Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 16 marzo 1998
Lo scorso venerdì i ministri degli esteri dell’Unione Europea hanno deciso di nominare un ”inviato speciale” che andrà a Belgrado per cercare di riaprire il negoziato tra il governo serbo e i ribelli albanesi del Kosovo
• Lo scorso venerdì i ministri degli esteri dell’Unione Europea hanno deciso di nominare un ”inviato speciale” che andrà a Belgrado per cercare di riaprire il negoziato tra il governo serbo e i ribelli albanesi del Kosovo. Si tratterà quasi certamente di Felipe Gonzales, ex primo ministro spagnolo e ora inviato speciale dell’Osce per la Jugoslavia. La decisione è arrivata dopo il secondo rifiuto di Ibrahim Rugova, leader albanese del Kosovo, ad incontrare la delegazione serba arrivata a Pristina, capoluogo del Kosovo. I ministri dell’Ue, per non umiliare Belgrado, hanno confermato l’appartenenza del Kosovo alla Serbia e si sono limitati a chiedere l’apertura di un ufficio Ue nella capitale kosovara e l’invio di altri osservatori europei oltre quelli presenti. Le decisioni sono state rinviate ad una prossima riunione che si terrà a Parigi e alla quale parteciperanno Russia, Stati Uniti e rappresentanti dei paesi confinanti con la Federazione Jugoslava.
• Kosovo. Regione della Serbia. Superficie: 11 mila kmq (come l’Abruzzo). Abitanti: 2.100.000, il 90 per cento di etnia albanese e religione musulmana (pochissimi cattolici), l’8 per cento serbo e di religione cristiano-ortodossa, il 2 per cento turchi, macedoni e rom. la regione più povera della Federazione Jugoslava, il Pil pro capite è di 490 dollari (meno di 900 mila lire, in Italia è di circa 30 milioni), la disoccupazione è al 41,9 per cento.
• La Serbia non accetterà mai un Kosovo indipendente. Gli albanesi abitano in questa zona dal 1250 avanti Cristo, quando gli Illiri, loro antenati, vi si insediarono. Nel 1180 il principe serbo Stefan Nemanja conquistò il Kosovo e vi stabilì la capitale del regno: sorsero i più vecchi monasteri dell’ortodossia balcanica, Gracanica e Decani, oltre a Pec, la sede del patriarcato della Chiesa ortodossa serba. Il 28 giugno 1389 nella battaglia del Kosovo Poljie , il Campo dei Merli, a pochi chilometri da Pristina, il re serbo Lazar si scontrò con le armate ottomane del sultano Murad: morirono entrambi, ma i serbi furono sterminati ed iniziò la loro sottomissione all’impero Ottomano che durò per più di cinque secoli. Da allora si celebra in quella data ilVidovdan , il giorno di San Vito, la principale festività nazionale e religiosa serba. «La sconfitta ancor più che la vittoria è il tema epico per eccellenza della poesia popolare serba. Non c’è bambino che non abbia imparato a memoria l’epopea della ”giovane fanciulla del Kosovo” che si reca sul campo di battaglia per riconoscere i cadaveri dei suoi cari, o quello della ”madre dei nove Jugovic” che piange la morte dei suoi figli uccisi dai turchi» (Ingrid Badurina).
• Mussolini unì il Kosovo al Regno d’Albania. Dopo la Seconda Guerra mondiale la regione venne dichiarata provincia autonoma della Repubblica Socialista Serba (membro della Federazione Jugoslava), i serbi occuparono tutti i posti dirigenti e i servizi di sicurezza e iniziarono una dura repressione contro gli albanesi. A metà degli anni ’60 il Maresciallo Tito riaprì l’Università di Pristina: qui nacquero i principali centri di resistenza. Nel ’74 il governo jugoslavo riconobbe al Kosovo lo status di territorio amministrativo autonomo, con ampi margini di autogoverno. Dopo la morte di Tito, nel 1981, gli studenti di Pristina manifestarono chiedendo l’indipendenza, Belgrado mandò i carrarmati: fu il primo sintomo della disgregazione della Jugoslavia. Il 28 marzo del 1989 il Parlamento serbo cancellò l’autonomia del Kosovo togliendo alle autorità locali il controllo su polizia, giustizia, difesa e programmazione economica: in due giorni di scontri morirono ventuno albanesi, un centinaio rimasero feriti.
• Perché il Kosovo è importante per Slobodan Milosevic. «Era il 24 aprile 1987. A Kosovo Poljie migliaia di serbi protestavano con violenza per le loro condizioni di vita, si sentivano cittadini di seconda categoria in una terra dominata al 90 per cento dagli albanesi. Milosevic, allora esponente di spicco della Lega dei Comunisti (il partito comunista jugoslavo), doveva tenere un comizio di fronte a quei manifestanti. Le immagini televisive di quel momento lo mostrano esitante: a un certo punto sembra volersene andare fra i fischi della folla. Invece si avvicinò al microfono e gridò ”Nessuno può permettersi di toccare i serbi”. Ci fu un’ovazione. Il presidente della Serbia Ivan Stmbolic si dimise nel dicembre del 1987, nel maggio del 1989 venne eletto Milosevic che portò avanti una campagna nazionalista sempre più accesa. Il 28 giugno dello stesso anno, un milione di persone partecipò alla commemorazione del sesto centenario della battaglia di Campo dei Merli». (Bruno Crimi)
• Dopo il referendum serbo del 5 luglio 1990 che approvò la nuova Costituzione, il Parlamento serbo sciolse l’assemblea e il governo della provincia del Kosovo. Nel 1991 Belgrado stabilì che per ogni studente albanese iscritto all’Università di Pristina ce ne dovesse essere uno serbo, escludendo quindi otto studenti su dieci dall’istruzione universitaria (per via della distribuzione della popolazione, il rapporto fra diplomati serbi e albanesi era di 1 a 9). Venne fondata l’Università albanese clandestina, 14 facoltà frequentate da 16 mila studenti, le aule negli scantinati. Esisteva anche un sistema scolastico clandestino retto da circa 19 mila insegnanti di vari livelli e frequentato da 341.100 studenti. Il 24 maggio del 1992 gli albanesi disertarono le elezioni per il rinnovo del mandato a Milosevic ed elessero un loro parlamento con Ibrahim Rugova presidente della Repubblica del Kosovo (il suo partito, la Lega Democratica, aveva ottenuto più dei due terzi dei seggi). Fino a quel momento i kosovari avevano seguito una strategia pacifica: quando il 24 febbraio 1990 Belgrado aveva imposto il coprifuoco su tutta la regione, anziché cercare lo scontro si erano affacciati alle finestre e, nel buio, avevano fatto tintinnare mazzi di chiavi come simbolo della prigionia subita.
• Tra il 28 febbraio e il 1 marzo di quest’anno nei villaggi di Likosani e Cirez gli scontri tra polizia e manifestanti hanno causato 16 morti. Altre 52 persone sono state uccise dalla polizia serba nei giorni successivi, fra loro donne e bambini. Al momento la zona è controllata dalle truppe serbe ed è chiusa anche agli aiuti umanitari. Domenica prossima dovrebbero tenersi nel Kosovo elezioni clandestine: la Lega Democratica ha ricandidato Rugova, che continua a chiedere l’indipendenza del Kosovo e la concessione dello status di comunità nazionale per gli albanesi macedoni e montenegrini. Prima di accettare la candidatura Rugova ha eliminato dalla direzione e dalla vice-presidenza del partito gli estremisti favorevoli alla lotta armata, a partire dal vicesegretario Hydajet Hyseni: per questo è stato condannato a morte dall’Esercito di Liberazione del Kosovo.
• L’Esercito di Liberazione del Kosovo. La sigla U.C.K. (Ushtria Clirimtare e Kosoves ) venne usata la prima volta il 28 novembre 1997 durante il funerale di un albanese ucciso da un serbo nel villaggio di Laushi, vicino Pristina. Durante la rivolta albanese l’armata dichiarò di essere pronto ad entrare in Albania per sostenere il presidente Berisha; di recente si è scoperto che membri dello Shik , il servizio segreto albanesi fedele al presidente, facevano parte della prima cellula dell’esercito cladestino. La nascita dell’U.C.K. sorprese anche Adem Demaqi (’il Mandela albanese”, al contrario di Rugova sostenitore della lotta armata), che in un primo tempo accusò i servizi segreti serbi.
I campi di addestramento dell’U.C.K sono a Prizren, nel Kosovo, in Montenegro, a Labenot (vicino Elbasan), a Surrel (sul monte Dajti a venti chilometri da Tirana), e in Svezia: i guerriglieri sono addestrati da istruttori iraniani, reduci di Serajevo con passaporto bosniaco. I Centri di reclutamento (del ”Movimento politico di liberazione”) sono nel Kosovo (a Pristina) e in Svizzera (a Biel), dove vengono raccolti i fondi offerti dagli emigranti albanesi e quelli prodotti dallo spaccio di droga (in aperto contrasto con la Repubblica di Rugova).
• Il rischio Macedonia. Un quarto dei due milioni d’abitanti della Macedonia è d’etnia albanese. Nel caso di scontri in Kosovo, il Paese diverrebbe la principale mèta dei profughi. L’esercito di liberazione del Kosovo esordì rivendicando le due bombe esplose negli uffici della polizia delle città macedoni di Prilep e Kumanovo; recentemente sono state trovate casse con centinaia di Kalashnikov nella città di Gostivar (il sindaco albanese della città, già condannato a 14 anni di prigione, ha avuto la pena dimezzata dopo violente manifestazioni). Il Partito della Prosperità Democratica, guidato dal kosovaro Arben Dzaferi, chiede la secessione della regione macedone abitata dagli albanesi e raccoglie i voti dei tre quarti degli albanesi macedoni. Il principale partito di opposizione, l’Organizzazione Rivoluzionaria Interna Macedone, chiede l’annessione alla Bulgaria ed ha espulso i membri contrari a tale posizione. La Grecia, che non riconosce la Repubblica Macedone per via dell’omonima regione greca (l’ha costretta ad assumere l’acronimo F.Y.R.O.M. Former Yugoslavian Republic Of Makhedonia) preferirebbe una Macedonia integra piuttosto che divisa tra Albania e Bulgaria. La stessa posizione è condivisa dalla Serbia.
• Washington teme che la divisione della Macedonia porti ad una guerra tra Grecia e Turchia, entrambi membri Nato. Fino al prossimo agosto gli Stati Uniti manterranno circa 200 uomini a Skopjie. «Se la Bosnia è cruciale per il controllo delle coste adriatiche, la Macedonia è l’unico territorio da cui possono essere attraversati i Balcani da Nord a sud (da Belgrado a Salonicco) e da ovest a est (da Durazzo a Istanbul). Divisa etnicamente tra slavi e albanesi, la Macedonia è il punto di conflitto tra i due assi politico-strategici che si confrontano nella regione: quello serbo-greco (con l’aggiunta della Bulgaria) e quello turco-albanese» (Riccardo Cascioli).
• Qual’è la posizione dell’Italia. L’Italia ha importanti interessi economici in Serbia e la sua posizione diplomatica è dunque vicina al governo di Milosevic: Telecom Italia e la compagnia greca Ote hanno acquisito il 49 per cento del pacchetto azionario della compagnia serba di comunicazioni Telekom (valore circa 1.800 miliardi). Il 5 marzo la compagnia serba ha firmato con l’Ericcson Italia un contratto per l’acquisto dei materiali necessari alla realizzazione della rete Gsm locale. Altri interessi italiani sulle le privatizzazioni serbe: Eni per la petrolifera Srbje , Breda e Ansaldo per la rete ferroviaria. «L’integrità territoriale della Federazione Jugoslava non può e non deve essere messa in discussione, perché non si potrebbe arrivarvi senza una guerra cruenta» (Lamberto Dini).
• Milosevic ha bisogno di nemici come l’aria: «Se ne serve per puntellare il suo potere, alimentare l’epopea del popolo eroico e accerchiato. Paradossalmente le sanzioni internazionali per lui sono un bene. Sta rischiando moltissimo. Se la situazione si aggrava la Serbia si ritrova intorno una cintura di sicurezza e il Montenegro sarà ancora più tentato dall’indipendenza. Ha fatto della polizia un corpo scelto, pagandola bene, ma ha demotivato e frustrato l’esercito che potrebbe trasformarsi in un avversario. Gli indicatori economici sono allarmanti, ma l’opposizione politica è debole e divisa» (Tito Favaretto, direttore dell’Istituto di Studi sull’Europa Orientale di Trieste a Roberto Morelli).
• Più che una guerra serbo-albanese è probabile uno scenario irlandese. «Il Kosovo non è la Bosnia. Le sue pianure senza foreste non favoriscono la guerriglia. L’unica arma a disposizione degli estremisti è il terrorismo. Bombe contro le strutture pubbliche e le famiglie serbe, nella speranza di convincere prima o poi Belgrado che conviene abbandonare il Kosovo al suo destino albanese. Da parte serba, la risposta è lo stato di polizia, il controterroriusmo, la liquidazione fisica dei ribelli e delle loro famiglie, compresi vecchi, donne e bambini. Per far capire agli albanesi che mai e poi mai Belgrado cederà il suo ”Piemonte” storico» (Lucio Caracciolo).