Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 30 settembre 2002
Débacle - «’Onorevoli colleghi, per favore, smettetela di ridere
• Débacle. «’Onorevoli colleghi, per favore, smettetela di ridere... Parlo a voi qui a destra, andiamo...”. Così, quasi con una vena di sadismo, giovedì 19 settembre il presidente della Camera Pierferdinando Casini richiamava all’ordine i deputati del Polo. Dai banchi del governo un mesto Giulio Tremonti snocciolava le cifre della débacle come un qualunque ragioniere. Il sistema economico italiano, ammetteva a denti stretti con la sua vocina stridula, crescerà quest’anno solo dello 0,6 per cento. Non dell’1,3 come lo stesso Tremonti aveva messo nero su bianco subito prima dell’estate. E tanto meno del 2,3 per cento, come il principe dei tributaristi prestato alla politica aveva garantito nella finanziaria dello scorso anno» (Marco Damilano e Stefano Livadiotti).
• La crescita dell’economia è più lenta del previsto negli Usa ma ancor di più in Europa e in Italia dove la debolezza della domanda interna blocca il rilancio. Secondo le ultime stime del Fondo Monetario il mondo nel suo insieme si svilupperà del 2,8 per cento nel 2002 e del 3,7 per cento nel 2003 ma c’è il rischio che le previsioni (abbassate già dello 0,3 per cento rispetto ad aprile) peggiorino ancora. I maggiori pericoli, afferma il rapporto d’autunno dell’Fmi che è stato presentato mercoledì a Washington, vengono dalla crisi delle Borse, dai «venti di guerra» che portano con sé anche i timori di un rialzo dei prezzi del petrolio, dalla difficile situazione finanziaria di Paesi come Brasile, Argentina e Turchia, nonché dall’alto deficit delle partite correnti del bilancio Usa. Il peggiore della classe resta il Giappone mentre l’Europa stenta, «ha grandi potenzialità ma non le sfrutta». A ricevere più critiche è la Germania ma anche l’Italia viene criticata per la «particolare debolezza della domanda interna» che impedisce il rilancio e rende urgente la realizzazione della riforma del mercato del lavoro.
• Martedì la Commissione Europea ha annunciato che accetterà una revisione dei programmi di convergenza di Germania, Francia, Italia e Portogallo per adeguarli alle mutate condizioni economiche (una crescita europea che nel 2002 non supererà l’1 per cento, contro l’1,4 previsto in primavera). la quarta volta che viene spostato il traguardo del pareggio del bilancio: quando si decise di far partire l’euro nel ’98, era per il 2000-2001. Poi si scivolò al 2002, quindi al 2003-2004. Infine, l’aggiornamento al 2006. «Alla fine il realismo politico ha avuto il sopravvento. Realpolitik, si sarebbe detto ai tempi di Bismarck, ma quelli attuali sono i tempi di un’Europa in costruzione, che si ridifenisce periodicamente attraverso i trattati, che si dà scadenze e compiti, parametri e doveri allo scopo di costituirsi come un’entità nuova e più vasta. [...] Non si tratta di una deroga né di un rinvio sine die della scadenza del 2004 prevista per avvicinarsi al deficit di bilancio: già al Consiglio europeo di Siviglia nella tarda primavera scorsa si era provveduto a smussare la rigidità della norma, giungendo all’escamotage lessicale che raccomandava una posizione close to balance, ossia vicina al pareggio, a beneficio di nazioni, come Francia, Germania e Italia (il Portogallo versa in condizioni ancora più critiche e per Lisbona si apre la possibilità di una sanzione) per le quali la soglia del 3 per cento rappresentava un traguardo molto arduo da raggiungere» (Giorgio Ferrari).
• Il realismo politico nasce da una previsione. «La vittoria stentata di Schroeder alle elezioni tedesche renderà più instabili le prospettive della governabilità e quindi più incerte le aspettative sull’economia. Questo rafforzerà le pressioni congiunte dei giganti malati, Germania, Francia e Italia, per esigere una modifica del Patto di stabilità. In queste condizioni, mollare su uno degli atti fondativi dell’Europa di Maastricht sarà un colpo mortale all’Unione. Con la mossa di martedì, Prodi e Solbes giocano d’anticipo e scongiurano questo pericolo. Lo spiega bene il presidente della Commissione: ”Abbiamo voluto dare un’interpretazione autentica e oggettiva del Patto, per non trovarci il quadro progressivamente smangiato, un brandello alla volta, fino all’esaurimento”. Detto in modo ancora più chiaro, l’accordo implicito che Prodi e Solbes offrono ai partner è questo: la Commissione tiene conto del ciclo negativo, e concede di attenuare nel tempo la morsa del risanamento, ma gli Stati membri rispettino il Patto, e d’ora in poi evitino di rimetterlo quotidianamente in discussione» (Massimo Giannini).
• I paesi che hanno hanno mantenuto il rigore non mandano giù lo ”sconto” della Commissione Ue sui conti pubblici, con il rinvio del pareggio al 2006. La Spagna bolla come «una strategia sbagliata» quella decisa da Solbes e Prodi. probabile che alla mossa della Spagna seguano anche gli altri paesi virtuosi, come l’Olanda, l’Austria, il Belgio. Il belga Didier Reynders ha detto che vi sono «rischi» se poi il deficit, anziché scendere davvero entro il 2006, sale: « importante che il trend sia riduttivo sul serio». Secondo l’olandese Hans Hoogervorst la decisione di Bruxelles «è un segnale straordinariamente negativo che potrebbe erodere la fiducia dell’euro». [...] «Ai paesi virtuosi, per evidenti ragioni politiche, poco importa se loro, tutti insieme, pesano senz’altro meno dei colossi in difficoltà come Francia, Germania e Italia. Non guardano al loro pil che è molto più contenuto di quello dei big. Né si danno troppa cura del fatto che, effettivamente, la congiuntura non tira e dunque esiste davvero un problema di ciclo. Lo scontro è appena all’inizio: è probabile che esploda al prossimo vertice Ecofin del 7 e 8 ottobre a Lussemburgo» (Elena Polidori).
• La Commissione non ha affrontato il problema vero, «che ormai non riguarda più i tempi entro i quali i Paesi dell’euro raggiungeranno il pareggio di bilancio, bensì la stessa logica del Patto di Stabilità, cioè il vincolo a non eccedere la soglia del 3 per cento. Si tratta di un grave errore politico, in quanto lascia ora l’iniziativa ai ministri finanziari [...] Quali che siano le riforme del Patto, io mi sentirei molto più tranquillo se queste venissero proposte da un organismo autorevole e indipendente, qual è la Commissione, anziché da ministri tutti con l’acqua dei conti pubblici alla gola» (Francesco Giavazzi).
• La proposta della Commissione ha anche un’altra faccia della medaglia. «Dovrebbe funzionare più o meno così: i Paesi in deficit, vista la debole congiuntura economica, possono sì prendere tempo per azzerare il saldo annuale fra entrate e uscite; ma devono intanto migliorare, e in fretta, la salute ”sottostante” dei conti. Ovvero, lo stato del bilancio una volta eliminato dal calcolo del deficit il peso della frenata congiunturale. Si guarda cioè alle voci permanenti di uscita (quali le pensioni) o entrata (le tasse stabili piuttosto che misure singole). quello che la Commissione definisce disavanzo ”strutturale”. L’idea è che, appunto in termini ”strutturali”, i Paesi in deficit debbano mettere a segno ogni anno un risanamento di ”almeno lo 0,5 per cento del prodotto interno lordo”. L’Ecofin ne discuterà a fondo, perché l’impatto rischia di essere dirompente. In Francia, significherebbe modificare nel segno del rigore la Finanziaria: il governo prevede un deficit ”nominale” al 2,6 per cento quest’anno e il prossimo; ma visto che la crescita prevista nel 2003 è più alta, ciò implicherebbe una peggiore situazione ”sottostante” dei conti anziché un miglioramento dello 0,5 per cento del pil. E l’Italia? Il deficit ”strutturale” 2002 è indicato dal governo allo 0,5 per cento del pil (fino all’1,8 per cento quello ”nominale”); entro il 2006 si dovrebbe arrivare quindi a un attivo di 0,2 per cento una volta scomputati gli effetti della crescita insufficiente» (Federico Fubini).
• Il Patto di stabilità così come era formulato conteneva un equivoco di fondo. «Il giusto obiettivo del risanamento dei bilanci doveva essere raggiunto come se il ciclo economico non esercitasse influenza alcuna [...] Un atto di coraggio, forse? Commesso, credo, sull’onda della forte crescita americana degli anni 90, che si pensava potesse estendersi all’Europa, come pure del successo dei programmi di convergenza per arrivare ai traguardi fissati dal Trattato di Maastricht. Si pensava di continuare su quell’abbrivio. Invece non ci si può illudere: l’andamento dell’economia ha i suoi alti e bassi, che esercitano una influenza sui bilanci pubblici [...] C’era una mancanza di coerenza logica nel definire uno spazio di manovra del deficit tra un massimo del 3 per cento del prodotto lordo e un minimo dello zero, per poi vietarsi di usare questo spazio per stabilizzare l’economia durante la fase di avvicinamento allo zero. Era come se si pretendesse di sospendere, durante quel periodo, il funzionamento normale delle cose» (Mario Sarcinelli).
• Punto e a capo. «Sostengono che, mentre leggeva il comunicato giunto da Bruxelles, Tremonti abbia iniziato a slacciarsi le scarpe con movenze lente e teatrali. Sarà stato il tono compiaciuto della sua voce ad aver provocato questo strano effetto ottico tra i leader della maggioranza, perché sarà pur vero che l’annuncio della Commissione europea di far slittare la parità di bilancio al 2006 rappresenta un successo per l’intero governo, ma la svolta consegna al ministro del Tesoro il merito di essersi battuto per centrare l’obiettivo. [...] Ora che la morsa del Patto di stabilità si è allentata, ora che, ”punto e a capo”, il titolare dell’Economia ha invitato gli alleati a ”evitare dichiarazioni enfatiche. Evidentemente si tratta di una buona notizia, ma sarebbe un errore dare l’impressione che stiamo facendo salti di gioia”. [...] ”Sarebbe dannoso dare l’idea di un Paese con l’acqua alla gola”, ”va anche evitato che in Parlamento si creino chissà quali aspettative”, perché comunque la manovra dovrà essere blindata, ”il rigore è necessario a causa del forte debito pubblico che ci opprime. Ma l’intesa con Bruxelles sdrammatizza la situazione, sgombra il campo da guaritori, sciamani e profeti di sciagure”. Sostengono che proprio allora Tremonti abbia iniziato a slacciarsi le scarpe, quando ha ripercorso la storia delle ultime settimane, ”quando sono stato accusato d’incapacità, di irresponsabilità, quando persino autorevoli rappresentanti della maggioranza, pubblicamente, hanno puntato l’indice contro di me”» (Francesco Verderami).
• Anche il governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio ha tirato un mezzo respiro di sollievo. «Da tempo è allarmato per l’andamento dei conti pubblici. Le sue preoccupazioni riguardano le entrate, che sono in diminuzione, ma anche la spesa della pubblica amministrazione, che invece non cala. E la decisione della Commissione europea, fanno rilevare in Bankitalia, va vista da due prospettive diverse. La prima è quella dell’allentamento dei vincoli di bilancio pubblico, che consentirà al governo di avviare la riforma fiscale e finanziare il Patto per l’Italia. Ma la seconda è la precisa richiesta di un più rigoroso ridimensionamento del deficit ”strutturale”. Le stime in possesso della Banca d’Italia sulle previsioni dei saldi di finanza pubblica, elaborate in vista della riunione del Cipe nel quale il governo darà via libera alla Relazione previsionale e programmatica, sono decisamente pessimistiche. [...] Chi le ha viste sostiene tuttavia che siano più brutte di quanto forse si potesse immaginare» (Sergio Rizzo).
• Se non si ha coraggio ora, quando mai? «Tremonti, e il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, compirebbero un grave errore se usassero lo spazio che oggi concede loro Bruxelles solo per riguadagnare un equilibrio politico che era diventato incerto. Non possono illudersi che senza interventi sulle spese (e cioè, per essere chiari, sulle pensioni) vi sia lo spazio per ridurre le tasse, neppure quando l’economia riprenderà: il vincolo a diminuire il debito pubblico non verrà allentato, quali che siano le future modifiche del Patto di stabilità. 2004, 2005, 2006 saranno anni elettorali: se non si ha il coraggio di affrontare un po’ di impopolarità ora, nella Finanziaria per il 2003, quando mai?» (Giavazzi).
• L’Italia deve operare come se l’obiettivo sostanziale fosse ancora al 2004, «come se valesse solo lo slittamento di un anno già ottenuto mesi fa. Abbiamo già lucrato dei cosiddetti stabilizattori automatici, lo 0,5 per cento indicato da Prodi e Solbes. Non dimentichiamo che per noi era lo 0,8 per cento. E Bruxelles ha subito specificato che lo spostamento di un paio d’anni non è automatico, ma da verificare paese per paese all’interno dei programmi di stabilità di novembre. E chi ha ottenuto già slittamenti, come noi, non deve dare per scontato un via libera al rinvio. Poi, come Solbes ha rimarcato, il nostro rapporto deficit-pil ha ripreso a crescere. Non riportare al tasso annuo giusto, 5-5,5 per cento, l’avanzo primario che riduce il deficit, ci farebbe infrangere l’impegno fondamentale da noi accettato per entrare nell’euro: portare il rapporto deficit-pil al 60 per cento nel 2013. E un fallimento sarebbe rovinoso. [...] interesse del governo e del paese fare una Finanziaria dell’ordine di 25 miliardi di euro [...]. Se poi la congiuntura migliorerà, o le flessibilità di Solbes verranno pienamente utilizzate dagli altri paesi in difficoltà, si potranno anche rivedere in meglio le cose. Ma le manovre pensate prima delle vacanze vanno realizzate e rafforzate in rapporto alla congiuntura. Ripeto: giocare sul rinvio farebbe perdere ogni credibilità» (Renato Brunetta).
• Un chiodo appeso a una montagna. «Lo ”sconto” permesso dalla Commissione equivale a quello che fu negli anni 80 l’ingresso della lira nella banda stretta dello Sme. Un chiodo appeso a una montagna. A quel chiodo ci si può aggrappare per salire più in alto, adottando una politica economica più seria e rigorosa. Ma a quel chiodo ci si può anche impiccare, con una gestione ambigua, mendace e disinvolta dei conti pubblici» (Giannini).