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 1997  ottobre 06 Lunedì calendario

Quello che mi viene in mente è il sorriso di Harry Rubin, tagliato dal sole al tramonto giallo e polveroso di Berkeley, dietro la finestra del suo piccolo laboratorio color cartone

• Quello che mi viene in mente è il sorriso di Harry Rubin, tagliato dal sole al tramonto giallo e polveroso di Berkeley, dietro la finestra del suo piccolo laboratorio color cartone. Se in tutta questa storia ci fosse una morale, se si volesse scoprire il senso delle cose, sarebbe tutto nel taglio di quel sorriso sotto la coppola pied-de-poule sottile che si era appena infilato mentre si alzava e telefonava per la seconda volta, alla moglie: per dire che avrebbe fatto tardi, ma che stava arrivando. «Lei potrebbe essere Tolstoj o Shakespeare», aveva detto. «Potrebbe scrivere un articolo o un libro. Non importa. Non cambierebbe niente. Non si aspetti di aver alcuna influenza, la ignoreranno. Certe volte, la società dev’essere pronta: una spiegazione semplice e sbagliata è meglio di nessuna spiegazione. Ne hanno trovata una semplice, il virus HIV, e non vogliono lasciarla. Nessuno voleva credere che la Terra è tonda, il Cardinale si rifiutava di guardare attraverso il telescopio di Galileo, perché non voleva vedere le lune di Giove. L’Aids è una magnifica metafora del pensiero di massa. La verità non ha senso, qui. Non è questione di logica o di fatti: è un’altra dimensione, di relazioni pubbliche, di movimento gay, di pressioni politiche: come riesci a terrorizzare il pubblico, a ottenere più attenzione, più denaro. Una dimensione svincolata da qualsiasi logica. Attaccarla è un problema troppo complesso. D’altra parte, è stato sempre così. Prima si chiamava fede, riguardava la Chiesa. Ora è la scienza».
• Rubin aveva elaborato con Howard Temin la teoria della transcrittasi inversa, in base a cui si sono poi scoperti i retrovirus. E l’HIV è un retrovirus. Poi aveva ripudiato quel lavoro e il Nobel era andato a Temin, con Baltimore e Dulbecco. Ma non era questo il punto. Avevo tutti i Nobel che volevo. Kary Mullis o Walter Gilbert non dicevano cose diverse da Rubin. Ma erano Nobel, se lo potevano permettere. Gli altri no, e li guardavo affondare lentamente, scivolare dimenticati nei corridoi dell’informazione e della storia. Come Peter Duesberg, accademico degli Stati Uniti, destinatario di fondi illimitati in qualità di Outstanding Researcher, scopritore di uno dei rarissimi geni del cancro: ora professore a Berkeley senza alcun finanziamento, bandito dalle riviste scientifiche. O come Bob Root-Bernstein, o Joseph Sonnabend. Tutti affondati. Perché a un certo punto dell’epidemia di Aids avevano letto i dati, controllato le previsioni, studiato le pubblicazioni scientifiche e i loro stessi pazienti, e messo in discussione il punto centrale: che l’HIV fosse quello che i giornali definivano «virus dell’Aids». Ovvero, che fosse l’unica e vera causa di ciò che conosciamo come Sindrome di Immunodeficienza Aquisita.
• Avevo cominciato in Italia, così, per caso. Una manchette del ”Corriere della Sera”, più di dieci anni fa. Diceva che le proiezioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità erano cambiate. Da sessanta milioni di casi di Aids previsti nel mondo per il 1992 erano scese a sei milioni. Un decimo. Un errore impensabile, irriverente. Avevo continuato in maniera artigianale una ricerca al computer. Era straordinario. Come se i giornali ogni anno dimenticassero tutto. Ignoravano ciò che avevano scritto l’anno prima e ripartivano da zero mantenendo inalterati i titoli, i commenti, le opinioni. A volte, la scadenza era anche più rapida: dimenticavano dopo sei mesi, dopo tre, dopo uno. Era sempre una tragedia, una catastrofe, era sempre la peste. Scrivevano che i casi di Aids sarebbero raddoppiati ogni tre mesi (’Il Giorno”, 22/7/86): se fosse stato vero, nell’89 avremmo avuto un milione e mezzo di casi, invece di tremila, ed entro il ’90 l’intera popolazione italiana sarebbe stata annientata. Nel momento in cui la velocità di diffusione della malattia si dimezzava, sostenevano che raddoppiasse, che assumesse un modello esponenziale (’La Repubblica”, 27/1/88): prevedevano, insieme con l’Istituto Superiore di Sanità e il professor Aiuti, 26mila casi per il ’90 (’La Repubblica”, 28/9/88). In realtà, quell’anno furono novemila. Un terzo.
• Era semplice: niente andava come sarebbe dovuto andare. Come negli Stati Uniti. ”Time” aveva previsto 270mila casi per il ’91; il Congresso portava la previsione tra i 300 e i 480mila casi. In realtà, quell’anno furono 153mila: la metà, o addirittura un terzo. Anche i CDC, Centers for Disease Control, la maggior agenzia governativa per il controllo delle malattie al mondo, avevano continuato a sbagliare: per il ’92 avevano previsto 370mila casi, e ne avevano avuti 249mila. Così mi ero ritrovato ad attraversare i corridoi del dipartimento Aids dei CDC ad Atlanta, Georgia: chiedevo, controllavo, registravo e verificavo di nuovo: leggevo i tabulati delle statistiche, con i cambi di definizione, le partizioni complesse e oscure dei gruppi a rischio, gli spostamenti relativi agli anni, ai luoghi, alle diverse infezioni. C’era una burocrazia della morte, complessa e intrecciata, di grafici e curve, di percentuali, tassi e definizioni sempre più precise. Per mettere a fuoco la fisionomia di ciò che aveva ucciso duecentomila giovani americani: darle un profilo nitido. Ma nel processo ogni singolo scatto allargava il campo, includeva qualcos’altro che a sua volta andava chiarito, necessitava di un altro scatto: e quando era finito, quando ero arrivato in un punto qualunque, niente assomigliava più a quello che avevo letto: a quello che mi avevano detto. Avevano detto: i sieropositivi aumentano, sono sempre aumentati, non smettono di aumentare.
• Non è mai stato vero. Gli Stati Uniti sono l’unico paese al mondo che sottopone obbligatoriamente tutti i militari e tutte le partorienti al testo per l’HIV: hanno quindi un campione di massa significativo. Bene. Quello che il campione dice è: dal 1985, anno in cui il test Elisa è stato disponibile, il numero dei sieropositivi non è mai aumentato. rimasto costante, o addirittura diminuito. Dicevano: sono un milione e mezzo. Poi, un milione. Oggi dicono: settecentocinquantamila. In ogni caso, non c’è stata alcuna crescita. L’incidenza del virus tra le partorienti è rimasta costante: le sieropositive sono sempre state soltanto lo 0.17 per cento sul totale delle donne americane. Per una malattia che si vorrebbe infettiva e a trasmissione sessuale, «anche un solo contatto può essere fatale», è un andamento del tutto improbabile, anche perché ciò che si chiama prevenzione, e che in definitiva è l’uso del preservativo, in questo caso non può aver avuto alcun ruolo. Le campagne d’informazione sono successive all’ 85, e nella migliore delle ipotesi potrebbero aver avuto un impatto a partire dalla fine degli anni ’80. Ma il numero dei sieropositivi è rimasto stabile, anche negli anni precedenti. E non solo. Gli effetti dell’uso del preservativo, ammesso che sia mai stato di qualche rilevanza, non si possono riferire a questo periodo per una ragione ancora più semplice. La sifilide in quegli anni ha continuato ad aumentare e ha raggiunto il picco massimo nella storia degli Stati Uniti nel ’90. Dunque: o si pensa che il preservativo misteriosamente riesca a fermare l’HIV, ma non la sifilide, oppure la spiegazione è un’altra.
• Avevano detto: «la malattia si diffonde tra gli eterossessuali, sono loro la categoria che cresce di più, le donne sono le più colpite». Bene. Per cominciare: al 30 giugno 1996, i casi di Aids negli Stati Uniti erano divisi tra 462.152 maschi e 78.654 femmine. Ovvero: gli uomini colpiti da Aids sono sei volte le donne. O se si preferisce, le donne sono il 14,5 per cento, gli uomini l’85,5. Punto.
• Poi: gli eterosessuali. Bisognerebbe sapere alcune cose, a partire dalla definizione, dal lessico. Nel linguaggio dell’Aids, eterosessuale non è chi ha rapporti con il sesso opposto. chi sa, chi ricorda, chi può dimostrare di aver avuto rapporti con qualcuno di sesso opposto incluso in una categoria a rischio. Ovvero, con un sieropositivo, un bisessuale, un tossicodipendente, un emofiliaco e o un politrasfuso. Bisogna, tra tutti i partner di una vita, poterne identificare almeno uno che appartenga ad almeno uno di questi gruppi. Altrimenti non si è definiti eterosessuali. Si cade in un’altra categoria, i no identified risk. Rischio non identificato. Non è una differenza da poco. Semplicemente, perché la grande maggioranza della popolazione non ha rapporti con i gruppi a rischio. E in molti casi, se anche li avesse avuti, potrebbe non saperlo. Di conseguenza, la grande maggioranza della popolazione non cade nella categoria eterosessuali, ma nei no identified risk.
• E questo è il punto. L’Aids è una malattia fatta di statistiche: che, poi, fanno i titoli dei giornali. Eterosessuali e no identified risk sono due categorie diverse: con numeri radicalmente diversi. La prima volta che li ho letti, non riuscivo a crederci. I no identified risk erano, in definitiva, la categoria in cui sarei finito se mai avessi avuto l’Aids; e con me, la maggioranza della popolazione nel mondo occidentale. Bene. Dopo undici anni di epidemia, dal 1981 al 1992, in tutti gli Stati Uniti i no identified risk erano 584. Cinquecentottantaquattro. Su 253.448 casi complessivi di Aids. Lo zero virgola due per cento. Cinquanta all’anno. Su duecentocinquanta milioni di abitanti. In tutti gli Stati Uniti, l’epidemia di Aids tra gli eterosessuali non a rischio aveva colpito cinquanta persone all’anno. Lo zero virgola zero zero zero zero due per cento della popolazione. «Quel numero» ho detto. «Quei 584 eterosessuali senza rischi. Sembrano così pochi». «Quelli che non hanno un’indicazione di rischio precisa vengono intervistati», aveva detto Patricia Fleming, direttrice della Reporting and Analysis Section della Divisione Aids del CDC. «Si guardano le loro cartelle cliniche, si parla con il loro medico, con loro. Poi vengono riclassificati». «Va bene. Allora possiamo dire che per questi abbiamo informazioni sicure, attendibili, e che solo 584 sono fuori dalle categorie di rischio?» «Si». Incredibile.
• «Vuole dire che possiamo affermare con sicurezza che, almeno fino alla fine del ’92, le persone che hanno contratto l’Aids fuori dai gruppi a rischio sono soltanto 584 in tutti gli Stati Uniti?». «Sì, certo». Detto così può sembrare troppo facile, troppo superficiale. Cinico, magari. Tutto questo, che non è molto ma nemmeno è poco, è solo l’inizio di un viaggio, di un’ossessione. Viste così, sono solo parole. Ma per avere un’idea di quello che costano, di quello che significano, ognuna di loro andrebbe moltiplicata per i milioni di dollari già spesi e di quelli ancora da spendere, per gli sguardi incrociati dell’ultimo assistente con l’ultima segretaria dell’ultimo laboratorio di ricerca, e poi ancora per tutti quelli come loro, per i miliardi di righe di computer, di bit, di pixel azzurri portati in potenza di dieci dai caratteri tipografici d’inchiostro e di offset di un giornale, di tutti i giornali che in un solo momento vengono pubblicati, scritti, venduti: per i numeri di telefono composti da ansiosi giornalisti, gli squilli, le risposte delle addette stampa, e poi per i prelievi dei donatori di sangue, i capannoni, gli scaffali; le celle refrigerate con le borse di plastica del plasma, per tutti quelli che lo comprano e lo vendono; per i manifesti nelle metropolitane, gli annunci a pagamento, per ogni secondo di ogni spot televisivo; e tutto questo andrebbe raccolto, calcolato, e il numero stampato e diviso per tutti i preservativi usati in una bath-house al sabato sera, per ogni orgasmo ascoltato di là dai muri di cartone di un motel, per ogni sbuffo di crack, ogni sniffata di popper, e per tutte le gocce di sangue in fondo a tutte le siringhe gettate; e tutto questo andrebbe ancora preso, manipolato, sommato al fiato delle coscienze dei predicatori, alle raccomandazioni, agli appelli dei presentatori televisivi, agli attimi bui, inebrianti e perduti, che tutti abbiamo provato la prima volta che abbiamo visto, sentito, sfiorato davvero con le dita dell’anima l’idea che ci avevano dato di quello che chiamiamo peccato: e questo, tutto questo, forse potrebbe iniziare a rendere l’idea. Ma questo è un articolo. Ha uno spazio, un tempo d’attenzione fisso. solo l’inizio. E anche così non basta. C’è ancora tutto da dire.
• Ci sarebbero le prostitute: che non sono una categoria a rischio, perché non si ammalano di Aids, a meno che non siano tossicodipendenti; ma allora sono tossicodipendenti; e i tossicodipendenti, che sono definiti tali dalle statistiche solo se si fanno in vena; altrimenti sono anche loro no identified risk; così che una puttana crack-dipendente del Bronx rientra in quei 584 definiti non a rischio; e ci sarebbe da dire del sarcoma di Kaposi, la malattia che iniziò tutto, che definì l’Aids, tant’è che allora si chiamava gay cancer; e che adesso è scomparsa, mentre l’Aids c’è ancora; e il come e il perché di questo; e come e perché i casi diminuiscono, i morti diminuiscono, e vedrete che diranno come il merito sia delle nuove cure, gli inibitori delle proteasi: e non è vero, perché gli inibitori sono in uso dal ’95, e il calo è iniziato molto prima; ma lo diranno lo stesso, come dissero che l’AZT allunga la vita, e poi gli studi del Concorde Trial dimostrarono che non era affatto vero, anzi, ma tutti fecero finta di niente; andate a chiedere alla Burroghs Wellcome quanto costa un anno di AZT, per capire il perché; quanto costa un anno di inibitori della proteasi; e ci sarebbe quella faccenda che basta un rapporto, un solo contatto può essere fatale, e poi gli unici studi pubblicati dicono che per infettarsi con l’HIV, per diventare sieropositivo, a un uomo occorrono in media da cinquemila a diecimila rapporti sessuali con la stessa sieropositiva, e a una donna da cinquecento a mille: studio di William Blattner, amico di Gallo, di Fauci, uno dell’establishment dell’Aids, non un pazzo; ma anche questo non basta, non sarebbe che un inizio, e in fondo, tutto questo direbbe poco, direbbe solo che la trasmissione dell’HIV è difficile, non facile come una qualsiasi malattia venerea; se non che c’è qualcos’altro, qualcosa di cui non si può mai parlare: quel qualcosa per cui Rubin sorride, e gli altri affondano.
• Me l’avevano spiegato in tanti, ormai era pubblicato anche su ”Science”, e persino Luc Montagnier l’aveva ammesso: un mistero, aveva detto; ma la spiegazione più chiara me l’aveva dato Robert Root-Bernstein, dell’Università del Michigan. «Ogni microrganismo deve essere presente in una certa quantità per funzionare. Una sola cellula infetta, o dieci o cento non causano la malattia. Il tuo corpo può controllare il virus. Come in guerra: se mandi tre uomini a prendere un fortino, non importa quanto bravi, non ce la possono fare. Nell’Aids, muori di infezioni opportunistiche perché il tuo sistema immunitario è stato distrutto. Teoricamente, dal retrovirus HIV. Ma ogni volta che hanno cercato di provarlo, hanno trovato che solo uno su mille o diecimila linfociti T, le cellule del sistema immunitario, è infettato dall’HIV. Non sono mai riusciti a trovarne di più. Ma se guardi a quelle che in realtà muoiono, la proporzione è una su due. Ovvero: ne hai mille, con l’Aids ne muoiono cinquecento. Ma una sola è infettata dall’HIV. Anche mentre stai morendo; e certe volte, quando conti quanti linfociti T sono rimasti a un paziente, scopri che se ne sono andati anche molti di più, magari ne sono rimasti solo cinquanta. Erano mille, e sono cinquanta. E uno solo era infettato. Significa che novecentocinquanta linfociti sono morti, e per uno solo hai una spiegazione. C’è qualcosa che uccide quasi tutte le cellule, ma l’HIV è responsabile per una sola di esse».
• Così, la mattina che aveva vinto il Nobel avevo telefonato a Kary Mullis. Lo immaginavo a casa sua, a La Jolla, con il sole della California e lui che pensava: oggi ho vinto il Nobel. L’aveva vinto con la Polymerase Chain Reaction, PCR, una tecnica per vedere l’immensamente piccolo. E con la PCR avevano trovato l’HIV. «Bene», aveva detto. «Mi sembra abbastanza chiaro che l’HIV non è la causa dell’Aids. Tutti i dati non lo provano in maniera assoluta, ma mi sembrano piuttosto chiari nel dimostrare che non c’è correlazione. E anche se ci fosse, credo ci vorrebbe di più per chiudere la questione. Ma, in assenza di questo, è assolutamente ridicolo continuare a considerare l’HIV causa dell’Aids. Non solo ridicolo, ma quasi criminale. L’HIV è stato scelto in quella che sembra essere una maniera capricciosa e arbitraria. Studiavano i retrovirus sperando di trovare la causa di qualche malattia, del cancro in particolare, in modo da giustificare i finanziamenti che ricevevano. Per continuare a riceverli. Erano abbastanza disperati. L’Aids è stata la loro soluzione». «Ma la maggior parte degli scienziati è d’accordo con loro». «Pecore. E nemmeno più tanto pecore, adesso: sono diventati pecore aggressive. Si sono fatti far fessi per così tanto tempo che è diventato difficile ammetterlo, per loro».
• «Ma è vero che l’HIV è così scarso? Che infetta così poche cellule?». «Perché occuparsi dei dettagli quando il punto principale non è mai stato provato? Il punto cruciale, che l’HIV abbia qualcosa a che fare con la causa dell’Aids, non è mai stato provato con ragionevole certezza. E allora, perché studiarlo? Non mi interessa affatto sapere se c’è tanto o poco HIV. Il punto è che non c’è la prova di un legame tra il virus e l’Aids. Guardi la dannata distribuzione dell’HIV nella popolazione, e poi guardi quella dell’Aids. Non c’è niente da fare, non sono uguali, sono molto diverse». «Ma qual è la dimostrazione che l’HIV non è la causa dell’Aids?» «Come provarlo, intende?». «Sì». «Ma non devo dimostrare io che non è la causa. Qualcun altro deve dimostrare che lo è. Mi dica: a chi attribuisce la nozione che l’HIV è la probabile causa dell’Aids? A chi dà credito per questa affermazione? A quale studio? Glielo dico io: nessuno. Non esiste. Non ho mai trovato niente nella letteratura scientifica che lo indicasse. Se dovessi scrivere un saggio e iniziassi con l’affermazione che l’HIV causa l’Aids, e volessi citare la fonte, a chi farei riferimento? Qualcuno deve averlo pur detto, giusto? E invece no, non l’ha mai detto nessuno. Non esistono cinque studi seri che indichino l’HIV come causa probabile dell’Aids. Tutto quello che puoi citare sono i rapporti dell’ 84 dei CDC, che non provano nulla; sono speculazioni, ipotesi. Roba da distribuire ai giornali, al ”New York Times”. Bob Gallo ha scritto un libro: ma provi a cercare in quel libro la prova che l’HIV causa l’Aids». «Assolutamente nessuna prova?». « una di quelle cose talmente assurde che è difficile convincersi di quanto sia assurda».