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 1997  febbraio 24 Lunedì calendario

A quel punto Lewis decise di andare direttamente alla fonte

• A quel punto Lewis decise di andare direttamente alla fonte. L’autore di Fiesta lo ricevette in camera da letto, una fila di bottiglie vuote ai piedi dello stesso. Era in pigiama. «Nella mia immaginazione», scrisse Lewis rievocando anni dopo l’incontro, «era rimasto per sempre giovane, forte e violento. Nella realtà trovai un vecchio, grasso, che si muoveva lentamente. Ciò che mi fece più impressione fu la sua espressione. C’era un vuoto e un senso di spossatezza sul suo volto, gli angoli della bocca tirati dalla disperazione». Più che un colloquio, fu un breve monologo: contro i giomalisti, contro gli editori. Su dove i Barbudos avrebbero potuto arrivare, fu laconico: «La mia risposta a questa domanda è legata al fatto che io a Cuba ci vivo». Eppure da quel gigante piegato dall età e dai malanni, sprigionava ancora una carica emotiva incredibile. Nello stendere il rapporto per Fleming, Lewis non lo nascose: « stato un incontro biblico, un sermone sulla vanità delle cose cacciandoti in gola mentre sei impegnato a far carriera. Volevi conoscere la sua opinione su cosa accadrà nell’isola. La risposta, sfortunatamente, è che non gli interessa più avere opinioni perché la vita per lui non ha più gusto. Non mi ha detto nulla, ma mi ha insegnato più di quanto volessi sapere».
• «Ritratto di un fantasma». Potrebbe intitolarsi così l’ultima foto di Ernest Hemingway scattata da A. E. Hotchner, suo amico e biografo. l’estate del 1960, e lo scrittore è sulla soglia della Finca Vìgia, la villa sulle colline dell’Avana. Il sole lo ferisce, e una mano è alzata a riparare gli occhi. A torso nudo, l’altra stringe una camicia. La moglie Mary, a pochi passi di distanza, sembra indicargli qualcosa. Barba e capelli sono bianchi, anche la pelle è bianca, e la camicia. un’immagine disperata e disperante di fragilità e di vecchiezza. Tempo un anno, e ci penserà lo stesso Hemingway a cancellarla dallo specchio quotidiano che gliela rifletteva: collocò il calcio di un fucile da caccia Boss sul tappeto, si piegò, appoggiò la bocca sulle canne, fece scattare entrambi i grilletti. « la tecnica dell’harakiri con il fucile. Il palato è la parte più morbida della testa».
• Il tramonto cubano della sua vita fu inizialmente malinconico, poi disastroso. Nel 1957 Norman Lewis, il futuro grande viaggiatore e scrittore, era arrivato sull’isola per conto di Ian Fleming, il creatore di James Bond, allora direttore dei servizi esteri del ”Sunday Times”. Durante la guerra Lewis aveva fatto parte del controspionaggio britannico, come Fleming del resto. L’unica differenza era che quest’ultimo aveva continuato anche dopo. Cuba era in fermento rivoluzionario, e si diceva che Hemingway fosse in contatto con Castro. All’Avana Lewis incontrò Edward Scott, editore dell’ ”Havana Post” per ottenere qualche informazione in più. «Sembra che si siano incontrati mentre l’americano andava a caccia sulle montagne dell’isola», gli disse. «L’unica montagna dove caccia è il Montana Bar. un rottame. Quando vuoi, lo trovi lì» fu la risposta.
• Fra lui e Hemingway, raccontò Scott, non correva buon sangue: pochi giomi prima, a una festa dell’ambasciata britannica per il compleanno della regina Elisabetta, Ernest si era presentato con Ava Gardner a braccetto. NelI’euforia dei brindisi, l’attrice era saltata su un tavolo, si era tolta i pantaloni e li aveva agitati davanti agli ospiti come fa un toreador con la cappa. Scott, fervente suddito di Sua Maestà, aveva considerato disdicevole la scena e protestato di conseguenza. «Ti spacco in due», aveva replicato Hemingway.
• C’era stata una primavera cubana per Hemingway, gonfia di certezze e di promesse. Era durata quasi un quarto di secolo, dalla metà degli anni Trenta, quando per la prima volta era sbarcato all’Avana, fino al drammatico, duplice incidente aereo del gennaio ’54 in Africa, da cui uscì con la testa fracassata, rotture al fegato, alla milza e al rene, ustioni di primo grado, perdita dell’udito dall’orecchio sinistro, distorsioni, slogature e schiacciamenti di vertebre. Il Nobel vinto qualche mese dopo, fu l’epitaffio d’un’esistenza, artistica e umana, prestigiosa. A 55 anni si ritrovò con il premio più ambito che un romanziere potesse ricevere, ma era un uomo e uno scrittore finito. L’imperativo categorico a cui fino ad allora era stato fedele si racchiudeva in un motto. «Il faut (d’abord) durer», innanzi tutto si deve resistere. Provò ancora a onorarlo poi lo cambiò in «il faut (toujors) mourir». E agì di conseguenza.
• Quando A. E. Hotchner si recò per la prima volta all’Avana, nel 1948, quella domanda la girò al diretto interessato che sull’isola aveva comprato una casa, ormeggiato una barca, cambiato due mogli. Hemingway era allora in pieno vigore, fisico e creativo. «Era un uomo imponente. Non per l’altezza, un metro e 82, né per il peso, ma per la presenza. Quasi tutti i suoi 90 chili erano concentrati sopra la vita: spalle quadrate e solide, braccia lunghe e muscolose, petto ampio, un po’ di pancia, ma niente di superfluo sui fianchi o sulle cosce. Emanava qualcosa da lui, era un individuo teso, dinamico, ma sotto controllo, come un cavallo da corsa imbrigliato. Si fermò a parlare speditamente in spagnolo con uno dei suonatori; e all’improvviso capii quello che c’era in lui: il divertimento. Dio pensai, come si sta divertendo! Non avevo mai visto nessuno che sprigionasse sino a tal punto gioia e benessere».
• Il suo vitalismo consisteva, semplicemente, nell’aderire ai piaceri che l’esistenza ti presenta, non gravato né guastato da complicazioni intellettuali o da preoccupazioni sociali, teso al proprio benessere e alla propria scrittura. «Vivere veramente la vita non puramente trascorrere i giorni». La sinistra ha cercato di farsi piacere Hemingway, ma non è mai riuscita a sentirlo e ad annetterlo come proprio perché dal suo orizzonte era assente la comprensione dei «fondamentali» dell’etica e dell’estetica hemingwayana: individualismo assoluto, anarchia di fondo, indipendenza, creativa, nessuna concessione artistica alla politica. Così, la risposta a quella domanda, risposta che Fuentes non può capire, perso com’è a inseguire motivazioni ideologiche o sociali, invece che emozionali e individuali, è diretta e senza sotterfugi. «Perché proprio qui? Di solito non cerco mai di spiegarlo. Le mattinate fresche e limpide in cui si può lavorar bene, ed è sveglio soltanto il cane Black mentre i galli da combattimento lanciano i prlmi bollettini. In quale altro luogo puoi addestrare i galli, farli combattere e scommettere su quelli che preferisci restando nella legalità? C’è gente che protesta e dice che è uno sport crudele. Ma, accidenti, che altro può aver voglia di fare un gallo da combattimento? Vuoi andare in città? Ti basta infilare un paio di mocassini; ed è sempre una magnifica città per distrarsi; e queste calde ragazze cubane, guardale nei loro occhi neri e vedrai la calda luce del sole. Se invece non vuoi distrarti, puoi chiudere fuori tutto il mondo non andando in città e staccando il telefono. A mezz’ora da casa, c’è la barca bell’e pronta e ti trovi nelle acque blu scuro della Corrente del Golfo con quattro canne in posizione un quarto d’ora dopo che sei salito a bordo».
• All’Hotel Ambos Mundos prima, alla Finca Vìgia (La Vedetta), poi, Hemingway trovò la cornice ideale per dare sfogo a una visione del mondo asociale che irradiava da se stesso e in se stesso si esauriva. «Io detesto qualsiasi maledetto governo», aveva scritto a John Dos Passos, l’autore di 1919, e questo atteggiamento lo accompagnò per tutta la vita. Cuba gli permetteva di far finta che l’unico governo di cui dovesse tener conto fosse il proprio. Come Primo cittadino, stabiliva le regole e le affiliazioni, i divertimenti e le prerogative. C’era l’Ordine Reale dei Mangiatori di Gamberetti («i suoi membri mangiano la testa e la coda»), la liturgia del daiquiri (il record era 16 in una serata), l’iniziazione alla pesca del marlino, le gare di tiro al piccione, le feste in casa con annessa ubriacatura, e le esibizioni come improvvisato domatore di leoni...
• Tutto era propedeutico e/o autocompensativo per la scrittura, il fine ultimo. A Cuba scrisse Di là dal fiume tra gli alberi, il vecchio e il mare, L’estate pericolosa, i reportage di pesca per ”Esquire” e quelli di caccia per ”Look”, lavorò a Festa mobile e a Isole nella corrente che uscirono postumi. A Cuba ambientò Avere e non avere. «Io devo scrivere per essere felice, che mi paghino o no», confessò all’amico editore Charles Scribner: «Ma è una malattia questa fin dalla nascita. Mi piace farlo. Il che è anche peggio. Perché trasforma la malattia in un vizio. Poi voglio farlo ancora meglio di chiunque altro e diventa un’ossessione. Un’ossessione è una cosa terribile».
• Quando la terapia è anche la malattia, non c’è salvezza. La storia di Santiago, il pescatore protagonista di un’epica e inutilmente vittoriosa lotta contra un gigantesco marlino, la raccontò per la prima volta in un articolo nel 1936; poi se la fece crescere dentro per 16 anni. Alla fine la buttò fuori nel giro di un mese. Fu una performace unica, ma fu anche l’ultima. Festa mobile e, soprattutto, Isole nella corrente sono due libri completati ma non rifiniti, li avesse scritti qualcun altro, in ogni caso assicurerebbero al suo autore un posto nel romanzo del ’900. Ma li aveva scritti uno che sapeva quello che valeva e non accettava di barare con se stesso. Quello stato di grazia non tornò più, se non a sprazzi: e un senso di inutilità prese a colorare le sue azioni e la sua prosa. «Giocheremo fino alla fine meglio che possiamo. Ma ormai sapeva che la partita non lo interessava più», fa dire a Thomas Hudson, il protagonista di Isole nella corrente.
• Cuba, la gente di Cuba, i colori di Cuba, il mare di Cuba, non furono altro, insomma che fondali per la sua vita che poi si rispecchiava nella sua opera. La Teraze di Cojimar, la Bodeguita e il Floridita, il caffè La Perla e Cayo Largo, oggi nomi e luoghi da turismo guidato, rimangono a testimonianza di una passione estrema e di un gusto ingordo per le storie e la gente. Ma come icone di un percorso «rivoluzionario», o almeno «sociale» fanno ridere. A Hemingway piaceva l’anarchia arruffona e sanguigna dei cubani, la possibilità di vivere e di divertirsi con poco, il recitare la parte del Grande Scrittore cui, in fondo, tutto è permesso. Oggi che c’è un quieto revival della sua figura e due film uno di Attenborough, l’altro di Bemard Henri Lévy ne tratteggiano la giovinezza e la vecchiaia, si può tornare ad avvicinarsi a un mito che schiaccia se stesso trasformandosi in caricatura (il suo machismo le sue vanterie, l’insopportabile gigionismo, le ansie da prima donna...) e generando un conformismo stilistico che sostituì all’inconfondibile marchio d’origine d’un modo di narrare rastremato, evocativo, insuperabile nel dialogo, la sciattezza dello stile breve, l’abbandono della frase costruita. Un mito che per essersi edificato di forza negli anni dell’impegno, quando il diritto allo scrivere la propria verità veniva subordinato al dovere di narrare secondo la propria ideologia, pagò lo scotto quando l’impegno alla fine trionfò. A Ivan Kaskin, il critico marxista che più d’ogni altro contribuì a farlo conoscere in Russia, aveva scritto ancora nel 1935. «Tutti cercano di spaventarci scrivendo che se non si diventa comunisti e non si ha un punto di vista marxista si finisce col ritrovarsi senza amici e soli. Io preferisco un nemico sincero alla gran parte degli amici che ho conosciuto. Non riesco ad essere un comunista adesso perché credo in una cosa soltanto: la libertà. Uno scrittore è come uno zingaro. Non deve fedeltà a nessun governo. Può avere coscienza di classe solo se il suo talento è limitatoª
• In Avere e non avere (con il suo incipit che sembra scolpito. «Sapete com’è la mattina presto all’Avana coi vagabondi ancora addommentati lungo i muri, prima che i furgoni del ghiaccio comincino il loro giro dei bar?»), il suo libro più impegnato, il protagonista Henry Morgan si trova alle prese con un gruppo di rivoluzionari anarcocomunisti che rapinano una banca («come Stalin», dice uno di loro) per autofinanziarsi. «Che accidenti m’importa della sua rivoluzione?», pensa. «Al diavolo la sua rivoluzione. Per aiutare il lavoratore svaligia una banca, ammazza uno di quelli che lavora con lui e non contento ammazza quel disgraziato di Albert che non ha mai fatto male a nessuno. O non è un lavoratore che ha ammazzato? All’inferno la loro rivoluzione. Tutto quello che devo fare è mantenere la mia famiglia e non ci riesco. E lui viene a parlarmi della sua rivoluzione. Al diavolo lui e la sua rivoluzione». Morente eccolo delirare, e delineare brandelli della sua filosofia: «Un uomo solo non ha. Non importa che un uomo solo non ha maledettamente modo». Era ancora, l’individualismo eletto a unico metro di giudizio e di comportamento. A Hotchner aveva detto. «L’uomo può essere distrutto ma non vinto. una frase che puoi leggere anche capovolta, il suo contenuto non cambia». Quello che conta è salvare la propria dignità. Poteva essere anche ingenuo in politica, e il suo antintellettualismo fu spesso banale e di maniera, ma su cosa si regga la persona umana lo sapeva benissimo. Ben tornato, vecchio Ernest. Stenio Solinas