Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 5 maggio 1997
Mi chiamava tutti i giorni: ”Dotto’, io so’ ’n toro
• Mi chiamava tutti i giorni: ”Dotto’, io so’ ’n toro. So’ nato pe’ fa’ er porno, lei me deve prova’, me deve far fare er porno». Faceva il giornalaio all’Alberone e non c’era giorno che mi risparmiasse il tormentone. Non ne potevo più. Così un giorno lo chiamo, lo porto sul set di un film hard, lo piazzo con due sventole, ’na mora e ’na bionda, che avrebbero resuscitato un cadavere. Ciak, si gira! Zero. Zero meno zero. Er toro per l’emozione m’era diventato un manzo». Aristide Massaccesi schiaccia nel posacenere il mozzicone della centesima Nazionale, accende la centounesima e in attesa di incatramarsi i polmoni con la centoduesima si abbandona a una risatina: «Da allora, non l’ho sentito più».
• A incontrarlo per strada, sull’autobus o nel baretto coi tavolini di formica sotto l’ufficio dove, quando è a Roma, scende a mangiare un tramezzino, potreste inquadrarlo in tre ruoli. A) Impiegato di secondo livello al catasto. B) Vedovo amareggiato e ammaccato dalla vita. C) Professore di applicazioni tecniche con problemini di colesterolo. Dietro quell’anonimo sessantenne dall’anonimo cognome dotato di un’anonima barbetta bianca e vestito di anonimi completi da grande magazzino, invece, si nasconde il Larry Flint italiano. Cioè Joe D’Amato, re del porno tricolore.
• Con una differenza: che il protagonista del film di Milos Forman vendendo sesso spinto finisce sì su una sedia a rotelle per colpa di un giustiziere puritano che gli spara, ma diventa anche immensamente ricco. Mentre il nostro Aristide Massaccesi va e viene, il gioco di parole è del tutto innocente, tra due ruoli: quelli di miliardario con le tasche rigonfie di dollaroni e di squattrinato alle prese con la bolletta da pagare. La sua passione segreta, che nasconde sotto gli pseudonimi più fantasiosi, sarebbe infatti il cinema serio, rigoroso, da cinefili. Il suo sogno, finire nei cineforum con l’occhialuto della compagnia che discetta: «In questo gioco di incastri psicologici evidenziati dalla sottile energia introspettiva che il regista ha saputo estremizzare...».
• Macché, quel cinema lì, purtroppo, non lo sa fare. E così tutta la sua vita si riassume in una giostra surreale: gira un po’ di film porno, trionfa al botteghino, fa un sacco di quattrini, usa i soldi per produrre un film serio, tracolla al botteghino, piomba sul lastrico e ricomincia col porno per tirar su i soldi per pagare i debiti e tornare un domani a nuovi fiaschi con un film normale. Ma per raccontare questa vita, tutta imperniata su un alternarsi di vacche grasse e vacche magre (sia detto senza ironia per le sue attrici), val la pena di partire dall’inizio. Cioè da quando Joe D’Amato, col nome di Aristide Massaccesi, entrò nel cinema dalla porta principale. Al fianco d’un mostro sacro come Jean Renoir.
• «Cominciai a maneggiare lastre e macchine e pellicole quando avevo quindici anni. Passione di famiglia. Era nel cinema mio padre che faceva il tecnico, sono nel cinema i miei fratelli, è nel cinema mio figlio, che ha fatto l’operatore anche per Il paziente inglese, il film di Antony Minghella che ha vinto tutti quegli Oscar. Esordii come assistente del fotografo di scena in La carrozza d ’oro di Renoir. Toccare le lastre, toccare le pellicole era un’emozione fortissima. Ancora adesso, che ormai ha stravinto il video, forse perché mi illudo di fare del cinema vero, insisto a usare la pellicola».
• Fa di tutto, il giovanotto. Gavetta completa: fotografo, ciakkista, elettricista, montatore, macchinista... Lavora come operatore nel Disprezzo di Jean-Luc Godard, La decima vittima di Elio Petri, La bisbetica domata di Franco Zeffirelli... Finché ci prova in proprio, quando può, dove può, come può: «Cominciai con delle commedie napoletane, ammore e pommarola. Poi i generi credo di averli provati tutti». Film di guerra come Duri a morire. D’avventura stile Zanna bianca come Giubbe Rosse con un marmoreo FabioTesti. Western-spaghetti come Scansati a Trinità, arriva el Dorado. Peplum in costume romano. Poi polizieschi, postatomici, gialli, fantascientifici, horror.
• In quest’ultimo campo, dicono i suoi estimatori, è un asso. Una specie di John Carpenter all’amatriciana. Il film di cui va più orgoglioso si intitola Antropofagus e racconta la storia di una comitiva di amici in vacanza in barca a vela in Grecia. Finiti su un’isola deserta, vengono decimati da un mostruoso demente che apre le teste con l’accetta come fossero angurie e squarta, sega, sbudella e sbrana in un incontenibile rovesciar di sangue che manco le cascate sul Rio Paranà. Chicca finale: squarciato a sua volta dall’eroe del film, che con un coltellaccio gli fa un cesareo da rene a rene, il mostro impazzito si affonda le mani nella pancia, si strappa fuori le budella e comincia a mangiarsele di gusto. Ammazza che pajata!
• Manca lo stuzzicadenti e l’amaro di chiusura, ma è un cult. Tanto che in Francia e in Inghilterra hanno dedicato al regista, come maestro dell’horror trucidone, un libro e varie rassegne. Riconoscimenti a loro modo strameritati, come la biografia che sta scrivendo su di lui Antonio Tentori per la collana di Castelvecchi. E come lo spazio che gli dedicano Andrea Di Quarto e Michele Giordano, due bravi giornalisti che nel libro appena uscito Moana e le altre (Gremese editore, 247 pagine, 35 mila lire) ricostruiscono tutta la storia, tappa per tappa, topa per topa, del porno italiano.
• Una storia avviata ormai vent’anni fa, nel 1977, proprio da Aristide Massaccesi. Il quale, in attesa di prendersi via via i nomi d’arte di Michael Wotruba, Peter Newton, David Hills, Robert Duke, Dick Spitfire, Steve Bronson, Alexander Borsky o Kevin Mancuso, usati a seconda delle mode del momento per fare il western o l’horror, la fantascienza o il poliziesco, infranse l’ultimo tabù nella versione straniera d’un giallo-erotico dal titolo ruffianamente pseudo-femminista: Emmanuelle, perché violenza alle donne. La scena hard, girata solo per l’estero, era una. La protagonista, una bionda svedese del tutto priva di pudori, Marina Hedman. Destinata a diventare, tra i sospiri di ammirazione degli spettatori e quelli di disperazione dell’allora marito, Paolo Frajese, la prima pornostar italiana ai tempi in cui ancora Moana Pozzi andava a scuola dalle Orsoline.
• L’anno dopo, il salto definitivo: «Andai a Santo Domingo per girare Papaya dei Caraibi e ne approfittai per fare anche cinque film hard». Tutti firmati Joe D’Amato, il nome usato per fare i primi horror: «Per me fu un passaggio in qualche modo naturale. Erano anni che facevo film erotici. Avevo cominciato nel 1972 col genere boccaccesco che allora andava di moda. Poi avevo proseguito col decameronico e infine mi ero buttato sulla serie di Emmanuelle nera». Titoli come Sollazzevoli storie di mogli gaudenti e mariti penitenti. Oppure: Fra’ Tazio da Vellelri. O Livia, una vergine per l’impero. Degni del cinema di Ed Wood, «il peggior regista del mondo» protagonista un paio di anni fa di un celebre film.
• Racconta: «Sono sempre stato un gran scopiazzatore. Come usciva un film di successo mi buttavo sulla scia. Dalla Chiave di Tinto Brass a Emanuelle. E ho avuto anche le mie belle soddisfazioni. Penso a L’Alcova o a Il piacere, che costarono pochissimo e incassarono un sacco di soldi. Non c’è stato film di successo a cui io non abbia fatto il verso». E ride, l’Aristide. E ti racconta che, per carità, non ha mai portato a casa uno solo dei suoi film hard. Che sua moglie non ne ha mai visto uno. E così spera i suoi figli: «Sa, non è che ne vado tanto orgoglioso. Li faccio per motivi, diciamo così, alimentari. Insomma: devo pure campa’».
• Anche per questo, spiega, dopo aver fatto quasi duecento film dei quali un centinaio hard, si è specializzato nei classici. Da Amleto ad Antonio e Cleopatra, da Marco Polo all’Otello, a Robin Hood. Cosa facciano Robin e Marianna lo potete immaginare. Un via vai di dardi e di faretre. Ma lui, l’Aristide, ci tiene: ah sì, su due ore di carrellate ginecologiche allargate su bicipiti, sterni, gomiti, costole e malleoli, tre minuti di trama lui ce li mette: «Mi servono a dire a me stesso che faccio ancora cinema». Tenerone. Fossero così i suoi attori... A proposito, come andiamo sul quel versante? Le dirò, una volta andavo matto per...Vabbè, ci siamo capiti. Adesso, dopo averne filmate un miliardo...».