Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 7 ottobre 1996
Sull’inchiesta di La Spezia è ottimista? «Su tutte le indagini che riguardano il traffico d’armi sono sempre pessimista
• Sull’inchiesta di La Spezia è ottimista?
«Su tutte le indagini che riguardano il traffico d’armi sono sempre pessimista. Perché si entra in conflitto con i massimi interessi e segreti di Stato» (Carlo Palermo).
• L’inchiesta di La Spezia riguarda il traffico d’armi relativamente a due sospetti. Primo sospetto: l’azienda Oto Melara, di proprietà dello Stato, vendeva armi di nascosto e le faceva partire dal porto di La Spezia in casse su cui si indicavano merci diverse e innocue. Secondo sospetto: a bordo del famoso aereo precipitato a Ustica quindici anni fa c’era dell’uranio destinato ai libici. Pacini Battaglia, attraverso una sua società, sarebbe andato a cercare questo uranio sul fondo del mare. Tracce di una ricerca effettuata sui fondali sono in effetti state trovate dagli inquirenti che indagano su quel caso.
• Nei traffici internazionali le tangenti sono rese possibili dalla presenza dei mediatori. Quando si chiude un affare, cioè esiste qualcuno che ha messo in contatto il venditore e il compratore e questo qualcuno vuole una provvigione. Così è per il petrolio, così è per le armi. L’esistenza del mediatore è pacificata al punto che la legge obbliga le società pubbliche venditrici di armi ad indicare su appositi documenti l’entità della provvigione pagata. La tangente si costruisce facilmente così: si concorda col mediatore una provvigione molto più alta del normale e la differenza (’la cresta”) si parcheggia poi in un conto estero. Questo surplus è un ”nero”, cioè non risulta come esistente da nessuna parte. Con questo ”nero” si possono pagare futuri mediatori, ma anche amici o uomini politici di tutto il mondo.
Trattandosi di armi e di un modo così facile di far denaro, la malavita è ben presente in questo mondo
• In base alle relazioni rese al Parlamento dal presidente del Consiglio Dini, la provvigione normalmente pagata nell’anno 1995 ai mediatori è stata del 5 per cento. Però, in una conversazione telefonica, Pacini Battaglia si lamenta dell’ambasciatore del Perù che, trattando di una fornitura d’armi per quel paese, non aveva chiesto il 15% e questo fatto stava per far saltare la trattativa. I giudici di LA Spezia sospettano che siano sempre pagate ufficialmente tangenti del 15 per cento, ma che i mediatori di volta in volta chiamati in causa abbiano sempre incassato solo il 5. Il restante dieci era nero.
• Negli anni Ottanta l’Italia esportava armi per 4-5 mila miliardi l’anno. Negli anni ’90 il fatturato si è dimezzato. Nel ’95 il volume d’affari è stato relativamente misero: 1.680 miliardi, inferiore ormai anche a quello della Spagna. La spiegazione ufficiale è che il settore è in crisi in tutto il mondo (vero), che la nostra tecnologia non è più all’altezza (chi sa) e, soprattutto, che il nostro paese non ha peso politico nelle trattative internazionali e sconta quindi anche in questo settore la propria marginalità. Tuttavia, è anche possibile avere questo pensiero: dal punto di vista tangentizio il mercato clandestino è molto più è molto più remunerativo di quello ufficiale, perché se si traffica di nascosto tutto l’importo dell’affare è in nero.
• Il governo deve presentare ogni anno al Parlamento una relazione sul commercio delle armi. Le ultime due (1994 e 1995) sono state presentate da Dini, ma erano «piene di buchi neri: spariti i destinatari delle singole esportazioni, sparite le notizie relative alle intermediazioni. C’erano solo dati generali». Per le intermediazioni risultava un importo di 73 miliardi, ma non era specificato a chi fossero stati pagati né dove.
• Non si possono, per legge, vendere armi a tutti. La comunità internazionale e anche l’Italia autonomamente possono escludere questo o quello per ragioni sempre per nobilissime: il tale paese fa la guerra a qualcuno che è nostro alleato; il talaltro lede costantemente i diritti civili e farà un uso antidemocratico degli armamenti acquistati. Si dice in gergo che ”nei confronti di quel tale paese c’è l’embargo”, frase che significa: a quel paese non si può vendere ufficialmente neanche un fucile. Dal punto di vista tangentizio l’embargo è un’ottima cosa, perché costringe a intrattenere con quel paese, a cui le armi saranno vendute lo stesso, un rapporto clandestino.
• Nella sua relazione al Parlamento del 1994 Dini disse che le aziende pubbliche italiane avevano venduto armi all’Afghanistan, al Laos e alla Yemen. Gaffe clamorosa, quei tre paesi erano tutti sotto embargo. Piovvero le interrogazioni parlamentari e il governo dichiarò di essersi sbagliato: non si trattava dell’Afghanistan, del Laos e dello Yemen, bensì dell’India, dell’Indonesia e del Pakistan (tutti paesi amici degli americani). Però nel 1994 il ”Commody Trade Statistics” elaborato dall’Onu «attribuisce all’Italia, nel capitolo ”Arms and ammunition”, 62 tonnellate di armi varie vendute alla Slovenia per un totale di mille e 265 milioni di dollari». Di questo affare, nella relazione di allora del governo Dini, non c’è il minimo cenno.
• Se un certo paese è sotto embargo, si potranno vendere le armi a un paese terzo che le farà poi arrivare al vero destinatario. La legge italiana obbliga i funzionari del paese compratore a firmare una dichiarazione secondo la quale le armi comprate non saranno rivendute a paesi sotto embargo. Ma è facile corrompere un funzionario che sta all’estero. Ancora più facile sistemare anche su questa tangente una cresta.
• La metà di tutto il traffico internazionale d’armi è gestita dagli americani.
• Secondo i giudici di La Spezia, il traffico organizzato dalla Oto Melara «passava per il porto di La Spezia. Ufficialmente si trattava di container che contenevano prodotti lavorati in vetro. In realtà, nei cassoni c’erano armi ed esplosivi che arrivavano soprattutto, via la ex Jugoslavia, dalla Bulgaria. A La Spezia, però, nessuno ispezionava i container. La merce infatti non veniva sdoganata, ma inviata negli Stati Uniti. Di qui tornava in Germania, da dove veniva distribuita in Europa. Perché questo ozioso giro dell’oca? Perché la merce che arriva dagli Stati Uniti viene sottoposta a controlli meno scrupolosi di quello che proviene dai paesi dell’Est».
• Gli inquirenti hanno registrato almeno ottanta telefonate, fatte in un breve arco di tempo, tra il dirigente dell’Oto Melara Domenico Maria Ripa e il mafioso catanese Rosario Cattafi.
• «Quale testimone del processo Cusani, Pacini Battaglia si fece interrogare a Roma, a porte chiuse e in gran segreto per ragioni di sicurezza, grazie ad accordi particolari» ( dalla terza ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip di La Spezia).
• Le aziende italiane autorizzate a vendere armamenti all’estero sono 172. Fra le 15 che hanno più esportato nel ’95 sette sono Iri (cioè pubbliche) e tre Fiat. Iri: Fincantier, Finmeccanica, Agusta, Oto Melara, Italtel, Alenia, Omi. Fiat: Fiat Avio, Simmel, Componenti.