Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 7 ottobre 1996
«Altri indicatori confermano questa ipotesi
• «Altri indicatori confermano questa ipotesi. Anzitutto l’atteggiamento cauto e quasi benevolo della stampa Usa: "Gli analisti americani - scrive il "Washingtono Post" - descrivono i Talebani come un ’movimento anti-moderno’ piuttosto che ’anti-occidentale’ e comunque, come dice il senatore repubblicano Hank Brown, ’fortemente anti-sovietico’ e ora anti-russo". La seconda sponda all’idea di un collegamento tra Washington e "studenti afghani" viene da un contratto multi-miliardario firmato appena 16 giorni dopo le prime conquiste dei Talebani. "Il 5 settembre ’95 - racconta "Le Figaro" di ieri - la prima città importante, quellla di Herat, è caduta in mano al movimento degli ’studenti del Corano’, nato l’anno prima. Il 21 ottobre, l’Unocal - la diciassettesima società petrolifera americana e uan delle cinquecento più grosse imprese Usa inserite nella classifica di Fortune - firma un contratto con il Turkmenistan". L’obiettivo è la costruzione di un gasdotto da tre miliardi di dollari per collegre attraverso l’Afghanistan i ricchi giacimenti del Mar
• Giovedì 26 settembre. I Talebani sono arrivati ieri alla periferia orientale di Kabul. E’ in corso una battaglia con le forze governative.
• Venerdi 27 settembre. Migliaia di civili sono in fuga da Kabul, a piedi o in autobus, lungo l’unica strada rimasta libera, quella che porta a Nord, verso il passo di Salang e il territorio controllato dall’uzbeco Rashid Dostum. Mercoledì i Talebani erano riusciti a rompere le difese della capitale con un’offensiva da est, ieri sono avanzati verso il centro della città. I morti sarebbero centinaia. I combattimenti più intensi si svolgono alla Vecchia Dogana e alla Scuola militare, lungo la strada che porta all’aeroporto. Radio Kabul ha interrotto le trasmissioni. La Croce Rossa ha evacuato una cinquantina di diplomatici.
• Venerdì 27 settembre. Il capo dei Talebani è l’emiro Mohammed Umar, «un ometto sui quarant’anni, con un viso timido affacciato tra una gran barba nera e un gran turbante bianco. Vive a Kandahar, non accetta interviste e neppure incontri con gli inviati del’Onu che hanno tentato di farsi ricevere nella sua stanzuccia da eremita. Parla solo con Dio, ha sprecato la giovinezza nei campi profughi del Pakistan dove i ragazzini afgani imparavano due cose e solo quelle: il Corano e l’uso del kalashnikov. I Talebani hanno combattuto i sovietici e, dopo i sovietici, a partire dal ’94, le altre fazioni afgane. Quando entrarono nella mischia nessuno capiva bene chi fossero, ma in due giorni presero Kandahar, la terza città dell’Afghanistan, e da quel momento apparve chiaro che il loro successo non era dovuto soltanto a sacro furore religioso, ma anche gli aiuti dell’esercito pachistano. Dove arrivavano i Talebani tornava la pace, ma una pace terribile: mani mozzate ai ladri con asce da macellai, piedi amputati ai recidivi sulla pubblica piazza, arti sanguinanti esibiti per le strade affinché fossero di ammonimento. Nello stadio di Herat trentamila persone furono costrette ad assistere all’impiccagione di un ragazzo che aveva ucciso due Talebani e che per questo era stato torturato a lungo, e frustato con catene di bicicletta fino a quando aveva desiderato la morte e firmato la dichiarazione coranica con la quale il condannato accetta la pena capitale. I Talebani radevano al suolo i cinema, sequestravano i televisori, distruggevano le chitarre e i mangianastri, allontanavano dalla scuola le bambine, picchiavano le donne che mostravano in strada il viso o le empie che pretendevano di lavorare. I Talebani, per la loro origine montanara e per l’amore della povertà tipico dell’Islam, odiano le città. Se non possono sottometterle, le bombardano massacrando i civili. Herat, per questo, si è arresa senza combattere. Kabul non si è arresa e per due anni ha incassato razzi e bombe che arrivano all’improvviso e facevano strage. Se le forze governative non riusciranno a ricacciarli indietro, Kabul diverrà come Kandahar, una città senza luci, cinema, musica e volti di donne. A Herat sognano di essere liberati dall’Iranª
• Sabato 28 settembre. «Herat, città di 200 mila abitanti, raffinata e di grande cultura, è stata come raggelata dallo zelo e dalla filosofia negativa dei Talebani. Non si vedono più donne per le strade e le poche che circolano sono avviluppate dalla testa ai piedi nell’involucro dei ”tchadri”. I collegi femminili sono stati tutti chiusi e i televisori giacciono muti in un angolo della casa perché le antenne sono state abbattute. Ai bambini sono stati tolti gli aquiloni – il gran divertimento finora dell’infanzia locale, nata in mezzo ai sibili delle bombe – perché, dice il mullah, li distraggono dallo studio”.
• Sabato 28 settembre. Kabul è caduta. Dalla notte di giovedì la capitale dell’Afghanistan è nelle mani degli "studenti del Corano", quei Talebani che in due anni, partendo dal Pakistan, hanno conquistato due terzi dell’Afghanistan e ora chiedono il riconoscimento internazionale. Il presidente Rabbani e i suoi alleati hanno abbandonato la città poco prima dell’ingresso dei miliziani. Mohammed Najibullah, l’ex presidente comunista che si credeva al sicuro perché dal 1992 viveva rinchiuso in un edificio di color bianco delle Nazioni Unite, è stato catturato, linciato e impiccato come «traditore del Corano». Una folla di migliaia di curiosi ha accompagnato urlando il cadavere suo e di suo fratello sulla piazza principale della capitale dove sono stati appesi a un lampione. I Talebani hanno instaurato un consiglio provvisorio di sei sacerdoti (mullah). Alle donne è stato proibito di lavorare negli uffici e imposto l’uso del velo per il volto quando escono di casa. Il comandante delle milizie islamiche ha promesso un’amnistia ai soldati e agli ufficiali dell’esercito afgano che si arrenderanno. Allo stesso tempo, il leader dei Talebani ha sospeso tutti gli ambasciatori all’estero e ha chiesto ai governi ospiti di non permettere loro di accedere ai conti bancari. L’appello dei Talebani per il riconoscimento del nuovo governo dello Stato islamico dell’Afghanistan è stato finora accolto solo dal vicino Pakistan.
• Sabato 28 settembre. Fuori dal controllo dei Talebani rimangono le province settentrionali, in mano di Ahmad Shah Massud per una parte e per l’altra parte del "signore della guerra", l’uzbeko Rashid Dostum.
• Sabato 28 settembre. «...Ahmad Shah Massud, il brillante stratega e leggendario comandante che i russi, da lui più volte sconfitti, impararono a conoscere come il leone del Panshir. Quando lo incontrai l’ultima volta, nel dicembre dell’anno scorso, sembrava ottimista e sicuro di sé anche se l’orda più aggressiva dei seminaristi-guerrieri stava a pochi chilometri dalla periferia sud della capitale. Questa volta il suo esercito non ha resistito all’urto degli assalitori che, attaccando a ondate, sono riusciti ad aprire dei varchi nelle fitte maglie della barriera difensiva...» (Ettore Mo).
• Sabato 28 settembre. «...i Talebani non hanno ancora messo piede nelle province settentrionali e non corrono rischi lungo la strada che conduce al confine col Tagikistan e che ha visto passare a fine dicembre del ’79 le colonne corazzate sovietiche. Il potere, qui al Nord, sembra ancora saldamente nelle mani del bieco generale uzbeko Dostum, uomo estremamente inaffidabile, sempre disposto ad allacciare o sciogliere alleanze, tenendo unicamente di mira il proprio tornaconto. Aveva militato infatti nell’esercito di Najibullah e combattuto a fianco dei russi durante la guerra; quindi, nel ’92, aveva dato man forte a Massud nella conquista di Kabul, per poi rivoltarglisi contro qualche mese dopo fornendo i suoi mercenari allo Hezb-i-Islami di Kekmatyar. Ultimamente si era accordato col governo, promettendo che i suoi uomini si sarebbero astenuti da operazioni di disturbo in tutta la zona sotto il suo controllo. E’ presumibile che Massud ed Hekmatyar, insieme a Dostum e ad altri comandanti, si diano da fare per organizzare l’esercito governativo, col preciso obiettivo di sferrare un contrattacco e riprendere Kabul...» (Ettore Mo).
• «Sotto il sole pende ancora in Piazza Adriana a Kabul il cadavere di Najibullah, il "senza Dio". E’ sfigurato dal colpo di pistola che l’ha ucciso e dalla macabra corsa che gli "studenti del Corano" hanno fatto fare al suo corpo: attaccato al gancio di una jeep. Due giorni dopo la conquista della capitale afghana la sharia, la legge islamica, tiene davanti agli occhi di tutti questa macabra bandiera. Ormai in decomposizione.
La battaglia con il presidente detronizzato Rabbani prosegue a nord. Scambi di artiglieria e colonne di mezzi militari sono stati segnalati durante tutta la mattinata, poi, secondo gli osservatori delle Nazioni Unite rimasti a Kabul, il silenzio. Due sono le aree di scontri più aspri tra l’esercito dei Talebani e quello dei lealisti: la base aerea di Baghram, a nord della città, e Jabalus-Sharaj, all’ingresso della valle di Panshir. Fonti dei Talebani hanno detto che stanno studiando la possibilità di far tornare in patria l’ex re Zahir Shah, in esilio a Roma dal 1973.
Ieri altri due "traditori infedeli" sono stati "giudicati e puniti". Erano "collaboratori" dell’ex presidente filo-sovietico Mohammad Najibullah. I giovani conquistatori, allevati nelle scuole coraniche dei campi profughi durante il periodo di occupazione sovietica, non ammettono (ufficialmente) sbagli. Il Corano va seguito alla lettera, ma essendo pressoché analfabeti devono seguire alla lettera quel che racconta loro Mohammed Umar. Il capo fondatore è venerato come un nuovo profeta, Umar ha sempre ragione e i suoi ordini garantiscono la vita eterna. Oltre ad armi moderne, divise e vitto eccellente.
Ieri Maggie O’Kane del quotidian "The Guardian", ha denunciato la doppiezza della politica dei Talebani. "Potenti interessi - scrive la giornalista - volevano la stabilità della regione". "Il problema ora è che sia il Pakistan sia gli Usa stanno capendo che gli "studenti" di Umar non possono essere più controllati". La carota dei finanziamenti non funziona più perché, spiega O’Kane, ora i Talebani hanno l’eroina.
Ufficialmente, seguendo l’insegnamento del Profeta, i Talebani proibiscono qualsiasi droga. Arrivano ad uccidere chi fuma hashish, ma secondo le testimonianze raccolte dal "Guardian" non hanno esitato a diventare essi stessi i più grandi spacciatori del mondo. "L’Afghanistan fornisce almeno metà dell’eroina che circola sul mercato internazionale. L’agenzia dell’Onu per l’alimentazione (World Food Programme) spiega che l’Afghanistan rischia la carestia perché troppe terre sono state seminate a papaveri per eroina invece che a grano. Il solo commercio di droga con l’Europa procura 50 milioni di dollari l’anno". Il dieci per cento finisce direttamente nelle casse del venerato leader Mohammed Umar».
• «Petrolio e Corano, dollari e donne velate, lotta al terrorismo e guerriglieri islamici: dietro la clamorosa avanzata dei Talebani in Afghanistan ci sono colossali interessi economici e c’è il disegno politico americano volto ad isolare l’Iran. E’ ancora solo un’ipotesi, ma circola con sempre maggior insistenza tra gli analisti dell’infuocata area centroasiatica dove Iran, Cecenia e Afghanistan rappresentano altrettante mine.
Ieri a Kabul le donne sono rimaste chiuse in casa, in accordo con le disposizioni date dai Talebani, nuovi padroni della città. A quelle che lavorano è stato permesso il medesimo stipendio purché rimangano a casa. Secondo alcune voci quattro donne sarebbero state bastonate per essere state viste senza il velo "integrale". Nel regime che i Talebani vogliono innestare sulla società relativamente laica dell’Afghanistan anche gli uomini avranno i loro prolemi. I dipendenti pubblici devono farsi crescere una barba "islamica", "non corta". La pena sarà "severa", ma non è ancora stata specificata. I ladri avranno ovviamente la mano tagliata, drogati e adulteri saranno impiccati. Alcol vietato e spesso anche la tv. Una rigidità ultra-ortodossa paragonabile solo a quella dell’Arabia Saudita che però, come la saudita, appare compatibile all’alleanza con gli Stati Uniti. E’ per questo che i sospetti sui finanziamenti della Cia ai Talebani appaiono credibili.
• «Altri indicatori confermano questa ipotesi. Anzitutto l’atteggiamento cauto e quasi benevolo della stampa Usa: "Gli analisti americani - scrive il "Washingtono Post" - descrivono i Talebani come un ’movimento anti-moderno’ piuttosto che ’anti-occidentale’ e comunque, come dice il senatore repubblicano Hank Brown, ’fortemente anti-sovietico’ e ora anti-russo". La seconda sponda all’idea di un collegamento tra Washington e "studenti afghani" viene da un contratto multi-miliardario firmato appena 16 giorni dopo le prime conquiste dei Talebani. "Il 5 settembre ’95 - racconta "Le Figaro" di ieri - la prima città importante, quellla di Herat, è caduta in mano al movimento degli ’studenti del Corano’, nato l’anno prima. Il 21 ottobre, l’Unocal - la diciassettesima società petrolifera americana e una delle cinquecento più grosse imprese Usa inserite nella classifica di Fortune - firma un contratto con il Turkmenistan". L’obiettivo è la costruzione di un gasdotto da tre miliardi di dollari per collegare attraverso l’Afghanistan i ricchi giacimenti del Mar Caspio ai terminal pachistani sull’Oceano indiano. E da lì al mercato internazionale, Una sorta di by-pass capace di saltare il grande nemico iraniano. La scelta americana assomiglia molto a quella russa che ha gli stessi problemi di trasporto del petrolio del Mar Caspio. La Russia deve evitare i guerriglieri musulmani della Cecenia, minuscolo Paese da cui passa però un fondamentale oleodotto. Gli Usa cercano un’alternativa al Golfo Persico: sulle sue coste ci sono l’Iran integralista (di osservanza sciita invece che sunnita come l’Arabia e i Talebani) e l’Irak espansionista di Saddam Hussein. La risposta sia di Mosca sia di Washigton è stata militare e ingegneristica. In questo quadro la guerra in Cecenia e i finanziamenti ai Talebani rappresentano la soluzione di forza; la progettazione di nuovi oleodotti e gasdotti quella ingegneristica. Prima di sposare la causa degli "studenti", gli Usa avevano un altro alleato in Afghanistan, quel Gulbuddin Hekmatyar, eroe della resistenza all’invasione sovietica che, però, non ha ripagato le aspettative della Cia, anzi. Hekmatyar si è trasformato in una sorta di Khomeini afghano. Nei suoi campi profughi è stata allevata una leva di giovani ostili al "modello americano" tanto che alcuni dei terroristi coinvolti nell’attentato del 1993 al World Trade Center di New York sarebbero proprio ex seguaci di Hekmatyar. Così come i responsabili delle bombe di quest’anno contro le basi americane in Arabia Saudita.
Con il Medio Oriente anche l’Asia centrale - spiegava ieri il saggista Oliver Roy in un’intervista a ’Le Figaro? - possiede un immenso potenziale energetico. Isolare l’Iran e aprire una via verso Mar Caspio e Mar Nero è l’obiettivo strategico americano. E’ logico quindi, anche se inquientante, il fatto che Najibullah, ultimo presidente dell’Afghanistan comunista, sia stato la prima vittima dei Talebani a Kabul».