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 2003  dicembre 06 Sabato calendario

Previsioni

• Previsioni. "Tenendosi la Cisgiordania, Israele creerà revanscismo per il resto del XX secolo, ma lo Stato ebraico va accettato" (Dean Rusk, segretario di Stato Usa, pochi giorni dopo la guerra).
• Cambiare idea. Al termine della guerra il governo israeliano dove decidere cosa fare dei territori conquistati: alcuni ministri volevano tenerli, altri scambiarli col riconoscimento di Israele da parte degli Stati Arabi. Moshe Dayan sostenne a più riprese entrambe le posizioni. "In sei settimane dalla fine della guerra, il ministro della Difesa ha espresso sul problema della pace almeno sei opinioni diverse", notava un rapporto dell’ambasciata britannica.
• Dimissioni. "Era invecchiato di dieci anni in cinque giorni". Fu l’impressione di Mohammed Heikal, direttore di al-Ahram e amico di Nasser, che lo vide la mattina del 10 giugno. Il presidente egiziano era in preda alla depressione, lamentava forti dolori alle gambe e aveva dormito con la pistola sotto al cuscino. "Sto qui seduto a aspettare che arrivi l’esercito a prendermi" confidò al governatore di Assuan. Alle 18.30 il presidente egiziano parlò in tv annunciando le sue dimissioni, pochi minuti dopo le strade del Cairo erano piene di gente che urlava: "Nasser non ci lasciare!".
• Har ha-Bayit be-Yadenu (il Monte del Tempio è in mano nostra). Queste tre parole, che il colonnello dei paracadutisti Mordechai Gur disse via radio al generale Uzi Narkiss al momento della conquista di Gerusalemme est, risuoneranno in Israele per i decenni a venire. Subito dopo la battaglia, il capo rabbino dell’esercito, Shlomo Gonen, liberatosi dei tre soldati che Gur gli aveva messo intorno per tenerlo a freno, si precipitò sul muro del Pianto recitando il kaddish (la preghiera dei defunti), soffiò nel suo shofar (il corno d’ariete) e proclamò: "Sono venuto in questo luogo per non lasciarlo mai più". Era il 7 giugno 1967.
• Inab. Gli aerei israeliani furono subito scoperti dal sofisticato radar giordano di Ajlun, vicino Jerash, i cui tecnici trasmisero agli egiziani la parola in codice che significava ”guerra”: Inab (acino). Il Cairo però aveva cambiato i suoi codici proprio il giorno prima senza avvertire gli alleati.
• Nomi. L’onore di scegliere il nome del conflitto fu tributato a Yitzhak Rabin. Fra tutti quelli proposti – guerra dell’Audacia, guerra della Salvezza, guerra dei Figli della luce – il capo di Stato maggiore israeliano preferì quello meno altisonante di Guerra dei sei giorni, che evocava anche la durata della creazione.
• Ahlan wa-sahlan. Il 21 maggio gli egiziani, dopo aver espulso dal Sinai la forza di interposizione dell’Onu (la missione Unef), chiusero lo stretto di Tiran, nel golfo di Aqaba, impedendo così a Israele di navigare nel mar Rosso. "In nessun caso permetteremo alla bandiera israeliana di passare attraverso il golfo di Aqaba. Gli ebrei hanno minacciato la guerra. Noi diciamo loro: Ahlan wa-sahlan (siete i benvenuti)", disse Nasser. Tutto il mondo arabo scese in piazza inneggiando al presidente egiziano, il suo Ahlan wa-sahlan passò di bocca in bocca per giorni.
• Nicotina. La notte del 23 maggio il capo di Stato maggiore israeliano, Yitzhak Rabin, non resse alla tensione e crollò. "Precipitai in una profonda crisi scatenata dal mio senso di colpa...per aver portato il paese alla guerra nella più difficile delle situazioni", confidò a un giornalista anni dopo: "Tutto era sulle mie spalle. Non mangiavo quasi niente da nove giorni, non dormivo, fumavo a più non posso ed ero fisicamente esausto". Un medico dell’esercito diagnosticò un’ansia acuta e gli prescrisse un tranquillante. La cosa fu tenuta nascosta e rivelata solo anni dopo. La versione ufficiale fu: "Avvelenamento da nicotina". Due giorni dopo, il capo di Stato maggiore si presentò dal primo ministro e rassegnò le dimissioni. "Scordatelo" fu la risposta di Eshkol.
• Moshe Dayan. "Un uomo sgradevole e egocentrico", secondo il capo dell’intelligence militare, Aharale Yariv. Fu chiamato a furor di popolo a sostituire il primo ministro Levy Eshkol come ministro della Difesa. Entrò in carica il 1 giugno alle 16.30. Si precipitò al consiglio per la sicurezza nazionale e chiese ai generali: "Mostratemi il vostro piano, se mai ne avete uno. Io ho il mio". E più volte chiarì ai suoi colleghi del governo che non gradiva intromissioni: "Sono contrario a prendere decisioni a maggioranza sulle questioni militari".
• Piano Focus. Iniziò con una manovra diversiva alle 7.10 del mattino del 5 giugno, ora di Israele, quando 16 Magister Fouga, aerei d’addestramento ora armati di missili, decollarono da Hatzor. Quattro minuti dopo, sempre da Hatzor, partirono i veri cacciabombardieri Ouragan. Alle 7 e 30 erano in volo quasi duecento aerei. Il piano Focus era partito. Dopo un paio d’ore, 286 dei 420 aerei da combattimento del Cairo erano distrutti; quasi un terzo dei piloti era stato ucciso; tredici basi e ventitré fra impianti radar e postazioni contraeree erano inutilizzabili. Alle 10 e 35, l’ideatore del piano, il generale Hod, si voltò verso Rabin e comunicò: "L’aviazione egiziana ha cessato di esistere".
• Sharon. Alle 22 del 5 giugno, sei batterie di cannoni da 105 e 155 mm scatenarono il più massiccio bombardamento della storia militare israeliana, scagliando su Umm Qatef, nel Sinai, 6.000 granate in meno di venti minuti. "Che tremi tutto", sembra siano le ultime parole di Ariel Sharon, che comandava l’attacco.
• Tiro al tacchino. "Con la presente è accluso il resoconto, insieme a una mappa, del tiro al tacchino del primo giorno". Così il consigliere per la sicurezza nazionale americano, Walt W. Rostow, chiudeva una lettera al presidente Lindon Johnson, subito dopo lo scoppio della Guerra dei sei giorni.
• Misunderstand. L’arrivo a Nablus delle truppe israeliane nel racconto del colonnello Uri Ram: "Migliaia di persone ci applaudivano, sventolando fazzoletti bianchi e noi, in piena innocenza, rispondevamo con dei sorrisi...In città regnava un ordine perfetto; non c’era il minimo segno di panico". Quando un soldato israeliano provò a disarmare un membro della Guardia Nazionale, la folla capì che i nuovi arrivati non erano i militari iracheni che stavano aspettando: "In un istante le vie si svuotarono e iniziò il fuoco dei cecchini".
• Lacrime/1. "Ho l’onore di trasmettere, su istruzione del mio governo, la decisione di accettare la richiesta di un cessate il fuoco, a condizione che l’altra parte cessi anch’essa le ostilità". Così l’ambasciatore egiziano all’Onu, Mohammed El Kony, distrutto e senza nascondere le lacrime, decretò la sconfitta egiziana il 9 giugno.