Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 24 marzo 2003
Alcune guerre cominciano con un ”bang”
• Alcune guerre cominciano con un ”bang”. «Altre con qualche bombardamento, furtivi spostamenti di confine, operazioni psicologiche per minare la resistenza dell’avversario. Questa è cominciata con entrambi. Il colpo maggiore è arrivato dai missili Cruise lanciati dal Mar Rosso e dal Golfo Persico e dalle bombe sganciate dagli F-117 contro tre ”leadership targets” per decapitare il regime di Saddam. L’operazione ricorda l’attacco lanciato senza successo in Afghanistan dall’amministrazione Clinton per uccidere Osama bin Laden» (’New York Times”). «Se c’era qualche dubbio sul carattere personale di questa guerra, nella persona di Saddam Hussein, è stato rapidamente dissipato dal suo atipico e non del tutto inaspettato inizio» (’La Vanguardia”).
• La Seconda Guerra del Golfo è cominciata con un colpo da poker «che i militari detestano, abituati come sono a pianificare la minima operazione. Mercoledì, a fine pomeriggio, il direttore della Cia George Tenet ha convinto Bush che era possibile decapitare il regime. Alle 18.30 (ora locale) la decisione è stata presa. Tre ore più tardi le bombe raggiungevano i bersagli. Un tempo troppo breve per pianificare al meglio una tale missione, ma che testimonia la rivoluzione tecnologica che ha conosciuto l’arte della guerra dopo il precedente conflitto del Golfo. Le armi (missili Tomahawk e bombardieri F-117) sono praticamente le stesse del 1991. Ma i mezzi, coordinati in rete, sono diventati molto più flessibili e reattivi di prima. Così, la Cia non ha dovuto far altro che trasmettere ai militari le coordinate geografiche della casa presa di mira, perché le fornissero ai computer di missili e bombe» (’Libération”).
• Il rombo della guerra moderna scuote Bagdad. «Alle 8.50 della sera è suonata la sirena dell’allarme aereo. Per quasi 20 minuti, Bagdad è stata una città sospesa. Aspettava, come stava facendo da giorni. Osservava. Poi il martello ha rotto il silenzio. Un’esplosione è rimbombata sulla capitale da sud, segnando l’inizio del secondo bombardamento del giorno. Gli allarmi delle auto hanno preso a suonare, un taxi è passato di corsa davanti alla statua di un tappeto volante, lungo il fiume Tigri. In pochi minuti, il rombo della guerra moderna ha scosso la città. Le scie della contraerea volavano nell’aria. Traccianti rossi percorrevano il cielo. Lampi guizzavano nel buio di una notte annuvolata. All’orizzonte, una rapida serie di esplosioni spediva verso l’alto luci brillanti, illuminando l’esausta capitale irachena che aveva atteso la guerra per mesi e ora ci si trovava dentro» (’Washington Post”).
• La prima vittima, un camionista di Nablus. «Ahmed Albaz, da qualche anno impegnato sulla Bagdad-Amman, è stato ucciso dalla prima ondata di razzi e missili sulla capitale irachena. I suoi concittadini hanno subito preso a scherzare sul fatto che il primo martire della nuova guerra non solo era palestinese, ma addirittura di Nablus. Uno ha commentato: ”Chiunque di noi muoia fuori da Nablus è un clandestino sul ’Martyr Express’ per il Paradiso”» (’Ha’aretz”).
• ”Shock and awe” è il nome dato dagli Usa all’operazione di massicci bombardamenti che ha colpito Bagdad da venerdì. ”Shock” sappiamo tutti che vuol dire, ”awe” significa riverente timore, soggezione, paura, sgomento; il verbo ”to awe” si può tradurre come impaurire, sgomentare. Il quotidiano inglese ”The Independent”: «In inglese, dovunque da questa parte dell’Atalantico, la parola ”awe” è generalmente usata in modo passivo. così da quando Gibson la usò in questo modo in The Decline and the Fall of the Roman Empire. Ora Bush vi ha aggiunto la parola ”shock” e da voce passiva l’ha fatta diventare attiva. Il piano dei militari americani era quindi ”to shock and awe” gli iracheni. Noi britannici non siamo così entusiasti. In parte è un problema di correttezza grammaticale. In parte è un problema di gusto: ”awe” deve evocare un senso di reverenza, in più quello che è ”awesome”, imponente, maestoso, solenne per chi compie il gesto, è ”gruesome”, orrendo, orribile, raccapricciante, per chi lo subisce. Ma la principale obiezione è dovuta al senso di arroganza americana, per non dire ”hubris” (dal greco, alterigia, superbia, tracotanza) che l’infelice frase comunica. Se vogliamo veramente liberare gli iracheni, ”shock and awe” non è quello che dovremmo rovesciare su di loro» (’The Independent”).
• Una corsa di 9 secondi contro l’orologio. «Avevo appena finito di rovistare nel sacchetto del pranzo quando due auto piene di uomini armati si sono fermate davanti alla mia tenda. Da uno dei veicoli sono scesi il maj. gen. David H. Petraeus, comandante della 101ma divisione aviotrasportata e viceré di Camp New Jersey, nel Kuwait centrale, e il suo boss, Lt. Gen. William S. Wallace [...] Avevamo appena iniziato a parlare del nostro ultimo incontro quando il lamento della sirena d’allarme del campo ci ha interrotto. Abbiamo tirato fuori dalle sacchette le nostre maschere antigas M-40, ce le siamo messe sulla faccia, abbiamo stretto i lacci. Il tempo limite era di 9 secondi, dubito che qualcuno sia riuscito a battere l’orologio. ”Il rifugio è da questa parte”, ha urlato una voce. Con Wallace, e il resto dell’entourage dietro di noi, ci siamo diretti verso il container lungo 20 piedi appena trasformato in un bunker antimissile. ”Ci sarà difficile fare una conversazione spiritosa”, ho detto. La mia voce, già ridotta a un patetico gracidìo per il disturbo respiratorio noto come ”malattia del Kuwait”, suonava piccola e strozzata fuori dalla maschera. [...] Due dozzine di persone affollavano il rifugio. Petraeus ha tentato di iniziare una conversazione, poi si è arreso. ”Pagherà per questo”, ha detto. Nessuno ha avuto bisogno di chiedere chi era quello che doveva pagare. [...] Dopo 15 minuti è suonato il cessato allarme. Una batteria di Patriot aveva distrutto in volo il missile iracheno. Grondanti di sudore, ci siamo tolti le maschere e le abbiamo rimesse nelle sacchette» (Rick Atkinson, ”Washington Post”).
• La Borsa spiegata ai marziani. «Compra appena senti il rumore delle armi da fuoco è un vecchio adagio della Borsa, risalente alle guerre Napoleoniche. La versione moderna è di anticiparlo, ma solo di una settimana. Dai minimi dell’11-12 marzo, lo S&P 500 è salito circa del 10 per cento e l’Eurotop 300 del 15 per cento. A un marziano questo entusiasmo per la guerra potrebbe sembrare stupido o spietato. Ma gli ospiti alieni potrebbero non sapere che i mercati sono complicati, e amorali, meccanismi per trasformare informazioni in scommesse su quel che il futuro ci potrà riservare. [...] Sentono un portavoce britannico che le forze alleate potrebbero essere a Bagdad ”entro i prossimi tre-quattro giorni” e salgono ancora. Ascoltano la casa Bianca avvertire che la guerra potrebbe essere lunga e pericolosa e si fermano a tirare il fiato» (’Financial Times”).
• Come misurare i progressi della campagna. «Il controllo dei cieli è decisivo. I velivoli alleati devono spazzare via la flebile forza aerea irachena e sopprimere le difese antiaree, compito più complicato. [...] Alcuni pozzi di petrolio sono già stati dati alle fiamme. Le forze di terra devono raggiungere al più presto i campi petroliferi e proteggerli. Fallire in quest’operazione creerebbe il rischio di perdere una risorsa importante per una veloce ricostruzione del Paese. La velocità sarà ugualmente fondamentale nel prevenire attacchi missilistici contro Israele, e servirà una ferma diplomazia per dissuadere Tel Aviv da propositi di ritorsione nel caso qualche missile dovesse superare le difese. Un’azione israeliana indurrebbe ancora più rabbia nel mondo islamico. Sarà anche fondamentale per le forze Usa raggiungere alla svelta il nord dell’Iraq, per proteggere i campi petroliferi ed evitare scontri tra turchi e curdi» (’New York Times”).
• La liberazione di Safwan. «Quando, giusto dopo l’alba, centinaia di soldati della coalizione sono arrivati, l’angoscia di una cittadina che ha subito la crudeltà del regime di Saddam è sembrata svanire di botto, gli abitanti del villaggio correvano per le strade festeggiando in un’estasi un po’ sinistra, ridendo e piangendo. ”Oooooo la pace sia con te, la pace sia con te oooooo”, piangeva Zahra Khafi, sessantottenne madre di cinque figli, davanti a un gruppo di americani e britannici entrati in città appena le truppe irachene si sono liquefatte: ”Non ho più paura di Saddam”. Due anni fa, Masood, il suo figlio trentanovenne, fu ucciso dagli scagnozzi di Saddam per esser devoto a una ”marca” di Islam diversa da quella che incontra i favori ufficiali. Mentre raccontava la sua storia, la signora Khafi è passata dalla gioia alla tristezza, ha cominciato a piangere, poi a gemere, infine ha supplicato i suoi ospiti di restare a proteggerla. ”Devo preoccuparmi?” ha mormorato asciugandosi le lacrime, ”Saddam tornerà?”» (’New York Times”).
• La vittoria è certa, ma c’è vittoria e ”vittoria”. «America e Gran Bretagna saranno certamente in grado di occupare l’Iraq, distruggere le sue armi, smantellare il suo arsenale di armi di distruzione di massa e rimuovere il regime di Saddam Hussein. Ma c’è un’enorme differenza tra vittoria e ”vittoria”. [...] La superpotenza americana è spesso riassunta nella sua capacità di disintegrare la resistenza del nemico con un massiccio potere di fuoco. Questa volta dovrà usare la sua abbagliante tecnologia non solo per spazzar via l’avversario ma per vincere nel modo più pulito possibile. Una vittoria senza spargimenti di sangue è un miraggio. Ma nella migliore delle ipotesi, se il regime iracheno è detestato come molti dicono, questa guerra potrebbe apparire come un colpo di Stato sostenuto da forze straniere più che come uno scontro tra nazioni» (’The Economist”).
• La fine di Saddam e la fine dell’Onu. «Saddam Hussein se ne andrà alla svelta, ma non da solo, trascinerà con sé l’Onu. Bè, non tutta l’Onu. I ”good works” sopravviveranno, la burocrazia del peacekeeping a basso costo rimarrà, i chiacchieroni sull’Hudson continueranno a piagnucolare. Quando passeremo al setaccio le macerie, sara bene ricordare, o meglio capire, il naufragio dell’idea liberal di una sicurezza attraverso leggi internazionali amministrate da istituzioni internazionali. [...] Il Consiglio di Sicurezza è capace di assicurarci l’ordine e salvarci dall’anarchia? La storia suggerisce di no. L’Onu sorse sulle ceneri di una guerra che la Società delle Nazioni non era riuscita ad evitare. [...] Durante la Guerra Fredda il Consiglio di sicurezza fu paralizzato senza speranza. L’impero sovietico non fu atterrato dall’Onu, ma dalla madre di tutte le coalizioni, la Nato. [...] Il Consiglio di Sicurezza usò la forza solo per impedire l’invasione della Corea del Sud, e ciò fu possibile solo perché non c’erano i russi con il loro diritto di veto. Un errore che non commisero più. Fronteggiando l’aggressione di Milosevic, l’Onu non riuscì a fermare la guerra nei Balcani né a proteggere le vittime. Toccò a una ”coalition of willing” salvare la Bosnia dallo sterminio. E quando la guerra fu finita, la pace fu firmata a Dayton, Ohio, non all’Onu. Il salvataggio dei musulmani del Kosovo non fu opera delle Nazioni Unite [...] Visto il fallimento cronico del Consiglio di Sicurezza nel sostenere le sue risoluzioni non si può sbagliare: semplicemente, non è in grado di adempiere al suo compito» (Richard Perle, ”The Guardian”).
• Il test della dottrina Bush. Esposta per la prima volta nel gennaio 2002, teorizza che «in un’epoca in cui le armi di distruzione di massa sono sempre più disponibili, aspettare che il nemico ”colpisca per primo non è autodifesa, è suicidio”. I critici sottolineano che la nuova dottrina rende confusa la distinzione tra ”pre-emption”, che implica una minaccia imminente, e ”prevention”, che implica un pericolo più distante. La dottrina, fino a questo punto, tende anche a preferire le soluzioni militari a quelle non militari, e decisioni unilaterali, piuttosto che multilaterali, rispetto alla serietà delle minacce. Sebbene non rifiuti contenimento e deterrenza, le spinge in fondo alla lista. Portata agli estremi, sembra autorizzare un Paese, gli Stati Uniti, ad attaccare gli altri a volontà se crede che possano rappresentare una minaccia futura piuttosto che presente, e può anche incoraggiare altri paesi a compiere azioni simili nei confronti dei loro vicini. [...] Perché la dottrina sia giustificata, ci dovranno essere prove che l’Iraq possiede stock sostanziali di armi di distruzione di massa [...] Questo non proverà che il regime aveva intenzione di usarli [...] ma potrebbe comunque cambiare l’opinione di molte persone nel mondo» (Martin Woollacott, ”The Guardian”).
• Il dopo guerra. «Il fatto che Bush abbia collegato Iran e Corea del Nord all’Iraq fa temere che gli Usa abbiano in mente guerre ”pre-emptive” contro di loro. Alcuni prevedono nel futuro una successione senza fine di queste guerre, ogni volta che gli Usa vedranno, o penseranno di scorgere, il pericolo della proliferazione o del trasferimento di armi di distruzione di massa a terroristi. Ma c’è un’unicità irachena che rende meno automatica una simile successione [...] L’Iran e la Corea del Nord potrebbero presto avere molte più armi di distruzione di massa di quelle di cui dispone oggi l’Iraq, il che renderebbe molto più complicato un intervento di questo tipo» (Woollacott).
• Promesse e politica. «Una liberazione dell’Iraq senza eccessivi spargimenti di sangue, ammesso che sia possibile, sanerà solo in parte le ferite. I manifestanti che hanno invaso le strade – e quelli che non l’hanno fatto ma erano comunque contrari alla guerra – si aspettano di più. In particolare, dovrà essere mantenuta la promessa di progressi nel processo di pace israelo-palestinese. E il pubblico di entrambe le sponde dell’Atlantico preferirà senza dubbio soluzioni multilaterali per le prossime crisi. Questo richiederà concessioni da parte di tutti i leader mondiali, anche da parte di quelli che si sono opposti alla guerra in Iraq. Come scrisse nel ’62 John Kenneth Galbraith a John F. Kennedy, ”La politica non è l’arte del possibile. la scelta tra lo sgradevole e il disastroso”» (’Financial Times”).