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 1998  gennaio 12 Lunedì calendario

L’ultimo film di Roberto Benigni, ”La vita è bella”, ha suscitato dapprima consensi unanimi poi, a mano a mano che qualcuno prendeva coraggio, ripetute stroncature (Goffredo Fofi su ”Panorama, Alfonso Berardinelli sul ”Corriere della Sera”, La Porta sull’’Unità, l’appuntamento quotidiano sul ”Foglio” ecc

• L’ultimo film di Roberto Benigni, ”La vita è bella”, ha suscitato dapprima consensi unanimi poi, a mano a mano che qualcuno prendeva coraggio, ripetute stroncature (Goffredo Fofi su ”Panorama, Alfonso Berardinelli sul ”Corriere della Sera”, La Porta sull’’Unità, l’appuntamento quotidiano sul ”Foglio” ecc.). Tra quelli che hanno difeso Benigni spiccano Tullio Kezich e Michele Serra. Il dibattito iniziale tra critici e sostenitori è infine sfociato in una lotta tra «bastian contrari» e «conformisti». Nel frattempo il professor Luca Canali, sull’’Unità”, si scagliava contro l’ultimo recital di Giorgio Gaber, una satira dell’era dell’Ulivo, ammettendo di non aver visto lo spettacolo ma di essersi limitato a leggere il resoconto di ”Repubblica”.
• «Una volta i guitti dimostravano che la vita è un lager, adesso vogliono dimostrare che il lager è un gioco» (Giuseppe Scaraffia). «Ero abituato alle botte nelle chiappe e alla gente che mi diceva: ma tu, maledetto, mi hai fatto morire dalle risate. Ora succede che arrivano omoni anche grossi e non dicono niente. Sono gnudi per la commozione, mi stringono qui (mostra le scapole), mi tirano a loro e mi abbracciano. una soddisfazione enorme. Perché le due cose più belle sono schiantare dal ridere e patire insieme per il gran dolore, come nell’Ecclesia e come succedeva davvero nella vita» (Roberto Benigni).
• «Mi pare che gli altri siano più benigni di lui nel giudicarlo. Conosce il mestiere di far ridere. Quando tocca le corde del sentimento, però, ad essere maligni, si direbbe che finga» (Alfredo Biondi). «Durante l’ultima mezz’ora del film gravava sulla sala come una cappa fradicia, in un concerto di nasi soffiati e colpi di tosse, e in un silenzio potentissimo. Tale era lo choc emotivo, che le battute e le gag [...] non servivano solo a proteggere il bambino dalla verità, ma anche il pubblico dalle lacrime. Le risate erano liberatorie per molti (per esempio per chi scrive) [...] Da quando il tragico irrompe in scena, [...] il comico lo prende in consegna per non mollarlo più. E procedono assieme: eh si, proprio come in Chaplin [...]» (Michele Serra). «Il film è due film di un’ora circa ciascuno, il primo da ridere, il secondo da piangere [...] Le due parti stanno insieme senza sfiorarsi e non si può dire che La vita è bella sia pienamente riuscito, Ma è sinora il miglior film di Benigni regista» (Lietta Tornabuoni sull’’Espresso”).
• La vita è bella «Non è più neppure un film: è un articolo di fede su cui si misura il grado di appartenenza di ognuno di noi al sacrosanto comune sentire della patria italiana [...] Anch’io e la mia famiglia, perciò, abbiamo voluto metterci alla prova. E purtroppo abbiamo dovuto constatare di essere esteticamente, emotivamente e forse politicamente in difetto: inappartenenti ed infedeli. Il film, infatti, non ci è piaciuto affatto, con scandalizzata meraviglia degli spettatori vicini e della cassiera del cinema [...] Il film non ci è piaciuto per ragioni del tutto normali, credo. Perchè è un film assai bruttino, di un’inconsistenza e mediocrità evidenti [...] Ci si sente trattati come degli imbecilli che a Natale vanno al cinema con il problema di liberarsi della più piccola oncia di senso del dolore e della tragedia che forse resta in un popolo così comico per vocazione, così poco tragico come noi» (Alfonso Berardinelli).
• «Come si costruisce una stroncatura eroica? Si fa, per esempio, come ha fatto Alfonso Berardinelli, l’altro ieri, sul ”Corriere della Sera”, a proposito del film di Benigni. Si scrive cioè una stroncatura classica, nella quale l’autore spiega diligentemente e correttamente perché un’opera non gli è piaciuta affatto. Ma la si fa precedere da un breve cappello (ripeto, contestuale: che è un modo elegante per dire pretestuoso) nel quale si avverte il lettore che il film in questione è protetto da una sorta di cordone sanitario fatto di acritica esaltazione e di benevolenza faziosa. Il critico, dunque, si presenta al lettore autoproclamandosi solitario nemico (eroico, appunto) del conformismo culturale. Nel caso specifico, all’allestimento dello scenario eroico provvedono, coon ottima intesa, titolista ed estensore dell’articolo. L’occhiello avverte che ”La vita è bella è un mediocre film passato per un capolavoro per colpa del patriottismo progressista” [....] Parlando in generale direi che la stroncatura eroica, come genere, non è molto eroico, e al contrario è sempre sospettabile di slealtà» (Michele Serra).
• «Benigni ci regala una storia e un film a mio parere il suo più bello e maturo, necessario, che brilla per la fedeltà a se stesso anche sulla soglia dell’infinito dolore e che per questo può tendere la corda dell’acrobata sulla voragine dell’inferno e farcelo attraversare, tenendoci tutti sulle sue esili ma potenti spalle» (Moni Ovadia al ”Corriere della Sera”).
• «Trovo Benigni un noiosissimo campione del buonismo scimmione. Non fa ridere» (Lucio Colletti). «Le grandi ambizioni artistiche sono sempre lodevoli, anche quella di Roberto Benigni di affrontare un tema impossibile come l’Olocausto. Per farlo, ribadisco, bisogna però essere grandi artisti, grandi poeti, e Benigni non lo è. una straordinaria maschera comica (uno Stenterello nostro contemporaneo) e ha una grande forza comica, ma ha sempre bisogno di altri a ”scriverlo”, a guidarlo. La mia convinzione è che egli sia stato un grande con Giuseppe Bertolucci e che sia diventato uno qualsiasi con Vincenzo CeramI. Certo con Cerami, che non sembra amare il cinema e i suoi spettatori come (forse) ama la letteratura e i suoi lettori, e che è sceneggiatore per motivi altri che l’amore dell’arte, ha fatto più denari che con Bertolucci, ma ha perso originalità ed è diventato un altro dei mille santini comici e brillanti di cui il nostro ridanciano buonismo ha sempre bisogno. più bravo, forse, di tutti i comici ”scritti” dalla tv e dal cinema, ma a me non sta più simpatico. Tanto più quando fa la ”furbata” di voler far ridere e piangere con un bambino e con il lager» (Goffredo Fofi).
• «Una cattiveria su Benigni? Per carità. Se me ne viene una la reprimo immediatamente”» (Stefano Di Michele). «Mi turba il pensiero che a Vergaio, in quel di Prato, qualcuno vada a mettere l’articolo di Fofi sotto il naso dei genitori di Roberto, magari insinuando: ”Avete visto che il vostro figliolo non è poi così bravo?» (Tullio Kezich), «’Posso parlare un po’ male del film di Benigni?” suona il titolo dell’articolo di La Porta sull’’Unità”. Già il fatto che un dissenso, peraltro pacatissimo e misuratissimo, debba essere sentito come un gesto impavido e provocatorio appare inquietante e sinistro. Ma la sinistra antibuonista dei ”cattivisti” alla Fofi non gode oggi di grande popolarità, nemmeno tra gli eredi di quella che un tempo si chiamava ”nuova sinistra” e che oggi si affolla compatta nella nomenklatura ulivista» (Pierluigi Battista). Benigni «ha consegnato nelle mani di Rita Rusic, produttrice, il suo capolavoro più mafioso (sia detto senza offesa per l’Onorata società). Mafioso nel senso che nessuno ne potrà dire male. E allora, disonorati senza società (sia detto senza offesa per l’Onorata Società) rivendichiamo il diritto di stroncare a priori la pellicola di cui tutti dicono un gran bene» (Pietrangelo Buttafuoco).
• «Benigni è un incompreso. Scrive testi come l’inno del corpo sciolto e lo paragonano ad Omero e Aristofane. Fa film comici che fanno piangere e film tragici che fanno ridere. Chi ha sbagliato mestiere, lui o i suoi critici?» (Antonio Socci). «Il problema non sono i pochi cui il film non piace, ma i tutti (o quasi) invasati da un entusiasmo troppo fuori misura per non far nascere qualche interrogativo [...] Che cosa succede? Sta nascendo una nuova estetica nazionale egemonizzata dalla sinistra? La sinistra di questi anni s’è messa ad elaborare con i mezzi che ha (non molti, oggi) i sentimenti di un nuovo, doveroso patriottismo che possa portarci in Europa dotati della necessaria finezza?» (Alfonso Berardinelli).
• «Ogni comico ormai porta un messaggio. Il messaggio del film di Benigni è che sei milioni di ebrei sono stati sterminati, ma la vita è bella: mi sembra un messaggio del cazzo» (l’Elefantino). «Manca la regia, manca la poesia. Con la Poesia e la regia avremmo forse accettato che si piangesse-ridesse su Auschwitz. Senza poesia e regia, zero, resta la sgradevolissima sensazione della furbata, della conquista del pubblico riciclandosi dopo filmetti disimpegnati con una parvenza (parodia) di serietà». [5] «Situando la sua idea, piuttosto seducente, in un campo di sterminio ossia nell’unico luogo in cui sarebbe del tutto inimmaginabile e che trae la sua specificità da questa stessa impossibilità, Benigni non firma, pur con le migliori intenzioni, la prima commedia ”negazionista” della storia del cinema?» (’Le Monde”).
• «Benigni. Fortuna? Astuzia? Servilismo? Tant’è che oggi vi sono dei poveri guastatori che diventano in breve il riverito volto propagandistico del potere: dei Giamburrasca che diventano dei Goebbels, attenti naturalmente, dati i tempi, a essere un po’ più cattivi del primo e un po’ più buoni del secondo» (Giuseppe Conte). «A Roberto Benigni e al suo La vita è bella sta capitando il meglio e il peggio che possa capitare in Italia: avere un gran successo popolare con incassi di oltre quaranta miliardi in pochi giorni, e insieme diventare un fenomeno di costume, un simbolo etico, un pretesto di esibizioni private, un oggetto politico [...] alcuni della sinistra o della destra credono di dar prova della propria indipendenza giudicandolo male o bene [...] Esagerazioni, assurdità, schematismi, meschinerie, scemenze, pregiudizi o sfruttamento di successo altrui, si capisce. Per il costume italiano non è una novità, è anzi il ripetersi eloquente di un’abitudine nazionale» (Lietta Tornabuoni). «Che ”piaccia a tutti” è da vedere, e conosco molte brave persone che il film ha indignate; che ”piaccia agli ebrei” vuol dire, se è vero, che c’è anche tra loro chi si accontenta di molto poco; e fosse anche vero che ”piace a tutti”, potrò ben dire che a me non è piaciuto?» (Goffredo Fofi).
• Il caso Gaber. La settimana scorsa, dalle colonne dell’’Unità”, il professor Luca Canali si è lanciato in un violento attacco al nuovo recital di Gaber, che per sua stessa ammissione non ha visto: lo ha fatto basandosi sul resoconto di ”Repubblica” dopo il debutto a Lucca. La satira del cantautore milanese sull’Italia dell’Ulivo, sul ”buonismo rampante”, sulla sfiducia nella politica non gli è piaciuta, e Gaber viene tacciato di qualunquismo, di ricerca del consenso facile, di propaganda a favore del ”cattivismo”, di snobismo da salotto, di revisionismo sulla Resistenza, addirittura di attacco, attraverso il Pds, a Di Pietro e al pool di Mani Pulite. Conclusione: non ha più nulla da dire, meglio si ritiri a scrivere l’inno di Forza Italia. «Oggi è molto più facile essere a favore dell’Ulivo; non ho mai fatto spettacoli con il pugno chiuso e non li faccio certo oggi. Mi coinvolgono in un gioco di potere, chi non fa parte del quale dev’essere emarginato» (Giorgio Gaber).
• «La vita è bella? Ma allora, perché sprecarla al cinema?» (Vauro) «Fino a due anni fa era di moda la rissa continua, ora è di moda il conformismo totalizzante, e guai a esprimere riserve su Fo e Strehler, Pieraccioni o Benigni. Chi si contenta gode, e in Italia oggi ci si contenta facile e si gode parecchio. Siamo ancora ad ”anni di consenso”? Ma sì, ”la vita è bella”, nonostante tutto, nonostante Auschwitz e Hiroshima e anche Agnelli e Berlusconi, Veltroni e Cecchi Gori, Cerami e Benigni, Pieraccioni e Fo...» (Goffredo Fofi)