Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 1997  agosto 11 Lunedì calendario

«Forse non lo sapete

• «Forse non lo sapete. Ma se, mentre fate il pieno, scoprite che la Super è arrivata a 1935 lire e la ”verde” a 1845 lire (un dollaro tondo tondo), la colpa – in parte – è dei guerriglieri colombiani. Avete capito bene: i guerriglieri colombiani. Hanno impedito il carico di una petroliera americana diretta negli Usa. La loro azione di guerra (unita alle titubanze dell’Onu sulla concessione all’Irak di esportare petrolio) ha fatto salire le quotazioni del greggio. Non è finita. Se la benzina cresce al ritmo di quasi 5 lire al giorno, la colpa non è soltanto del superdollaro. Ma anche di una specie di epidemia che ha colpito gli impianti di raffinazione di mezza Europa. Si sono rotti quelli a sud di Londra, quelli di Rotterdam, ed altri negli Stati Uniti. Con queste argomentazioni gli uomini dell’Unione petrolifera hanno cercato di spiegare a Romano Prodi perché gli italiani sono costretti a pagare il pieno più caro d’Europa».
• Rispetto alle 1930 lire del prezzo alla pompa, il 57% sono accise (l’imposta di fabbricazione sugli olii minerali) e il 16% è Iva. Il ministero delle Finanze incamera 1400 lire su ogni litro di super, cioè quasi 37 mila miliardi nel 1996. Aggiungendo l’Iva si arriva a quasi 50 mila miliardi: circa il 10% del totale degli incassi fiscali, più del doppio di quanto l’Italia spende per importare il greggio. I paesi esportatori di petrolio non hanno perciò alcuna colpa degli alti prezzi della benzina.
• Il ”prezzo industriale” è quello che si paga senza contare le tasse. A parte l’Irlanda (che sta molto peggio di noi) in tutti gli altri paesi i prezzi industriali della benzina sono più bassi che in Italia. Prezzo industriale della benzina normale in Italia: 491 lire. In Francia 452 lire. In Inghilterra 374 lire. In Belgio 468 lire. In Svizzera 483 lire.
• Tra il 1993 e il 1995 il prezzo industriale di un litro di super è salito del 10 per cento. Il margine di guadagno dei petrolieri è invece passato da 20 a 40 lire al litro, è aumentato cioè del 100%. Gli investimenti sulla rete sono aumentati invece solo del 50 per cento. I giudici dell’Antitrust hanno notato che dal 1995 in poi i margini lordi dei petrolieri italiani sono stati superiori a quelli dei petrolieri degli altri paesi europei.
• « sotto gli occhi di tutti che alla base del sistema di distribuzione della benzina in Italia c’è un segreto di Pulcinella: l’intesa sui prezzi che lega tra loro le varie compagnie. Tant’è vero che, quando alcuni mesi fa l’Agip decise autonomamente di praticare un forte ribasso, ci fu la rivolta delle altre ”sorelle” del petrolio».
• Il prezzo della benzina è libero, ma questa libertà non ha portato benefìci ai consumatori. Le compagnie petrolifere sono tutte d’accordo, anche se non fanno tutte profitti allo stesso modo. Ma solo per ragioni di efficienza interna loro. Secondo il presidente dell’Antitrust Giuliano Amato nel ’95 l’Autorità ha verificato che le imprese più efficienti avevano costi di produzione per 87,5 lire al litro contro le 127,5 delle imprese meno efficienti; quindi il margine netto delle prime è stato di 54,5 lire al litro contro le 12,6 delle imprese meno efficienti. Ma i prezzi al consumo praticati dai due tipi di compagnie sono rimasti gli stessi. Soluzione secondo Amato: liberalizzare completamente il mercato, eliminare il regime delle concessioni ai distributori (sostituendolo con un regime di semplice autorizzazione), ampliare l’attività commerciale dei distributori con il ”non-oil” (vendita di prodotti non legati esclusivamente alle auto). L’Authority mette sotto accusa soprattutto l’Agip, la cui posizione dominante tuttavia «non è voluta dalla società, ma determinata da scelte del governo durante la crisi petrolifera degli anni Settanta». La società del gruppo Eni, infatti, è l’unica ad avere una rete di depositi ramificata su tutto il territorio nazionale. Una soluzione per l’abbassamento del prezzo potrebbe avvenire dalla grande distribuzione. In Francia le pompe dei centri commerciali, sganciate dalle logiche delle compagnie petrolifere, hanno contribuito all’abbassamento del prezzo della benzina conquistando in pochi anni il 46,5 % del mercato.
• Il prezzo del petrolio serve a tutto tranne che a indicare la condizione dell’offerta e della domanda come dovrebbe fare un prezzo. «Si teme che il rincaro del prezzo favorisca l’inflazione? Allora il governo dovrebbe ridurre le tasse che pesano per tre quarti sul prezzo della benzina. Ma, si dice, in questo caso ci sarebbe un buco nelle finanze pubbliche. Certo, questo è probabile: ma le alte tasse sulla benzina non sono giustificate dai Verdi perché la benzina inquina? Se questo è lo scopo di queste tasse dovremmo gioire ad ogni aumento del prezzo: la gente consumerà meno benzina e ci sarà meno inquinamento! Ma anche in questo caso lo Stato perderà delle entrate [...] Insomma, sul prezzo della benzina ci vivono in troppi e troppi e contraddittori sono gli obiettivi che si vogliono perseguire» (Innocenzo Cipolletta).
• I petrolieri stanno guadagnando o no? «Facciamo i conti: 1) il prezzo del greggio a luglio ha avuto un incremento in lire, tenendo conto anche dell’apprezzamento del dollaro, dell’11 per cento; 2) nello stesso periodo la quotazione in lire della benzina sul mercato internazionale è salita del 24 per cento; 3) i prezzi al consumatore della super, al netto dell’imposta, hanno subito una variazione del 3,2 per cento. Contemporaneamente il prezzo alla pompa, imposte comprese, quello pagato dagli automobilisti, è cresciuto solo dell’1 per cento circa. Mi spieghi lei com’è possibile guadagnare in questa situazione» Insomma avete perso denaro, sareste voi petrolieri le vittime? «Certo che stiamo perdendo denaro! Tutto questo bla, bla, bla contro di noi è veramente insostenibile» (Aldo Brachetti Peretti).
• Distributori di benzina in Italia: 28.200. In Germania: 17.959. In Francia: 18.400. Distributori di benzina self-service in Italia: 2.800. In Germania: 17.000. In Francia: 11.200. Metri cubi di benzina e gasolio erogati ogni anno per punto vendita in Italia: 1.204. In Germania: 2.842. In Francia: 2.169.
• Per convincere le compagnie a tagliare la rete di distribuzione è intervenuto il governo. La trattativa si è conclusa poche settimane fa: il ministro dell’industria ha annunciato l’eliminazione di cinquemila pompe di benzina. Problemi perché in realtà ne andrebbero chiuse diecimila, cioè un terzo di quelle esistenti. Le vendite salirebbero così oltre il milione di litri per venditore (la media europea è di due milioni). Franco Debenedetti spiega che in Italia ci sono molti più distributori che all’estero per «la pratica delle concessioni facili rilasciate per guadagnare favori in cambio di consenso politico». Le compagnie resistono perché temono di perdere quote di mercato, e infatti molte volte tengono la licenza di quelle chiuse per non lasciare spazio ai concorrenti. Strategia con la quale il ministero dell’Industria potrebbe ridurre il numero dei distributori: applicare alla lettera il codice della strada togliendo la licenza, ad esempio, a quelli troppo vicini al marciapiede (la metà delle attuali rivendite sarebbe irregolare). Un’altra possibile soluzione viene dalla Shell, che ha brevettato un distributore automatico nel quale un robot apre il tappo del carburante, compie il rifornimento e porge dal finestrino un supporto magnetico per il pagamento con carte di credito. La procedura richiede un tempo inferiore ai due minuti.
• Se il dollaro scende, abbasseranno il prezzo della benzina? Il presidente dell’Api Aldo Brachetti Peretti, intervistato da ”Repubblica” giovedì, fece notare che anche in caso di discesa del dollaro, dovendosi recuperare le perdite accumulate durante la salita, il prezzo della benzina si sarebbe dovuto aumentare. «Allora la domanda è questa: ora che il dollaro è tornato ai livelli di fine luglio, non solo alla quotazione sulla quale il presidente dell’Api stava facendo i suoi conti, ma assai più sotto, non sarebbe lecito attendersi un altrettanto repentino ribasso della benzina? [...] Ci auguriamo inoltre, che da bravi imprenditori, i petrolieri non abbiano comprato solo alle quotazioni massime del dollaro di mercoledì (1850) ma a quelle assai più modeste di ieri» (Claudio Alò). Brachetti: «Ma non devo comprarlo pure oggi il greggio che venderò fra un mese? E che prezzo avrò fra un mese del dollaro e del greggio? Se non adeguo i prezzi di giorno in giorno o di settimana su settimana non posso lavorare».
• Sul petrolio pesa il regime di oligopolio del mercato: le ”sette sorelle” non ci sono più solo perché la famiglia è cresciuta e le sorelle sono diventate nove o dieci (e l’Eni è della famiglia) [...] il mercato che fa i prezzi, sostengono. E citano i prezzi delle benzine, cioè dei prodotti già raffinati, come se a raffinarli nella stragrande maggioranza dei casi non fossero direttamente loro. I prezzi li fanno loro perché loro sono il mercato. Si può rompere questo mercato non libero».
• L’Opec continua a perdere quote, potere e denaro. Negli ultimi sei mesi i prezzi del ”crudo” sono scesi del 25%. Nel mondo c’è una sovrapproduzione di 1,5 milioni di barili al giorno e non c’è produttore disposto ad estrarre un po’ meno petrolio. Gli 11 paesi che aderiscono al cartello (arabi, africani e sudamericani) estraggono solo il 37% del petrolio mondiale e faticano ad influenzare i prezzi: dovrebbero estrarne al massimo 25,033 milioni di barili al giorno, invece ne estraggono 27. Il Venezuela, di fatto ormai fuori dal cartello, estrae tutto quel che può. La International Energy Agency prevede che quest’anno la produzione mondiale supererà del 2% la domanda. Il ”crudo” americano a gennaio si scambiava a più di 26 dollari. A metà giugno stava tra 20 e 17. Nei prossimi due anni potrebbe scendere fino a 14.