Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 2 giugno 1997
A giugno del 1998 scade il contratto quinquennale con il Cnr e Renato Dulbecco dirà addio all’Italia
• A giugno del 1998 scade il contratto quinquennale con il Cnr e Renato Dulbecco dirà addio all’Italia. Tornerà a San Diego, in California, al suo Salk Institute, il centro che aveva fondato nel ’63 con cinque colleghi e di cui oggi è Presidente emerito. Finanziato da privati e dai National Institutes of Health, il Salk è forse il centro più avanzato al mondo nel campo della biologia molecolare e dell’ingegneria genetica. Ha un bilancio tutto sommato modesto (circa 50 milioni di dollari, meno di 80 miliardi di lire). Dulbecco credeva di poterne riprodurre facilmente il modello anche da noi e per questo accettò di tornare.
• Qui in Italia invece Dulbecco (nato a Catanzaro nel 1914 e premio Nobel per le scoperte relative ai virus tumorali) si è scontrato con due ostacoli praticamente insormontabili: un’inesistente cultura del venture capital e la struttura frammentata e dispersa della ricerca nazionale. «Negli Stati Uniti le nuove tecnologie si sono potute sviluppare grazie a un efficace meccanismo di finanziamento e a una massa critica di conoscenze specifiche e ben localizzate. Silicon Valley, per citare l’esempio del software, è nata nella zona della California in cui hanno sede la Stanford University e numerosi altri centri di ricerca. Nel campo della biotecnica, invece, il Polo di San Diego, o quello sorto accanto al Mit di Boston, sono i più importanti. In nessun posto, qui in Italia, esiste una tale concentrazione di conoscenze e potenziale produttivo. Perché, altrimenti, tanti giovani sceglierebbero ancora di andarsene all’estero?».
• Nel 1986 lei ha lanciato il ”progetto genoma” a livello mondiale, per decifrare il patrimonio genetico dell’uomo. Qualche anno dopo, nel’93, ha scelto di lavorare in Italia, all’Istituto di tecnologie biomediche del Cnr di Milano, poi di guidare la Commissione oncologica nazionale. Da cosa nasce ora la scelta di gettare la spugna?
«All’inizio non mi ero reso conto di quello che mi aspettava. Il progetto era già partito nel’90, quindi non ero a conoscenza dei metodi e dei meccanismi di finanziamento. I problemi sono sorti nel’95, quando la prima fase si è conclusa: solo alla fine, e quando i soldi erano già stati spesi tutti, si è cominciato a parlare di rinnovo. Poi, a metà ’96, è stato nominato un comitato di prefattibilità, del quale anch’io facevo parte, e che ha lavorato mesi per stendere un documento preliminare. Dopo altri sei mesi è stato nominato un comitato di fattibilità, composto più o meno dalle stesse persone, che ha prodotto un altro documento appena diverso da quello precedente. E da allora non è accaduto nulla, se non il fatto che il progetto è fermo da un anno e mezzo. Non si sa se verrà rinnovato, e se sì, quali finanziamenti riceverà e quindi quale programma sarà possibile impostare per la seconda fase. Non capisco come si possa andare avanti»
(Renato Dulbecco a Claudio Carlone).
• Fino al 1995, quali fondi erano stati assegnati alla parte italiana del Progetto genoma?
«Non un gran che, circa un miliardo e mezzo l’anno. Ma almeno consentivano un dignitoso livello di ricerca, considerato che in Italia il meccanismo è diverso rispetto a quello degli Usa. Il Cnr, infatti, non include nella dotazione gli stipendi dei ricercatori coinvolti. I risultati sono stati molto buoni, e ora riusciamo a proseguire un minimo di attività solo grazie ai contributi che il Telethon ha reso disponibili».
(Renato Dulbecco a Claudio Carlone).
• I buoni risultati, dunque, non sono serviti a nulla?
«Uno dei maggiori difetti della ricerca italiana è che la qualità non è il fattore più importante per ottenere fondi o promozioni. All’università, al Cnr o negli altri istituti di ricerca, i ruoli sono a vita. Negli Stati Uniti, invece, tutte le posizioni sono rinnovabili, magari con qualche garanzia e un preavviso ragionevole. Solo pochissimi, fra i più anziani e meritevoli, possono ambire a un Partial Tenure (qualcosa di simile al professore di ruolo, n.d.r.). Noi assumiamo un giovane come Assistant Professor per tre anni, dopo due viene esaminato e si decide se rinnovargli o no l’incarico. Se diventa Associate vale la stessa regola, ma il contratto è di cinque anni, e viene prolungato a dieci solo nel caso che venga nominato Full Professor».
(Renato Dulbecco a Claudio Carlone).
• Mi sembra che qui abbia dovuto scontrarsi anche con problemi banali, come lo stipendio e i rimborsi spese.
«Lo stipendio mi viene pagato con un ritardo medio di tre-quattro mesi. Dovrei riceverlo trimestralmente, ma alla fine di ogni periodo devo inviare una relazione, cosa che mi sembra un po’ ridicola, che dà avvio a un lungo iter burocratico. Ma quello che è veramente terribile al Cnr è il meccanismo dei rimborsi spese. Vado a Roma, e non posso prendere un taxi dall’aeroporto all’istituto o all’albergo: dovrei andare in treno o a piedi. In città dovrei usare il tram o l’autobus. Lo stesso vale per il soggiorno: non posso scegliere, dovrei andare in uno di quegli alberghi di infimo ordine previsti dal regolamento, il che mi sembra inaccettabile. Quindi finisce che pago tutto io».
(Renato Dulbecco a Claudio Carlone).
• Il centro di ricerche che avrebbe voluto per l’Italia, come lo immaginava ?
«Simile a quelli degli Stati Uniti. Per esempio sul modello del Salk Institute. Lì, innanzitutto, non esiste attività didattica. Chi vuole insegnare può farlo presso una delle università vicine. Poi non esiste burocrazia. C’è un’amministrazione, ma il suo scopo è quello di facilitare il compito dei ricercatori, non di complicarlo. Il lavoro è sottoposto a continue valutazioni di qualità. Molto rigorose. Anche dal punto di vista dei ricercatori, ce ne sono circa 300 di cui solo un cinquantina stabili: la stabilità è un fattore che limita la ricerca. Il resto sono giovani, si fermano due o tre anni, poi se ne vanno e vengono sostituiti. Si lavora in molte discipline che hanno come elemento comune la biologia e la genetica molecolare, e che vanno dall’immunologia alla neurologia o allo sviluppo. Competenze diverse abituate a convivere e a convergere. Tutti parlano con tutti, non ci sono formalità, dipartimenti. C’è solo una distinzione in gruppi, importante dal punto di vista dell’amministrazione, perché ciascuno gestisce i propri fondi in autonomia. Le scelte vengono fatte solo in funzione della qualità. Un grant, che dura dai tre ai cinque anni, è sottoposto a verifica con 12 mesi di anticipo rispetto alla scadenza. E il responsabile della ricerca deve presentare una domanda di rinnovo dove illustra i progressi, il programma degli esperimenti e il relativo budget. Il tutto viene in genere approvato entro sei mesi. Qualche speranza di sviluppare anche a Milano un centro come questi me l’ha data Gabriele Albertini, il nuovo sindaco, che mi ha consultato impegnandosi a dare spazio a questo modello di ricerca».
(Renato Dulbecco a Claudio Carlone).
• Uno dei maggiori problemi dell’Italia resta quello di stabilire un rapporto equilibrato fra ricerca e industria.
«Quando in Italia si parla di biotecnologie, si pensa a scienziati al soldo delle aziende. Non è vero. Le scoperte non sono programmabili. Un esempio? La ragione per cui Genentech è diventata la più importante società del settore sta nel fatto che ha assimilato i migliori ricercatori e ha detto loro: ”Studiate ciò che vi interessa di più”. ovvio, una società ha degli obiettivi, e tutti lo sanno. Ma ciascuno ha scelto il proprio filone di ricerca in piena libertà».
(Renato Dulbecco a Claudio Carlone).
• Che cosa pensa degli esperimenti sulla pecora Dolly?
«Innanzitutto è molto dubbia una ricerca che ha dato un solo risultato positivo dopo 300 tentativi: può trattarsi di un caso eccezionale, semplicemente di un errore. Poi trovo azzardata la decisione del ministro della Sanità di vietare qualsiasi esperimento. In Italia l’emotività domina sempre: nella ricerca se una cosa è nuova deve necessariamente essere cattiva. Come si può sperare nel futuro della scienza?».
(Renato Dulbecco a Claudio Carlone).
• Di che cosa si occupa oggi, dopo la battuta d’arresto del Progetto genoma?
«Collaboro con un ottimo gruppo di ricercatori che sta cercando di identificare l’origine del cancro al seno. Esistono due tipi di geni tumorali: quelli che portano allo stato di malignità della cellula e quelli che risultano alterati quando la cellula è maligna. Noi ci occupiamo di questi ultimi, cruciali per la messa a punto di molte terapie. Ne abbiamo scoperto uno che ha un ruolo centrale nello sviluppo della ghiandola maligna, la cui perdita di funzionalità è probabilmente uno degli elementi più importanti per l’insorgere del carcinoma. Continuiamo a lavorare perché abbiamo ricevuto dei finanziamenti dalla Fondazione Cariplo e da quella per la ricerca del cancro».
(Renato Dulbecco a Claudio Carlone).
• Avrà rimpianti quando lascerà l’Italia?
«In Italia vivo benissimo, sono innamorato di Milano. Non la rimpiangerò, ovviamente, dal punto di vista del lavoro: negli Stati Uniti non mi limitavo a dire agli altri cosa fare, ero parte del team, preparavo i vari esperimenti, lavoravo con le mani, cosa che mi piace molto. In Italia, invece, il sistema non è così informale, per cui vado in istituto e mi limito a parlare con i ricercatori che poi fanno materialmente tutto. Mi limito a guardare qualcosa al microscopio, aiuto a far le diagnosi...».
(Renato Dulbecco a Claudio Carlone).
• Lei è sempre stato attento ai problemi dei giovani e all’educazione. Né parlerà il 5 giugno al convegno ”Futuro del sapere, futuro del lavoro”, per la quinta edizione di ”Dieci Nobel per il futuro”. Vorrebbe anticipare i contenuti?
«Parlerò dell’importanza di insegnare la cultura scientifica fin dalla più tenera età, e con l’aiuto consapevole della famiglia. Il cervello alla nascita è semplicemente predisposto ad accogliere un software che non possiede ancora. L’informazione necessaria e la capacità di elaborare viene immessa dopo, proprio nella primissima fase dell’educazione . il caso delle lingue, fra gli uno e i due anni, ma è così per tutto: le attitudini, ciò che viene reputato bello o brutto o cattivo. Dunque anche i principi basilari della scienza. Di recente ho letto un articolo su una rivista che trattava degli orfanotrofi in Bulgaria, dove i bambini sono abbandonati a se stessi, senza assistenza. Non sono quasi mai in compagnia di adulti, non sanno che cosa voglia dire affetto, attaccamento alla famiglia. C’era la fotografia di uno di loro, di due o tre anni, in piedi con il pollice in bocca e uno sguardo vuoto. In questo stato la prima immagine che riesce a captare farà parte per la vita del suo poverissimo patrimonio culturale. La famiglia è l’unica struttura che possa dare una corretta educazione. L’elemento personale è imprescindibile. Perciò, prima ancora che i figli, bisognerebbe educare i genitori».
(Renato Dulbecco a Claudio Carlone).