Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 7 aprile 1997
La missione italiana
• La missione italiana. La cosiddetta ”missione italiana” in Albania consiste in un piccolo esercito con duemila-duemila cinquecento italiani che andranno a piazzarsi in quel paese ufficialmente per riportarvi la pace. Data degli sbarchi: 14 aprile (cioè lunedì prossimo). Si dice che la missione è italiana, perché saranno gli italiani a guidarla. Ma la truppa non sarà tutta del nostro paese. Sono previsti oltre agli italiani: mille francesi; cinquecento greci; quattrocento spagnoli; cinquecento turchi; cento-centoventi austriaci; cento-centoventi danesi; cento-centoventi ungheresi; cento-centoventi romeni; cento sloveni. Totale: 5000-5.500 soldati.
• Si spareranno tra loro? «Mandare in Albania un contigente fatto di italiani, greci e turchi è un mix che solo un analfabeta o un diabolico avrebbe potuto inventare. In Albania, greci, turchi e italiani, tutto sono meno che neutrali e non è affatto escluso che si sparino tra loro» (Valentino Parlato).
• Onu. Le missioni come quella che sarà guidata dall’Italia in Albania sono sempre decise dall’Onu, cioè dall’Organizzazione delle Nazioni Unite, che è stata istituita nel 1945 dalle grandi potenze alleate (Usa, Urss, Gran Bretagna, Francia, Cina) con lo scopo di salvaguardare la pace e la sicurezza mondiale. Anche una guerra civile - cioè tutta interna a un singolo Paese - può provocare l’intervento dell’Onu. Il quale è a sua volta molto graduato: si va dalle sanzioni puramente economiche all’intervento vero e proprio, guidato talvolta dalla medesima Onu (caschi blu) oppure da un paese sufficientemente potente oppure da un paese che abbia un qualche coinvolgimento nell’area del conflitto (caso dell’Italia in Albania). La decisione di intervenire viene presa dal Consiglio di sicurezza (15 membri di cui 5 permanenti). Anche l’intervento italiano in Albania è stato deliberato dal Consiglio di sicurezza dell’Onu.
• Italia. L’Italia ha però smosso la diplomazia internazionale per avere dall’Onu il mandato di guidare una missione in Albania. L’ha ottenuto, dopo settimane di trattative, il 28 marzo scorso. A quella data non si era ancora compiuta la tragedia di Otranto (speronamento di cargo albanese da parte di una nostra unità militare, con 89 emigrati annegati).
• Rifondazione/1. Per tutto il periodo in cui il governo italiano si è adoperato per la missione, Bertinotti non ha avuto nulla da obiettare. Non una parola nemmeno il giorno in cui l’Onu ha effettivamente affidato la missione all’Italia. Sdegno improvviso e condanna solo dopo Otranto e in particolare al momento del dibattito a Montecitorio, mercoledì 2 aprile. «Normalmente il procedimento dovrebbe essere l’inverso. Prima si accerta l’esistenza di un consenso sulla desiderabiltà dell’operazione, valutati tutti i rischi. Poi si agisce in sede internazionale per raggiungere l’obiettivo, e infine si chiede anche il consenso dell’opposizione» (Rodolfo Brancoli).
• Rifondazione/2. «Chi è contro l’intervento militare sarebbe antiumanitario ed egoista. una vergogna: queste accuse vengono da chi ha apprezzato il pattugliamento dell’Adriatico e da chi ha trovato più difficile trovare qualche stanza in pensione per i profughi che organizzare un corpo militare. La grave crisi albanese - diciamocelo - non è il disordine folle di bambini impazziti, ma una crisi politica seria, con una guerra civile latente, che il nostro intervento armato potrebbe scatenare per ritrovarci in un’altra Somalia dalla quale poi fuggire con colpa e vergogna [...] Detto tutto questo non bisogna lasciare soli gli albanesi, ma innanzitutto dobbiamo liberarli dall’incubo di un nostro intervento militare che sarebbe inevitabilmente a favore di Berisha» (Valentino Parlato).
• Altri dettagli sulla missione. Costi per l’Italia: circa 260 miliardi. Di cui per i soldati: un miliardo al giorno. Per gli aiuti alimentari: quattro miliardi (1000 tonnellate di pomodori, 1000 di patate, e inoltre pecorino romano, grana padano, carne di coniglio). Altre 420 tonnellate di viveri saranno donati dalla Cooperazione italiana. Armi: «A bordo delle navi trasporto italiane ancorate a Brindisi c’è una compagnia di carri armati Leopard a organici di guerra: 80 uomini e 16 carri che da soli bastano a sbriciolare mezza Albania. E oltre a questi ci sono 770 paracadutisti della divisione Folgore (compresi i carabinieri del battaglione Tuscania), 25 incursori del battaglione Col Moschin, 300 fanti del reggimento meccanizzato Sassari, 450 fanti di marina del San Marco, un reparto del reggimento lagunari Serenissima, cento cavalleggeri Guide, 60 trasmettitori, 30 genieri e perfino 50 elementi del Comando subacquei e incursori. Tutti agli ordini del generale Luciano Forlani, bersagliere, attualmente comandante del Terzo corpo d’Armata con sede a Milano, uno che le operazioni all’estero le studia e le organizza da 15 anni...». (Roberto Fabiani).
• la prima volta, dal dopoguerra, che l’Italia guida una missione internazionale. «La nostra democrazia minore ha sempre potuto nascondersi dietro qualcuno, gli Usa, la Nato, l’Europa» (Gianni Riotta).
• «La storia delle partecipazioni dell’Italia con consistenti forze militari alle operazioni direttamente gestite o solo autorizzate dall’Onu inizia in Libano nel 1982 e da allora, con l’eccezione di quella in Mozambico nel 1992-93, è caratterizzata dalla questione delle controversie sull’interpretazione del mandato dell’Onu poiché il nostro paese ha sempre oscillato, tentando un’impossibile sintesi, tra motivazioni umanitarie, altamente affermate, e motivazioni geopolitiche, più spesso taciute [...] Nell’agosto ’82 il secondo governo Spadolini decise di partecipare alla forza multinazionale che doveva garantire la pace in Libano. L’Italia interpretò la missione come fondamentalmente umanitaria (protezione dei campi profughi palestinesi) ed equidistante tra il governo di Gemayel e le diverse fazioni libanesi, in contrasto con l’interpretazione del mandato dell’Onu che davano gli americani e i britannici [...] su questo sfondo di sforzi di partecipazione agli eventi mondiali che si è delineata l’esigenza di rilanciare una politica estera di alto profilo nella crisi albanese. Ma ancora una volta sono riaffiorate le contraddizioni della politica estera italiana, da un lato ispirata a principi umanitari, messi in crisi dal malaugurato affondamento della nave di profughi, e dall’altro lato motivata da inespresse considerazioni geopolitiche adriatiche intorno a questo ”inafferrabile protettorato”. Con il consueto accompagnamento di polemiche interne che riducono la nostra credibilità internazionale» (Alessandro Corneli).
• Le altre volte in Albania. Il venerdì santo del 1939 l’Italia occupò l’Albania per annetterla al Regno: «Mussolini, il ministro Ciano e il re Vittorio litigarono sul potere, sui soldi, perfino sulla bandiera del nuovo ”regno”. Invadendo la Grecia, il 28 ottobre del 1940, trascinammo l’Albania in prima linea nella Guerra mondiale» (Gianni Riotta). 1991, missione italiana ”Pellicano”: «I soldati erano armati di sfollagente che stati maggiori e truppa avevano ribattezzato ”i ceri”. A quel tempo si poteva andare con le candele in mano, visto che bisognava solo dar da mangiare agli affamati, appena usciti da mezzo secolo di comunismo becero e oscurantista. Infatti la spedizione durò due anni, costò 20 milioni di dollari al mese (33 miliardi circa), finì in un abbraccio generale e senza che nessuno riportasse nemmeno un graffio» (Roberto Fabiani).
• possibile un grosso incidente? «Come si dovranno regolare nell’uso delle armi? Le norme generali le ha dettate l’Onu, con la consueta vacuità: ” lecito difendersi se attaccati”. Ogni forza armata, poi, ha le sue regole e l’Italia ha stilato le proprie. Ovviamente sono segrete ma è certo che tengono conto della particolare situazione albanese: non ci sono forze militari ostili; non ci sono neppure bande numerose e organizzate come avvenne in Somalia; c’è un popolo quasi tutto armato che le armi non le sa usare e in mezzo al quale c’è sicuramente qualche esaltato convinto di fare chi sa cosa mettendosi a sparare sui soldati. In altre parole: è possibile un grosso incidente? Risposta ovvia: sì» (Roberto Fabiani).
• Polemiche in Austria sulla partecipazione alla forza internazionale guidata dall’Italia. Joerg Haider, capo del partito nazionalista: «Sotto l’Italia, con la quale gli albanesi sono irritati, i soldati austriaci rischierebbero la pelle». Il suo vice Peter Westenthaler: «Affidare i soldati austriaci al comando italiano è negligente, irresponsabile e pericoloso, equivale a considerarli carne da cannone».
• Inghilterra. Gli inglesi sono stati contrari fin dall’inizio all’intervento in Albania perché considerano la missione ad alto rischio e perché giudicano l’Italia inadeguata. Il ”Times” ha invitato il nostro paese a ripensarci: «La forza si infila nel pasticcio albanese per confrontarsi non con una sfida politica o una guerra civile, ma con ladri, gangster e opportunisti»; vengono messi in dubbio anche i motivi umanitari, ritenendo piuttosto che l’Italia si muove per interessi nazionali, per bloccare l’invasione dei profughi. Sul piano tecnico poi «l’Italia ha poca esperienza e un passato incerto in tema di operazioni militari. L’ultimo intervento in Albania, ordinato da Mussolini, fu preludio di una guerra disastrosa e sono ancora profondi i ricordi di inettitudine durante la guerra. Un più recente tentativo di ristabilire l’ordine in Somalia è finito in catastrofe». Il colonnello Terence Taylor, vicedirettore dell’Istituto internazionale di studi strategici (Iliss) di Londra: « tutto politico il bandolo della matassa della situazione in Albania, tanto confusa e delicata da non permettere di credere in una soluzione militare. percezione generale che la figura del presidente Sali Berisha appartenga sempre più al problema e non alla soluzione».