Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 30 marzo 1998
Scipionyx Samniticus, ”il primo dinosauro italiano” (’Scipio” da Scipione Breislak, primo scopritore, nel 1798, dell’area fossile di Pietraroia, vicino Benevento; ”onyx”, artiglio, per le tipiche zampe con cui il bipede carnivoro afferrava la preda; ”Samniticus” da Sannio, il nome latino della regione di Benevento e Pietraroia; i dilettanti che lo scoprirono in Campania lo chiamavano ”Ciro”, gli studiosi milanesi che l’hanno restaurato ”Ambrogio”), è lungo 23,7 centimetri (da adulto non avrebbe superato il metro e mezzo per 15-20 chilogrammi di peso) e sembra un lucertolone obeso
• Scipionyx Samniticus, ”il primo dinosauro italiano” (’Scipio” da Scipione Breislak, primo scopritore, nel 1798, dell’area fossile di Pietraroia, vicino Benevento; ”onyx”, artiglio, per le tipiche zampe con cui il bipede carnivoro afferrava la preda; ”Samniticus” da Sannio, il nome latino della regione di Benevento e Pietraroia; i dilettanti che lo scoprirono in Campania lo chiamavano ”Ciro”, gli studiosi milanesi che l’hanno restaurato ”Ambrogio”), è lungo 23,7 centimetri (da adulto non avrebbe superato il metro e mezzo per 15-20 chilogrammi di peso) e sembra un lucertolone obeso. Nato 113 milioni di anni fa, nel Cretacico inferiore, in un isolotto del mar Tetide dal clima tropicale (tipo le Bahamas di oggi), visse solo poche settimane e morì ancora cucciolo (lo si capisce dalla testa, molto grande rispetto al corpo, dagli occhi, enormi, dal muso, corto, dallo scheletro, incompletamente ossificato): uscito dal nido in cerca di cibo (insetti o piccoli animali, le grosse prede sarebbero venute dopo) fu travolto da un torrente d’acqua, trascinato in fondo a una laguna e lì seppellito.
Lontano parente del velociraptor (quello di Jurassic Park), carnivoro, aveva i denti superiori più sviluppati degli inferiori, in particolare il quarto molare, eccezionalmente lungo.
Secondo i paleontologi di tutto il mondo è uno dei più importanti vertebrati fossili scoperti, l’unico dinosauro del quale siano visibili i resti degli organi interni: intestini ben conservati, muscoli caudofemorali (quelli della coda) ben visibili, anelli cartilaginei della trachea in ottimo stato, «per non parlare delle unghie, che ancora ricoprono la parte ossea degli artigli, e di quella macchia rossastra in mezzo alle zampe» (per gli studiosi questa macchia indica i resti del fegato: lo indicherebbero l’ematite di cui è costituita, un minerale di ferro che potrebbe derivare da un forte accumulo di sangue «perché il fegato, per chi non lo sapesse, è un organo molto irrorato»).
• Sangue freddo o sangue caldo. Non è ancora chiaro se i dinosauri fossero a sangue caldo, come i mammiferi e gli uccelli, o freddo, come i rettili: Scipionyx sembrerebbe avallare la prima ipotesi (l’intestino corto indica un’alta velocità d’assorbimento e fa propendere per il sangue caldo).
• Il ritrovamento. Giovanni Todesco e la moglie Giovanna, marito e moglie di San Giovanni Ilarione (Verona), paleontologi dilettanti, in un pomeriggio d’inverno del 1980 si aggiravano per il massiccio del Matese. Giunti nell’area fossile di Pietraroja, all’epoca utilizzata come discarica e cava per pietre, raccolsero un pezzo di lastra e videro che dentro c’era qualcosa: «Non era come i ”libri” delle nostre parti, che si spaccano e si aprono in due parti simmetriche. Ricordo che allora la presenza del fossile si vedeva solo in sezione. Per questo ci siamo portati il pezzo a casa. Con pazienza e con alcune ore di lavoro io e mia moglie siamo riusciti a tirar fuori quell’animale strano». Per anni non capirono l’importanza di quell’essere che presero a chiamare Ciro, o anche ”cagnino”, «per via dei denti». Pensavano fosse un uccello primitivo. Così fino al ’93 quando, vedendo Jurassic Park, notarono la somiglianza tra i velociraptor protagonisti del film ed il loro Ciro. Presi dai dubbi, chiamarono l’amico Teruzzi del Museo di Scienze naturali di Milano: «Una scena memorabile. Lui che sbianca in volto, le gambe tremanti e dice: sono il primo studioso italiano che vede il primo dinosauro italiano. Gli ho dato una grappa».
Per via della legge del 1939 che vieta la raccolta di fossili, Scipionyx fu tolto ai Todesco (che ora si dicono pentiti: «tornassimo indietro ci comporteremmo diversamente [...] non abbiamo avuto neppure una stretta di mano»), portato alla Sovrintendenza di Napoli e di lì a Milano, dove per cinque anni è stato sottoposto ad un accurato restauro, fino alla presentazione di giovedì scorso, al Museo delle Scienze naturali.
• Nel 1983, sui colli piacentini, presso Lugagnano, venne alla luce il cranio di una balena rostrata, pregiatissimo perché completo di calotta e mostruose mandibole lunghe tre metri; nel 1993 a Besano, nel varesotto, furono scoperti i resti fossili di un ittiosauro di 240 milioni d’anni fa, parente di quello di Ganga, (Ancona), molto più recente (150 milioni di anni) ma ugualmente prezioso per l’ottimo stato di conservazione; nel ’91 sui monti di Trento un ricercatore scoprì la cosiddetta ”pista dei dinosauri”, vero e proprio camminamento utilizzato dagli animali centinaia di milioni d’anni fa, quando la zona era simile a un litorale poco profondo punteggiato da atolli; nel Parco naturale delle Prealpi Carniche, in Friuli, si possono ammirare orme di dinosauro di oltre 200 milioni d’anni fa; l’anno scorso, sulla via Palombarense, a Roma, furono rinvenute zanne di 300 milioni d’anni fa.
• Quando si parla di dinosauri vengono alla mente immagini esotiche di scheletri che affiorano dal suolo arido dei deserti d’Asia e d’Africa o dalle badlands nordamericane. «Nel corso dell’Era Mesozoica queste aree corrispondevano a vaste porzioni di terre emerse; nessuna meraviglia quindi che i loro resti si siano accumulati in gran numero nei letti degli antichi fiumi, delle paludi e dei laghi che all’epoca costellavano quelle regioni. Nel corso della stessa Era le rocce che oggi costituiscono buona parte delle Alpi meridionali e dell’Appenino si andavano formando sul fondo dell’estremità occidentale della Tetide, un oceano a forma d’immenso cuneo che, con la punta a Ovest fra Europa e Africa, si espandeva fino ad arrivare al Giappone e al Pacifico. Essendo queste rocce d’origine marina, la maggior parte dei fossili che contengono sono resti di animali che popolavano i mari. Era quindi giustificata l’opinione, corrente fino a una dozzina d’anni fa, che i dinosauri, animali terrestri, non avessero trovato un ambiente adatto nella regione corrispondente all’Italia di un tempo. Per la verità sulle Alpi erano noti resti di rettili terrestri in giacimenti di età compresa fra i 235 e i 220 milioni di anni fa; fra questi quelli del Ticinosuco, un rettile tecodonte simile a un coccodrillo ma con le zampe dritte, ritenuto un possibile antenato dei dinosauri [...] Una volta scoperta la chiave di volta di dove cercare, impronte di dinosauri sono state segnalate in un gran numero di località, e continuamente ne vengono scoperte di nuove; un quadro si è capovolto: le rive dei nostri mari brulicavano di Dinosauri» (Giorgio Teruzzi).
• Il Velociraptor, parente del dinosauro di Pietraroia, era alto poco più di un metro, lungo dalla testa alla coda da 2 a 4 metri, tutto sommato leggero (45-70 chili), gli arti posteriori da velocista, quelli anteriori lunghi e forti, dita artigliate in grado d’afferrare qualsiasi preda, in particolare un artiglio incurvato a forma di falcetto nel secondo dito del piede, con bordi affilati come un rasoio e straordinaria manovrabilità. Grazie a uno speciale legamento l’animale lo teneva sollevato contro la zampa durante la corsa e il riposo, in modo da sottrarlo all’usura. Quando correva a grandi falcate, il corpo parallelo al terreno, testa e zampe posteriori protese in avanti, poteva raggiungere i 50 chilometri l’ora e, manovrando come un timone la lunga coda rigida protesa all’indietro, poteva cambiare direzione repentinamente. Raggiunta la vittima, si metteva in equilibrio su una sola zampa, con l’altra dava l’assalto a colpi di falcetto. In presenza di una preda troppo grande, si alleava con alcuni compagni.
• Padre Giuseppe Leonardi («cappellano del triassico», «Giovanni Paolo Jones», «l’Hans Christian Andersen del Giurassico, metà ciabattino, metà narratore di fiabe»), parroco di Monteruscello, biblista e «scienziato con le mani callose», conosciuto in tutto il mondo come grande cacciatore di dinosauri, ispirato da «Dio, Darwin, Trotzkij». Entrato in seminario a vent’anni, studioso di dinosauri per passione e tradizione familiare (il padre Piero, geologo caposcuola con 500 pubblicazioni alle spalle, lo educò dandogli una caramella per ogni fossile trovato), comunista («perché in America latina non puoi farne a meno»), nella mano destra la Bibbia, nella sinistra il Diario del Che in Bolivia, missionario in Brasile cercò e trovò tracce di dinosauro sulle Ande boliviane, «tra gli indios ubriachi che ti infilano il coltello nella pancia tanto per gradire». Stremato dalla fame si salvò «sciogliendo granelli di caffè nell’acqua bollita e ribollita di una pozzanghera dove sguazzavano i maiali». Scovò impronte di dinosauri sul fondo dei fiumi, circondato dai piranhas «che solo raramente attaccano, gli scheletri spolpati e i corpi amputati sono solo letteratura».
• «Perché sono diventato un paleontologo? Perché un giorno ho pensato: qual è quella professione che mi permetterà di combinare arte, viaggi, avventura, biologia, geologia e storia? Quando ho risposto a quella domanda ho capito cosa sarei diventato: un paleontologo» (Paul Sereno).
• L’inizio dello studio scientifico dei dinosauri viene fatto risalire al 1824 quando William Buckland, professore di geologia, indicò con il nome di Megalosarus, «grande lucertola», alcune ossa e denti trovati a Stonesfield, nei pressi di Oxford.
Nel 1825 Gideon Mantell, chirurgo e paleontologo, descrisse i resti di un grande rettile (che chiamò Iguanodon), e si convinse dell’esistenza nel passato di grandi rettili erbivori.
Nel 1830 il paleologo tedesco Hermann von Meyer propose di riunire sotto il nome di Pachypoda i grandi rettili terrestri i cui resti fossili venivano scoperti negli strati rocciosi mesozoici. Nel 1841, grazie ad uno studio del paleontologo inglese Richard Owen, comparve il nome di ”Dinosauria” (lucertole terribili), e fu accertata l’esistenza di rettili con particolari caratteri anatomici, legati soprattutto alla locomozione, che inducevano a non considerarli più come una categoria molto ingrandita delle lucertole e dei coccodrilli, ma come organismi dagli arti dritti, che sostenevano il corpo al di sopra del terreno, alla stregua dei grandi mammiferi.
• Nel 1786, tre quarti di secolo prima di Darwin, poco dopo la rivoluzione americana, il barone Georges Cuvier dimostrò per la prima volta che le specie si estinguono. L’estinzione veniva considerata un evento banale: era semplicemente una prova di mancato adattamento. Negli anni Settanta, con l’enorme incremento della popolazione, la distruzione delle foreste pluviali, l’inquinamento, i cambiamenti del clima, ci si cominciò a chiedere se la specie umana avesse adottato un comportamento che l’avrebbe portata all’estinzione. Cominciarono a circolare nuove nozioni sulla morte dei dinosauri. Si sapeva che tutte le specie si erano estinte in un arco di tempo relativamente breve, nel Cretacico, circa 65 milioni d’anni fa. Alcuni paleontologi ritenevano che vi fosse stata una catastrofe, altri che la sparizione fosse stata graduale, in un arco da diecimila a dieci milioni di anni. Nel 1980 Luis Alvarez e tre suoi colleghi scoprirono un’alta concentrazione di iridio in rocce risalenti alla fine del Cretaceo e all’inizio del Terziario. L’Iridio, raro sulla Terra, abbonda però nelle meteoriti. L’équipe d’Alvarez sostenne che tutto faceva presagire che all’epoca una gigantesca meteorite, con diametro di molti chilometri, fosse entrata in collisione con la Terra, con conseguente ricaduta di polvere e detriti, cielo oscurato, interruzione della fotosintesi, morte di piante e animali, fine dei dinosauri. La teoria ebbe grande successo di media e di pubblico, mancava però il cratere di questo meteorite. Vennero indicati vari luoghi. Qualcuno fece notare che in passato si erano verificati cinque grandi periodi di estinzione: erano stati provocati tutti da meteoriti? Si potevano ipotizzare catastrofi cicliche ogni 26 milioni di anni?
• Nell’agosto del ’93 Ian Malcolm, matematico iconoclasta, annunciò che nessuna di quelle dispute aveva senso, era tutto un «congetturare futile e irrilevante»: «Prendete in esame le cifre. Sul nostro pianeta ci sono, al momento, cinquanta milioni di specie di piante e animali. Quella che a noi può sembrare una notevole varietà non è nulla a confronto di quanto è esistito prima. Si ritiene che, dal momento in cui ebbe inizio la vita su questo pianeta, vi siano state cinquanta milioni di specie. Ciò significa che oggi ne resta una sola su mille. Quindi, il 99,9 per cento delle specie che popolavano la Terra è estinto. E gli stermini di massa rappresentano solo il cinque per cento del totale. La stragrande maggioranza delle specie si è estinta una alla volta. La verità è che la vita sulla Terra è stata caratterizzata da un ritmo costante e continuo d’estinzione. In linea di massima, la durata media di una specie era quattro milioni di anni. Per i mammiferi, un milione di anni. Poi la specie scompariva. Quindi il vero schema era questo: le specie compaiono, si affermano e poi muoiono nell’arco di alcuni milioni di anni. In media, nella storia della vita sulla terra, si è estinta una specie al giorno».
• «Se l’uomo può produrre e ha effettivamente prodotto così grandi risultati con i propri mezzi di selezione, che cosa non può fare la selezione naturale? L’uomo può agire soltanto sui caratteri esterni e visibili: la natura può agire sopra ogni organo interno, sull’intero meccanismo della vita. L’uomo sceglie con la sola vista del proprio interesse; la natura opera esclusivamente per il bene dell’essere di cui si occupa, che viene così posto nelle condizioni di vita più opportune. Metaforicamente si può dire che la selezione naturale va scrutando ogni giorno e ogni ora per il mondo intero ciascuna variazione anche minima rigettando ciò che è cattivo, conservando e accumulando tutto ciò che è buono» (Charles Darwin).