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 1997  giugno 09 Lunedì calendario

n definitiva gli affiliati della mafia in Italia quanti sono? «Ventimila affiliati, 250 mila fiancheggiatori

• n definitiva gli affiliati della mafia in Italia quanti sono? «Ventimila affiliati, 250 mila fiancheggiatori. Ma non si deve dire ”mafia”. Si deve dire ”mafie”». Quante mafie? «Quattro. Cosa nostra, ’Ndrangheta, Camorra, Sacra Corona Unita». Tutte al sud? «Fino a un certo punto. Hanno collegamenti in tutto il mondoª
• Per esempio? «In Puglia la Nuova Corona Unita ha approfittato delle crisi sociali e politiche nell’ex-Jugoslavia e nell’Albania. I 51 clan - 1.900 affiliati, 6.970 miliardi di fatturato - trafficano in droga, tabacco, armi e clandestini. L’Albania fornisce anche buona manovalanza. Si stanno arricchendo parecchio. Poi la ’Ndrangheta, in Calabria. 6.000 affiliati, 160 clan, 33.660 miliardi di fatturato. Ha agganci fino in Australia. Le ’ndrine, equivalenti alle cosche, sono molto attive nel campo degli stupefacenti e delle armi, mantengono rapporti federativi con gruppi stranieri, in particolare i turchi». La Camorra? « meno internazionale. Arricchisce sul gioco d’azzardo». Fatturato? «36.040 miliardi. Ha 7.400 affiliati e 132 clan».
• E Cosa Nostra? « stata duramente colpita dagli arresti. La Sicilia ha perduto il ruolo di luogo di raffinazione e transito dell’eroina. Verso gli Stati Uniti il traffico, fonte di enormi guadagni negli anni 80, è quasi cessato. Lo stato patrimoniale dell’organizzazione è stato duramente colpito: nel solo 1997 il valore delle confische ha superato la somma degli ultimi tre anni. Per questo i boss si stanno sempre più orientando verso investimenti all’estero. All’imprenditore Vincenzo Piazza, prestanome per conto di Cosa Nostra, sono stati sequestrati in via definitiva beni per oltre 1.000 miliardi di lire. Cosa vale, in termini di fatturato, Cosa Nostra? «I clan sono 186, gli affiliati 5.390. Il fatturato è di 32.130 miliardi di lire». E in termini di voti? «Nel Sud, la criminalità vale quattro milioni di voti. Però non è più come una volta, i legami tra criminalità e politica sono più labili».
• Il fatturato della mafia, in base alle cifre appena dette, sarebbe di 110 mila miliardi. «Sì». La Fiat ne fattura circa 70 mila. «Sì». Che cosa se ne deduce? «Il Pil della criminalità organizzata in tutto il mondo ha toccato mille miliardi di dollari, più dei bilanci di ben 150 Paesi membri dell’Onu. In dieci anni, il giro d’affari si è quintuplicato. Nessun’altra multinazionale nella storia è riuscita a fare tanto in così poco tempo. Il vero nuovo ordine mondiale è quello criminale. In pratica le organizzazioni mafiose formano la terza potenza dopo l’America e la Russia».
• Le mafie italiane sono sempre dominanti in quest’ordine mondiale? «Secondo il giudice Caselli sì. Ma forse no. La mafia più forte è forse adesso la Organizatsya, la mafia russa. Fattura 341.300 miliardi l’anno. Però le mafie italiane sono le prime in Europa per incidenza sul Pil: fatturano il 3,4% del Prodotto interno lordo». Queste mafie mondiali sono collegate tra loro? «Secondo il libro The new war del Senatore americano John Kerry, la globalizzazione del mercato ha portato con sé la globalizzazione della criminalità, a ciò assolutamente predisposta. I gruppi criminali locali interagiscono fra loro su scala planetaria usando gli stessi canali e opportunità dell’economia canonica. I flussi di immigrazione ed emigrazione clandestina forniscono manodopera e contatti diffusi su scala planetaria. Il Pil della criminalità organizzata in tutto il mondo ha raggiunto i 1.000 miliardi annui».
•  vero che in Italia, quando si sequestrano i beni di un mafioso, poi non si confiscano? «Negli ultimi quattro anni sono stati sequestrati beni mafiosi per circa diecimila miliardi, ma solo l’uno per cento di questa cifra è stato confiscato. Tutto il resto è ritornato ai proprietari. I cugini Salvo, che erano gli uomini più ricchi della Sicilia, ebbero tutto il patrimonio sequestrato, ma poi gli venne tutto restituito. Le proprietà di Michele Greco idem».
• Non così per il suddetto Vincenzo Piazza. « vero, lo scorso 23 aprile il tribunale di Palermo ha emesso sentenza di confisca per i beni di Vincenzo Piazza. Potrebbe essere il segno di una nuova fase». Era molta roba? «131 appartamenti residenziali, 122 tra magazzini commerciali e supermercati, 64 immobili a uso ufficio, 18 autorimesse e parcheggi, 12 sotterranei e box, 10 ville, 8 capannoni industriali, 4 aziende agricole, 2 fabbricati adibiti a scuola, un cinema, 1.200 ettari di terreni agricoli, 54 mila metri quadrati di terreni edificabili, i beni di 20 aziende, le quote di partecipazione in 15 società, 16 automobili, molti conti bancari come cliente, un bel pacchetto d’azioni di un importante istituto di credito siciliano, la Banca del Popolo di Trapani».
• Pietro Aglieri, quello catturato venerdì, era così ricco? «Non si sa ancora». Famiglia ricca? «Il padre Vincenzo commerciava in agrumi. Fece degli innesti e ottenne delle arance più grandi. Ci teneva a tirar su i figli come signori. Una figlia, Desdemona, è insegnante dalle suore. Altri due, Carlo e Rosario, si sono diplomati dai preti dell’Istituto Don Bosco. Pietro ha fatto le medie al Seminario Arcivescovile e la maturità classica al Liceo Diocesano del Seminario di Monreale. andato militare tra i parà della Folgore, qualcuno a Pisa ancora lo ricorda. Modi cortesi, bon vivant, attratto dalle belle donne, dalla bella vita». Pitrinu ’u signurinu. «Sì». In televisione non sembrava tanto signorino. «Il soprannome gli viene dal nonno, don Vicé , conosciuto nella borgata della Guadagna di Palermo per la sua eleganza, abiti bianchi di lino in estate e di cachemire in inverno, panama sul capo, impettito, azzimato, anche se agricoltore. Girava in borgata sul suo ”scappacavallo”, un elegante calesse, suscitava ammirazione quando passava per la ”Salita dei Diavoli”».
• Ma Pitrinu era signurinu o no? «Lo era. Si pensava che fosse in Sudamerica, tra Brasile e Venezuela, impegnato a riorganizzare il traffico di stupefacenti ed il riciclaggio di denaro in quei paesi, oppure in crociera nel Mediterraneo a bordo della nave ”Costa Romantica”, a Marsiglia impegnato in un summit con Totuccio Contorno. Pitrinu ’u signurinu . Invece stava in questo casolare...» Un casolare abbandonato? «Era un magazzino per essiccare agrumi. A Fondo Marino, fra Bagheria e Ficarazzi, nella cintura di Palermo». Si sarebbe detto un uomo in crisi. «Forse. Dentro c’era un piccolo altare con una immagine della Madonna, statue e santini, delle panche, l’angolo per il raccoglimento, delle brandine». Passava il tempo costruendo modellini di navi. «Sì. E leggendo John Powell, Perché ho paura di amare, Edith Stein, Introduzione al pensiero filosofico, poi il Vangelo, la Bibbia, Kierkegaard».
• Di che cosa lo accusano? «Ha ammazzato Giovanni Bontade e la moglie Francesca Citarda, Benedetto Grado, che aveva 80 anni, ha strangolato Girolamo Teresi, Giuseppe Di Franco, Angelo e Salvatore Federico, i cui cadaveri sciolse nell’acido, il giudice di Cassazione Antonio Scopelliti, Salvo Lima, Borsellino...» Falcone? «Entrerebbe in qualche modo nell’attentato. Nel ’93 fece il suo più grande affare: ad Aruba, un’isola del mare dei Caraibi, i suoi emissari siglarono un patto di ferro con i colombiani, per il traffico di droga. In pratica si scambiarono i mercati, con la mafia russa d’accordo...» Che ci guadagnava la mafia russa? «Riciclava il denaro sporco al posto delle banche svizzere» Chi lo ha fatto arrestare? «Non si sa. Forse Brusca». Erano nemici? «Nemici, sì. Nel 1994 Salvatore Barbagallo ha parlato di due schieramenti interni a Cosa Nostra: uno fa capo a Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca, Antonino Giuffré e Mariano Tullio Troia, l’altro a Pietro Aglieri. Tra il novembre del ’94 e la primavera del ’95 ci furono decine di morti fra Palermo, Villabate ed altri centri della provincia. Tra i morti Francesco Montalto, boss di Villabate, cane fedele di Totò Riina».
• Caselli dice che non s’è mosso su indicazione di Brusca. Dice che l’arresto è stato il frutto di indagini. «Potrebbe essere. Esiste un GIIRL, fondato nel 1993, specializzato nella caccia ai grandi latitanti. Si riuniscono ogni due mesi in una stanza di un palazzo di via dell’Arte, a Roma, dove ha sede la Criminalpol. Da ogni incontro esce un elenco di trenta nomi, il ”who’s who” dei super ricercati italiani, noto come ”programma speciale”. Per ognuno di questi il GIIRL redige una scheda informativa, il più possibile aggiornata, che viene immessa nei computer. Ogni anno, poi, il Gruppo Interforze pubblica un libretto blu con la lista dei 500 latitanti più pericolosi. Questa lista viene spedita a tutti gli uffici di polizia del paese. Ne fanno parte coloro che: a) hanno da scontare una condanna a una pena superiore a vent’anni di carcere; b) sono ricercati per reati di strage o omicidio; c) sono ricercati per il ”416 bis”, cioè associazione per delinquere di stampo mafioso». Perché questi grandi boss non scappano all’estero? « molto più difficile snidarli nel loro territorio. Da una parte devono controllare la loro zona d’influenza, dall’altra è lì che trovano una rete di omertà che li protegge meglio di qualunque documento falso». Non si fanno neanche la plastica facciale. « vero. In genere i ricercati si limitano a tagliare i capelli, ad allungarli o a cambiarne il colore. Al limite si fanno crescere la barba. Del resto, quattro anni fa, ai tempi dell’arresto di Totò Riina, sparito da 23 anni, si scoprì che il computer della Dea che avrebbe dovuto ricostruirne le fattezze aveva sbagliato tutto».
• Quanto costa la latitanza? «Un milione al giorno circa. La cifra include: documenti fasulli, complicità, noleggio o acquisto di un’auto, affitto di un appartamento senza contratto e senza lasciare traccia. Il ricercato deve pagare sempre e comunque in contanti. Leoluca Bagarella durante i quattro anni e mezzo di latitanza lavorò come rappresentante di una ditta di formaggi. Il modus vivendi ottimale è quello dell’ ”understatement”, abbigliamento dimesso, quartiere popolare, macchina comune un po’ scalcinata (e comunque, come insegnavano i manualetti delle Br, la cosa migliore è prendere l’autobus). Mai portare armi se non in caso di estrema necessità. Il problema più grande è quello dei documenti. Per chi cerca un lavoro di classe, un passaporto non costa meno di un milione, una patente costa sulle 500 mila lire, una carta d’identità 200-300 mila lire. Molto dipende comunque da chi è il ricercato e dal perché sta scappando. La logica è, ovviamente: più rischio, più soldi. I veri virtuosi sono i camorristi che, in passato (grazie ai buoni agganci in comune), son riusciti addirittura a trasmettere falsi input all’anagrafe. In questo modo una persona inesistente ottiene un passaporto vero, perfettamente valido. Un’altra possibilità è quella di creare un clone del latitante, meglio se è una persona della stessa età e somigliante. Questo escamotage costa sui dieci milioni.
• L’ultimo latitante, Bernardo Provenzano, non sarà morto? «Forse no. Si dice che abbia il cancro e che per questa debba venire spesso a Palermo». Che cosa si sa di lui? «Soprattutto quello che ne disse Riina: ”Spara come un Dio, peccato che ha il cervello di gallina”ª