in Campania, centinaia di case sono state travolte da una valanga di fango e detriti

• Nella notte tra il 5 ed il 6 maggio, in Campania, centinaia di case sono state travolte da una valanga di fango e detriti. L’ultimo dato di cui disponiamo (aggiornato a venerdì sera) parla di 101 morti ed oltre 200 dispersi. Le province più colpite sono Salerno, Avellino, Caserta. Interi paesi distrutti, strade e piazze sparite, una frazione, quella di Episcopio, completamente cancellata.
• Della tragedia abbattutasi sulla Campania sappiamo quanto ne hanno pubblicato i giornali, nulla di più. «Un paio di cose però vorrei sapere, che invece non saprò mai. Primo: quali sono, con relativi titolari, i pubblici uffici che hanno rilasciato ai palazzinari (locali o d’importazione) licenza di costruzione su terreni che invece friabili appaiono anche a occhio nudo? Secondo: chi erano (avranno pure un nome, no?) coloro che, preposti al controllo per la salvaguardia del paesaggio e dell’urbanistica, hanno permesso la moltiplicazione di quei formicai umani che, oltre a sconciare quelle contrade, ne hanno predisposto le abitazioni a loculi?» (Indro Montanelli).
• Cos’è successo? « franato un intero canalone, dalla cima fino al cosiddetto conoide di deiezione. Un evento raro, aiutato dai ripetuti incendi boschivi che hanno desertificato un terreno già fragile. Non solo. In totale assenza di qualsiasi manutenzione forestale, i viottoli di accesso sono diventati i canali collettori dell’acqua, appesantendo ulteriormente il terreno. Ma il punto decisivo è un altro». Quale? «Il conoide, che un po’ come il ghiaione nelle valli alpine dovrebbe essere una tipica zona di tutela, anche perché è il luogo di ricarica della falda idrica sottostante, oltre che il punto dove normalmente franano i massi. Invece c’è un gran numero di costruzioni, molte delle quali abusive. Lo stesso ospedale di Sarno sorge proprio all’uscita di uno di questi conoidi» (Walter Ganapini, presidente dell’Agenzia nazionale di protezione ambientale).
• C’è da uscire pazzi dalla tragedia di Sarno per i morti e per i dispersi, ma anche per le follie dei vivi, «per il numero delle cose che in questo luogo della Campania , ma anche nel resto del Mezzogiorno e di Italia non sembrano più possibili.
A Sarno avevano una montagna. L’hanno ferita, devastata con gli incendi dolosi, con l’incuria o l’abbandono delle opere forestali, con i sentieri e i viottoli mal disegnati che si sono trasformati in fiumi di fango, con le case costruite sul conoide di deiezione. Per colpa di chi? [...]
Nella valle del Po fra Crissolo e Paesana ci sono quattro abitati sorti sui terreni alluvionali, dentro la fascia a rischio, in Valtellina il venti per cento della montagna potrebbe franare, due terzi di Italia sono terra ballerina e terra franosa. Non siamo più il paese delle tragedie annunciate, siamo il paese che ogni giorno si affida al miracolo delle tragedie scampate, rimandate [...]» (Giorgio Bocca).

• Il dissesto idrogeologico italiano ha fatto, in mezzo secolo, oltre tremila vittime, ha devastato un comune su due e ha provocato 150.000 miliardi di danni. «La bolletta pagata dagli italiani per le terapie intensive del giorno dopo ammonta a oltre quattromila miliardi l’anno, pari a 200 mila miliardi dal dopoguerra, una decina di miliardi al giorno. la stima del Servizio geologico nazionale sui costi di frane, smottamenti, erosioni, alluvioni, terremoti, eruzioni e altri disastri». «Il ministro dei Lavori pubblici Paolo Costa, già in una sua dichiarazione in Parlamento lo scorso anno rilevava gravi debolezze [...] e una assai incompleta attuazione della fondamentale legge per la difesa del suolo, la n. 183 risalente al 1989. Ad esempio è stata istituita solo la metà circa delle autorità di bacino previste [...] Ciò contribuisce a far sì che ogni anno l’entità del danno idrogeologico ammonti a circa tremila miliardi, coinvolgendo nel periodo postbellico il 55% dei Comuni italiani, con una perdita di più di tremila vita umane. Vi sono poi anni particolari: ad esempio nel 1994 le alluvioni nel bacino del Po provocarono richieste d’indennizzo per ben seimila miliardi. Tuttavia, da un’indagine compiuta dal ministero dell’Ambiente, risulta che dal 1989 al 1996 è stato eseguito meno del 50% degli interventi previsti e finanziati» (Emilio Gerelli).
• Il dissesto idrogeologico, legato anche al cambiamento climatico, c’è in Germania, c’è in Francia, c’è in Olanda. Solo che là non ci sono i morti. Perché? «Perché non ci sono le case lungo i fiumi che tradizionalmente esondano, non si fa costruire dove c’è pericolo di frane» (Walter Ganapini) «Il punto centrale è questo: come mai soggetti pubblici e privati dotati di normale razionalità si insediano in località notoriamente sottoposte a rischio di perdite anche gravi per calamità naturali? Non si tratta di autolesionismo. Il fatto è che risulta ormai diffusa la consapevolezza che in caso di danni provocati da tali calamità, interviene lo Stato con indennizzi talora anche piuttosto generosi, decisi sull’onda delle pur giustificate emozioni suscitate dalle circostanze. Viene dunque artificialmente eliminato , almeno in parte, il disincentivo a non localizzarsi in aree a rischio. Infatti le risorse finanziarie destinate ai risarcimenti sono di ammontare assai superiore a quello delle attività di prevenzione [...] I princìpi dell’economia e del buon senso insegnano che per rendere minimo l’onere sociale, i costi derivanti da eventi rischiosi vanno imputati a chi è in grado di evitarli, o di renderli minimi: costano meno alla società gli insediamenti in zone non sottoposte a rischio, piuttosto che in aree dove possono essere danneggiati, e poi indennizzati a carico del bilancio pubblico [...] Lo strumento esiste. Si tratta dell’assicurazione commisurata al rischio idrogeologico che grava sul soggetto che vi si è sottoposto, e che quindi opererà le sue scelte sulla base del costo sociale che esse provocano, senza addossare oneri alla collettività. Le soluzioni pratiche sono varie. Si va dalla proposta di un’assicurazione obbligatoria, alla semi-obbligatorietà applicata in Francia, dove chi sceglie la copertura incendio deve accettare anche la copertura per calamità naturali». (Emilio Gerelli).
• Evacuazioni. «La verità è che nonostante si sapesse che si rischiava la strage, si è permesso di costruire su terreni che non potevano star su. Quando c’è materiale vulcanico su rocce calcaree e pendenze come quelle dei paesi colpiti non c’è niente da fare. Non c’è barba d’ingegnere che possa evitare le frane». Dunque lei suggerisce di evacuare tutti gli abitanti delle zone a rischio. Ma si tratta di due terzi dell’Italia. «C’è rischio e rischio. Spostiamo chi abita in zone in cui la minaccia è grave. Certo, si tratta di centinaia di migliaia di famiglie, in larga parte concentrate in Campania dove si addensa il venti per cento dell’abusivismo nazionale. Ma non c’è alternativa. O si fa così o si aspetta il prossimo disastro». Il governo dell’Ulivo cos’ha fatto sinora per voltare pagina? «Come Lavori pubblici abbiamo preparato un testo, il provvedimento 2772, che risponde esattamente alle esigenze che oggi sono drammaticamente evidenti. La legge prevede che entro sei mesi dall’approvazione si stabiliscano i criteri per differenziare i territori in base al rischio idrogeologico. Poi le regioni avranno altri dodici mesi per stabilire la perimetrazione delle varie aree. E per ogni area di rischio scatteranno misure che arrivano fino al divieto assoluto di costruzione e all’allontanamento degli abitanti». Questo progetto non poteva essere varato prima del disastro? «Veramente abbiamo presentato questo testo un anno e mezzo fa ed è rimasto sepolto nei cassetti del Parlamento. Ora sembra che l’iter sia sbloccato». Se venisse approvato le responsabilità della pianificazione passerebbe definitivamente alle Regioni? «Per le perimetrazioni sì. Poi c’è un altro capitolo che riguarda il monitoraggio che dovrebbe far scattare in tempo il campanello d’allarme. Oggi esiste una rete di sensori inattiva: ci sono le stazioni dell’Enel, dell’Eni, della Forestale. Ciascuna di queste postazioni può ricevere segnali in grado di far capire che il pericolo è vicino. Ma non sanno a chi trasmetterli. Con la nuova legge sarà la Provincia a coordinare queste informazioni» (Gianni Mattioli).
• Il governo attribuisce questi sinistri a una mancanza di ”regole”, dovuta all’imprevidenza delle passate classi dirigenti, nazionali e locali. « una comoda ma smaccata menzogna [...] In vari altri casi dello stesso genere mi è capitato di andare a frugare tra le regole di cui si deplorava il vuoto e di perdermici come nella foresta amazzonica [...] Non ce n’era una che non eccepisse o non ne contraddicesse un’altra in un intreccio di articoli, richiami, commi e capoversi in cui tutto era minuziosamente previsto e predisposto, ma che sembrava fatto apposta per far perdere la bussola a chi si avventurava. Una sola, fra queste regole, regolarmente mancava, e credo che continui a mancare: l’indicazione, in caso di mancato o inadeguato funzionamento, di un responsabile e anche quella di una qualsiasi traccia che ne permettesse l’accertamento. In nessuna di quelle sciarade c’era un timbro o una firma che conducesse a qualche pubblico ufficio o ufficiale che non potesse invocare la copertura o l’avallo di qualche altro pubblico ufficio o ufficiale, in un intreccio di ”competenze” tale da fornire un alibi a chiunque si trovasse a posteriori implicato in un processo sulle responsabilità di un sinistro, che infatti resta, nei tre gradi di giudizio, sempre nel vago e si estingue con la morte (naturale) degli imputati» (Indro Montanelli).
• Dovrebbero esserci dei piani di bacino che censiscano queste condizioni di rischio, dovrebbero disegnare le aree di esondazione, alluvione, frana e «portare a strumenti che impediscano le edificazioni in queste aree e, là dove ci siano già degli edifici, vedere quali mettere in sicurezza con interventi di manutenzione e quali delocalizzare» Di questi piani di bacino non si parla da un mucchio di tempo? «La legge cosidetta della difesa del suolo che creava le autorità di bacino risale al 1989, ma non ha funzionato. Ad oggi, a distanza di nove anni, non esiste nessun piano, tranne qualche rara eccezione» (Walter Ganapini). «Dovrebbero esserci - dice il professor Walter Ganapini - dei piani di bacino per censire le zone a rischio di frana o di alluvione e stabilire quali edifici possono restarci e quali devono essere abbandonati. La legge che ha istituito i piani è del 1989. Ma, fatta la legge, quasi tutte le Regioni non hanno fatto i piani. Sì, la domanda, una domanda che forse non ha risposta, è questa: sarà ancora possibile fare del nostro paese un paese decente?» (Giorgio Bocca).
• La disponibilità di spesa è pari a circa un decimo della cifra che occorrerebbe. «Ma di questo decimo si riesce a spendere meno del quaranta per cento. inutile piangere sui soldi che mancano se non si riesce a utilizzare quelli che ci sono» Gli ambientalisti sostengono che un piano di rilancio della prevenzione nel settore idrogeologico porterebbe a diminuire la spesa complessiva dello Stato, perché diminuirebbero i costi delle catastrofi e rilancerebbe l’occupazione. Quanto costa un progetto del genere? «Già con i 1.500 miliardi l’anno per 10-15 anni si potrebbe fare molto se si agisse nella direzione giusta. Cioè se si investisse nella riprogrammazione del territorio trovando il coraggio di fare le scelte necessarie. Oltretutto si darebbe lavoro a circa 20 mila persone, senza calcolare l’indotto» (Roberto Passino, segretario dell’autorità di bacino del Po).
• Due terzi dell’Italia sono a rischio frana. Si possono individuare aree particolarmente esposte? «La valle del Toce, il fiume che sbocca nel Lago Maggiore ha caratteristiche simili a quelli della zona del Salernitano devastata. Poi c’è la Valtellina, in cui si è risposto alle frane con la filosofia dei grandi progetti senza sforzarsi di cambiare l’uso delle aree colpite. E ancora l’Appennino tosco-emiliano e la zona del Bergamasco-Bresciano. un elenco che potrebbe continuare a lungo» (Roberto Passino, segretario dell’autorità di bacino del Po).
• Cemento o dinamite? «Quando verrà l’ora della ricostruzione, ricordiamoci che l’urbanistica e il paesaggio italiani hanno bisogno non di altre, ma di meno ”regole” e, più che di cemento, di dinamite» (Indro Montanelli).