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 1997  aprile 07 Lunedì calendario


Dopo avere dedicato la vita a combattere gli illusionisti, Antonio Lubrano concluderà la sua attività accanto al numero uno della categoria Vittorio Cecchi Gori, che ha incamerato i diritti tv sulle partite di calcio senza avere i soldi per comprarli, né i mezzi per trasmetterle

• Dopo avere dedicato la vita a combattere gli illusionisti, Antonio Lubrano concluderà la sua attività accanto al numero uno della categoria Vittorio Cecchi Gori, che ha incamerato i diritti tv sulle partite di calcio senza avere i soldi per comprarli, né i mezzi per trasmetterle. Dopo decenni, Lubrano lascia la Rai e la sua rubrica sui consumi e passa a Tmc a partire dal 7 aprile. Qui, cambiando genere, dirigerà il tg cecchigoriano. Per uno come lui, che ha fama di andare con i piedi di piombo, la decisione di lavorare per un bizzarro e discusso imprenditore ha il sapore di un paradosso.
• Tra gli italiani solo Marco Pannella, che ha affibbiato il proprio nome al suo movimento, ha raggiunto la megalomania di Lubrano, che ha intitolato a se stesso la trasmissione Mi manda Lubrano che conduce da vari anni su Raitre. Dotati di identica umiltà, i due palloncini gonfiati ritengono che i loro riveriti nomi rappresentino un simbolo e un marchio di garanzia. Per Pannella della politica senza compromessi. Per Lubrano del giornalismo che non guarda in faccia a nessuno.
• Con ciò accantono Pannella e lo ringrazio per avermi aiutato a inquadrare Lubrano. Per chi non conoscesse Mi manda Lubrano, due parole di presentazione. Va in onda in diretta il mercoledì dalle 20.30 alle 22.30. In apparenza, è uno show come tanti, col pubblico beato sotto le telecamere e un animatore che straparla, Lubrano appunto. La sua particolarità è invece l’appartenenza al filone «consumeristico». Così si chiama in gergo ciò che tratta di consumi e prodotti, di produttori e consumatori. Scopo della rubrica è mettere in guardia le masse ignare dagli imbrogli in agguato, tipo le merci scadute in vendita nei supermarket.
• Dovendo rivolgersi al popolo bue, Lubrano usa un linguaggio misto di parole e mimica, buono per sordomuti. Le frasi sono brevi e stentoree. Scandite in un procidano – da Procida, l’isola napoletana da cui proviene – sonoro. «Leèi ci diica...» comincia Lubrano, rivolto al merceologo di turno. Poi tace con uno scatto delle mandibole e l’indice puntato sull’esperto. Immobile in questa posa forense, Lubrano fissa la telecamera con occhi penetranti.
• In studio non vola una mosca, la vita è sospesa. Nelle case, poiché è l’ora della cena, i cucchiai si arrestano tra il piatto e le fauci dei commensali, mentre nella piccola cavità il brodo si raffredda. Dopo un istante lungo un’eternità, durante il quale altri mille albanesi approdano in Puglia, Lubrano rispalanca di botto la bocca e cannoneggia «...Buona o cattiva?». Indica una polvere bianca: farina, detersivo, calce, secondo le trasmissioni. «Buona» sentenzia l’esperto. «Oottimanotiizia! Ce ne vorreebbero di ppiù!» commenta Lubrano. E per mettere nella zucca anche dei più capoccioni che è il momento di gioire, allunga nel teleschermo l’indice e il pollice uniti a O. Ossia, okay.
• Questa forma schietta di comunicazione è particolarmente apprezzata negli ambienti rurali e dai piccini che, col moto perpetuo delle mani di Lubrano, si divertono come a una recita di marionette. Lo spettacolo ha i suoi alti e bassi, ma nel complesso è gradevole e merita il successo che ha. Però qualcosa disturba: lo scopo della rubrica, cioè la tutela dell’utente, diventa a tratti un mastodontico «ideale», quello di salvare il mondo dall’errore. Quasi senza accorgersene, Lubrano veste i panni di Don Chisciotte e si scaglia sul male all’arma bianca. Incalza il malcapitato messo sotto accusa (altro tipico protagonista della trasmissione, come il merceologo di prima) con una serie di interrogativi retorici, «Ma perché ?», «Mi faccia capire», «Ma com’è ?», come se combattesse all’ultimo sangue contro un drago fiammeggiante. E ha invece di fronte un sindaco, un bottegaio, un truffatorello da quattro soldi. Nel 90 per cento dei casi, infatti, Mi manda Lubrano affronta argomenti minuti – torti inflitti al vicino di casa, a un gruppo di condomini, a una comunità derelitta – non battaglie epiche contro monopoli arroganti e multinazionali aggressive.
• Lubrano non è il solo responsabile di questa sopravvalutazione del proprio ruolo. La stampa ha le sue colpe, poiché lo ha definito «paladino» dei consumatori, «Robin Hood di Raitre», «difensore civico» dei raggiri. Specchiandosi in questi spropositi, Lubrano ha finito per crederci.
• In realtà, il suo approdo al filone consumeristico ha un’origine opposta. Antieroica, per così dire. L’antenato nobile di Mi manda Lubrano fu, una dozzina di anni fa, la rubrica Di tasca nostra, trasmessa da Raidue e guidata da due giornalisti duri e determinati: Tito Cortese e Roberto Costa. Di tasca nostra era micidiale. Settimanalmente, venivano confrontate merci prodotte da potenti industrie, automobilistiche, chimiche, alimentari. Fiat contro Renault, Volkswagen, Volvo e così via. Carlo Erba contro Ciba-Geigy, Schering, Hoechst, eccetera. A chi toccava, toccava. Centri di controllo indipendenti facevano i test. I risultati venivano illustrati in trasmissione. Furono bocciate fabbriche celebri, persero la faccia istituzioni prestigiose. Ogni puntata lasciava una scia di polemiche e grattacapi legali.
• Un giorno Di tasca nostra incappò in un incidente. Analizzandone i pisellini, affermò che la Findus utilizzava come conservante, se ben ricordo, la tetraciclina, o un simildisgustoso. La Findus, imbelvita, dimostrò che non era vero. La Rai fu condannata a risarcire il danno in pubblicità tv gratuita di surgelati. Visto che c’era, la Rai surgelò anche Di tasca nostra, che sparì dai teleschermi.
• Il consumerismo però tirava e si pensò di continuare il genere, ma con una trasmissione più placida e rotonda. Fu chiamato Lubrano, allora giornalista politico del Tg2, specializzato in interviste amene e confidenziali. Antonio dette vita a Diogene, figlio educato e timoroso di Di tasca nostra. La conduzione di Lubrano era talmente prudente che per darle la sveglia gli fu affiancato Mario Pastore, giornalista grintoso ma un po’ crepuscolare. Tant’è vero che Diogene dalla difesa del consumatore passò a quella degli anziani e di altri gruppi deboli. Però questa è un’altra storia.
• Resta invece dimostrato che l’entrata in scena di Lubrano servì a sostituire con uno stile alla vaselina gli scatenati Cortese e Costa. E che è stato questo modo guardingo di fare tv che ha dato ad Antonio il successo. Dunque, niente a che spartire con Robin Hood. Semmai, qualche parentela col rosolio. Ecco perché le rodomontate lubranesche, quando ci sono, appaiono fuori luogo.
• Generato da un capitano di lungo corso e cresciuto sugli scogli della sua isoletta, Lubrano approdò in Rai al Radiocorriere. Si occupava di musica e spettacolo. Nel 1976 passò al Tg2, allora di obbedienza socialista, con le stesse mansioni. Recensiva dischi e film con brio, una specie di Vincenzo Mollica ante litteram, meno sdolcinato. A metà degli anni Ottanta, il servizio politico era orfano di Emanuele Rocco morto in un incidente d’auto. Rocco aveva un modo di raccontare a braccio il Palazzo, come se fosse a tavola. Per sostituirlo si pensò a Lubrano. Che non deluse. Fece, tra le altre, un’intervista memorabile a Vincenzo Scotti dal barbiere, a farsi bello poco prima del duello congressuale con Ciriaco De Mita per la segreteria democristiana. Poiché aveva trovato la sua strada, Lubrano fu dirottato su Diogene e il consumerismo. Vattelapesca.
• Nella sua carriera si contano una furbata e un incidente. Sdegnato per una mancata promozione a caporedattore, Lubrano si licenziò dal Tg2 e dalla Rai a fine anni Ottanta .Un minuto dopo fu riassunto dalla stessa Rai come collaboratore del Tg3, per Mi manda Lubrano, con un compenso varie volte superiore. Questa l’astuzia. L’incidente invece fu avere prestato la faccia a una pubblicità del Mediocredito Lombardo che lanciava certificati di risparmio. Il Robin Hood dei consumatori si vendeva per 200 milioni l’anno a un’azienda! «L’ho fatto in memoria di mia madre, accanita risparmiatrice» fu la patetica giustificazione che Antonio rifilò ai giornali. Per colmo di disgrazia, il giurì di autodisciplina pubblicitaria sospese la réclame, giudicandola «ingannevole» per mancanza di trasparenza. Sono trascorsi quattro anni da allora. L’onta è sbiadita, ma anche la voglia di Lubrano di fare il paladino. Infatti, con dolore di molti, il nostro ha deciso di cambiare vita. E il desiderio di mutamento deve essere forte se lascia il transatlantico della Rai per il canotto di Cecchi Gori. Non c’è che una spiegazione: anche i paladini tirano i remi in barca.