Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 2 giugno 1997
Gli scavezzacollo della rubrica Nove colonne del ”Foglio” hanno qualche giorno fa beffardamente fustigato i grandi quotidiani italiani per avere presentato (eccettuato ”il Giornale”) tutti in coro, nella stessa data (15 maggio), con gli stessi paginoni e con quasi gli stessi titoli, l’ultimo libro di Norberto Bobbio, l’Autobiografia, (Laterza)
• Gli scavezzacollo della rubrica Nove colonne del ”Foglio” hanno qualche giorno fa beffardamente fustigato i grandi quotidiani italiani per avere presentato (eccettuato ”il Giornale”) tutti in coro, nella stessa data (15 maggio), con gli stessi paginoni e con quasi gli stessi titoli, l’ultimo libro di Norberto Bobbio, l’Autobiografia, (Laterza). Un «momento magico» (tra virgolette) l’hanno chiamato gli anonimi birichini di Nove colonne. Chiedendosi altresì come mai uno come Bobbio, che dichiara di appartenere a «un Paese ideale» e di rappresentare «un’altra Italia», minoritaria, «immune da vizi tradizionali della vecchia Italia reale», riesca però a dominare così bene il panorama dei giornali italiani «reali». Interrogativo, ammettono tuttavia gli irriverenti «novecolonnisti», destinato a rimanere «irrisolto».
• Irrisolto o no, è un interrogativo che vale comunque la pena di riproporre. L’autobiografia è un genere letterario particolare: chi legge finisce sempre istintivamente col confrontare la vita che vi è narrata con la propria vita. accaduto naturalmente anche a me. Per questo, appena avuta in mano l’Autobiografia di Bobbio, non ho potuto fare a meno di correre a ritrovarvi un episodio che una decina di anni fa mi aveva personalmente, profondamente turbato. Dirò più avanti perché. Stiamo ora ai fatti.
• Nel 1986 un quotidiano della capitale, ”Il Tempo”, scoprì e pubblicò, con un certo scandalo, una lettera, fino a quel momento inedita, datata 1938, l’anno delle leggi razziali, che il «quadrumviro» Emilio De Bono aveva scritto a Mussolini. Nella lettera l’anziano militare che era uno dei pilastri «storici» del regime, sollecitava, a nome di un suo amico generale e zio di Bobbio, un intervento del duce a favore del giovane professore, non ammesso a un concorso a cattedra «per ragioni politiche infondate». De Bono si riferiva a un incidente avvenuto tre anni prima, maggio 1935. Bobbio, allora venticinquenne, era stato brevemente arrestato, durante una retata, con l’accusa di avere frequentato Barbara Allason e il suo circolo, così li definiva la polizia, di «ebrei antifascisti al soldo dei fuorusciti». Tra cui Leone Ginzburg, che era stato compagno di scuola di Bobbio. Ginzburg fu condannato dal Tribunale speciale. Bobbio, invece, fu rilasciato anche se sottoposto a provvedimento di ammonizione. E prontamente Bottai, allora ministro dell’Educazione nazionale, gli fece sapere per lettera che si scordasse la cattedra. Tuttavia, alle sollecitazioni di De Bono, Mussolini rispose: « iscritto al partito, ci penso io». E così fu. Bottai si inchinò a Mussolini, riammise Bobbio al concorso, e Bobbio meritatamente lo vinse.
• Lo scandalo, nel 1986, suscitato dalla scoperta e pubblicazione di quella lettera, era comprensibile: Bobbio era noto fin lì come il più reciso sostenitore dell’irriducibile antagonismo morale tra fascismo e antifascismo: come poteva questo conciliarsi col fatto che ora (per dirla brevemente e - mi scuso - un po’ troppo brutalmente) si venisse a sapere che la sua carriera era stata in qualche modo agevolata da un intervento di Mussolini?
• Nessuno tuttavia all’epoca si pose (che io sappia) anche il problema di come mai proprio nel 1986 quella lettera, così compromettente, fosse emersa, dopo 50 anni di oblio, dal buio di non so quale archivi. Leggendo ora l’Autobiografia (benché l’autore tenga i due fatti rigorosamente separati) può venire il sospetto che quell’intempestiva pubblicazione fosse in qualche modo una risposta, o una ritorsione, alla nomina di Bobbio a senatore a vita fatta da Pertini due anni prima, nel luglio 1984. Nomina, dice ora Bobbio conseguente (post hoc ergo propter hoc) al compiacimento di Pertini per le critiche mosse da Bobbio, appena due mesi prima, all’elezione, per acclamazione, di Craxi a segretario del partito, nel congresso di Verona del Psi, maggio 1984. Una delle tante scaramucce, insomma, in quel gioco di picche e ripicche tra Pertini e Craxi - e viceversa - che caratterizzò quel settennato presidenziale. Tra un presidente socialista della Repubblica che, per la prima (e unica) volta, aveva imposto un socialista a capo del governo, per poi scoprire di avere con quel presidente del Consiglio idee spesso non coincidenti, specie per quel che riguardava i rapporti con i comunisti.
• Sarebbe dunque potuto restare uno spiacevole ma isolato incidente della lotta politica, se, sei anni dopo, giugno 1992, in un clima completamente mutato, non fosse venuta fuori, pubblicata non meno inaspettatamente da ”Panorama”, una seconda lettera datata stavolta luglio 1935, dunque precedente di tre anni la prima. Se però la prima poteva sembrare frutto indiretto di un’inopportuna solerzia familiare - di uno zio generale e di un amico dello zio -, stavolta invece era lo stesso Bobbio a sollecitare il favore. In prima persona. Si rivolgeva infatti «direttamente» a Mussolini con una lettera indirizzata non alla sede del governo, ma all’abitazione privata del duce, villa Torlonia. Motivo: il timore che il ventilato incarico nell’«allora libera università di Camerino», a cui il giovane professore da poco libero docente legittimamente aspirava avendo i migliori titoli rischiasse di essere messo in forse. E sempre per via di quello stesso breve arresto che Bobbio aveva subito a Torino solo due mesi prima, con conseguente accusa di antifascismo. «Accusa», scriveva il giovane professore a Mussolini «che non è soltanto nuova e inaspettata ma anche ingiustificata» e che «mi addolora profondamente e offende intimamente la mia coscienza di fascista».
• Alle polemiche giornalistiche che seguirono alla pubblicazione di questa lettera, e che imperversarono come è ricordato nell’Autobiografia «per parecchi giorni», Bobbio rispose riconoscendo onestamente che si trattava di una lettera «servile». Ma che con essa aveva inteso reagire «a un sopruso»: «perché avrei dovuto subìrlo?». Perché mai dunque quella lettera e quella risposta mi turbarono, come ho detto, personalmente? Che c’entravo io con quella storia?
• Bobbio è nato a Torino alla fine del 1909. Io sono nato a Milano alla fine del 1929. Bobbio sta per compiere 88 anni. Io sto per compierne 68. Ci sono dunque tra lui e me vent’anni esatti di differenza. E io ho letto la sua Autobiografia con la reverenza (e il timore) con cui ci si accosta (così sono stato educato) a una persona molto più anziana di noi. Dirò meglio: col cappello in mano. Non è, beninteso, l’unica differenza tra noi (che non ci siamo mai conosciuti): lui è un grande filosofo, un senatore a vita della Repubblica, insomma uno dei nostri patres; io non sono che uno scribacchino sulle gazzette. Ma non ho solo padri della Patria, io; ho anche, come tutti, un padre naturale. Mio padre, se fosse vivo, avrebbe dodici anni più di Bobbio. Ma è morto 25 anni fa, e io ne conservo un ricordo fatto di venerazione e gratitudine. Tutto quel che sono, moralmente e professionalmente, lo devo a lui. Non era ricco e non aveva antenati nobili come Bobbio; non aveva ville e possedimenti, come l’autore di questa Autobiografia. Era figlio di un artigiano, e aveva potuto fare gli studi universitari, a Genova, solo grazie a una borsa di studio ottenuta per essere stato, non ancora diciottenne, uno di quei «ragazzi» che avevano combattuto sul Carso, lui da semplice caporalmaggiore, la fase più sanguinosa della prima guerra mondiale. Una guerra che lui non aveva voluto: era socialista e dunque antinterventista. E socialista e antifascista rimase, testardamente, poi anche per il tutto il «ventennioª
• Nel 1935 io avevo cinque anni, e non avevo ancora iniziato neppure la mia carriera scolastica. Non avevo dunque nessuna buona o cattiva ragione per scrivere una lettera di sollecitazione a Mussolini. Ricordo però quell’anno perché fu l’anno più felice e insieme più infelice della vita di mio padre. A prezzo di lavoro e intelligenza era riuscito, a 38 anni, a diventare dirigente, a Torino, di una grande società multinazionale: la Bull-Hollerit, la prima che introdusse nell’industria italiana macchine per la contabilità automatica, le famose «schede perforate» (e che dopo la guerra sarebbe diventata l’americana Ibm). Quella nomina aprì per la mia famiglia un’era che si sperava di abbondanza. Durò invece pochi mesi. La Bull-Hollerit aspirava a piazzare le sue macchine nei ministeri: ma per vincere quella importante commessa era indispensabile che i dirigenti della società che con quei ministeri avrebbero avuto a che fare (tra cui mio padre) avessero in tasca la tessera del fascio. La Bull-Hollerit pose dunque a mio padre il dilemma: o iscriversi al fascio o dimettersi.
• Lui si dimise (o fu licenziato: su questo punto mio padre, per orgoglio, fu sempre molto riservato con me). Da quel momento per la mia piccola famiglia iniziò una dignitosa ma inarrestabile caduta verso la miseria. Nel 1938, anno della seconda lettera di Bobbio al duce (pardon, di De Bono per lui), mio padre, ancora sempre disoccupato «per fondate ragioni politiche», per mantenerci era costretto a mendicare prestiti a parenti e amici.
• Nel corso delle polemiche del 1986, Marcello Veneziani pose anche lui a Bobbio pubblicamente un dilemma. Messe in fila le due lettere, quella del ’35 e quella del ’38, potevasi maliziosamente inferirne che almeno l’inizio della carriera universitaria del filosofo fosse stato in qualche modo agevolato dai «ci penso io» del duce: alla fine del 1935 aveva infatti avuto il suo primo incarico, a Camerino; alla fine del 1938 la sua prima cattedra, a Siena. Il dilemma era dunque, dal punto di vista di Veneziani: «O il fascismo non è stato quel regime totalitario e liberticida che lo stesso Bobbio ha descritto; oppure vuol dire che Bobbio era allineato al regime». Bobbio rispose, non senza qualche ragione, che «la dittatura corrompe l’animo delle persone. Costringe all’ipocrisia, alla menzogna, al servilismo». E aggiunse: «Non è affatto una giustificazione, la mia. Per salvarsi, in uno Stato di dittatura, occorrono delle anime forti, generose e coraggiose, e io riconosco che allora con questa lettera non lo sono stato». Ma, confesso, né Veneziani né Bobbio mi convinsero.
• Mio padre era evidentemente un’anima forte. Non si «salvò». Tanto anima forte che non solo non volle prendere mai la tessera del fascio, ma vietò anche a me di andare tra i balilla. Per tre anni, feci dunque degli studi «privati», un po’ con mia madre e poi tra le orfanelle di una scuola di suore, le uniche che su questo punto erano disposte a chiudere un occhio. Ma quando per andare in quarta alla scuola comunale dovetti fare, come allora s’usava, l’esame di Stato, mia madre di nascosto da mio padre mi iscrisse ai balilla. Mio padre forse non lo seppe mai. Le vietò comunque di comperarmi la divisa, per impedirmi di andare alle adunate del sabato. Così, ogni lunedì mattina, dagli otto ai dodici anni, tornando a scuola, prima alle elementari poi alle medie, fui costretto, unico della classe, a stare, per tutta la prima ora, dietro la lavagna. Punizione che doveva servire di esempio anche per i miei compagni. stata questa, lo confesso, tutta la mia personale, modesta esperienza di antifascismo militante.
• Non era però facile capire, per un bambino come me che amava tanto la scuola da essere ogni anno il primo della classe. Quelle ore passate dietro la lavagna, costituivano un’umiliazione cocente quanto incomprensibile. Avevo la fastidiosa sensazione che il fascismo dovesse durare in eterno, e che la testarda ostinazione di mio padre fosse senza futuro. Ma veneravo mio padre e perciò gli obbedivo. Finché una mattina, la mattina del 26 luglio quando si seppe che il re aveva finalmente licenziato Mussolini, mio padre venne in camera mia, mi svegliò e mi disse, amorosamente, semplicemente: «Lo vedi, che avevo ragione io?». Da quella frase di mio padre ho imparato, in fatto di filosofia del diritto, più che da qualsiasi lezione universitaria, di Bobbio o di altri. Mio padre non è mai diventato né senatore, né deputato, né consigliere comunale né niente. Nessuno (tranne me) lo ha mai considerato un eroe. Dopo la guerra la mia piccola famiglia conquistò un piccolo benessere. Ma l’abbondanza che avevamo intravisto per un attimo in quel lontano 1935, quando Bobbio scrisse la sua lettera «servile», non fu mai recuperata. Fu un sogno brevissimo, e subito svanito. Quanto a mio padre, non riuscì ad avere neppure la minima, privata soddisfazione che aveva coltivato per tutti gli anni della dittatura. Quale? Ecco qua. Nel referendum del 1929 ultima consultazione elettorale dell’era fascista, quando io ancora non ero del tutto nato, mio padre fu l’unico nel suo paese che votò «no». A commemorazione del fausto avvenimento, l’amministrazione comunale fascista dell’epoca pose, davanti al municipio, una grande lapide su cui era inciso, a lettere dorate: tremila e tanti «sì», un solo «no». Quel «no» era di mio padre. Il voto era palese. E i fascisti lo cercarono per dargli una lezione. Mio padre fu costretto a fuggire, nascosto in un carro agricolo insieme con mia madre incinta. Quando finì la guerra, nel 1945, mio padre tornò al paese, in Romagna, ma non trovò più la lapide. La cercò, gli dissero che dopo il 25 luglio era stata tolta come gli altri simboli dell’odiato regime. Chiese allora al sindaco di poterla comperare per metterla, almeno, nel giardino di casa sua. Ma non fu possibile. La nuova amministrazione comunale comunista, composta quasi delle stesse persone di pochi anni prima, l’aveva distrutta, sbriciolata in minutissimi pezzi perché non ne rimanesse neanche il più flebile (e scomodo) dei ricordi.