Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 22 settembre 1997
Storia della lira dopo l’emissione della banconota da mezzo milione e della moneta da mille lire
• Nelle ultime settimane, portafogli e borsellini si sono preparati ad accogliere nuovi ospiti: la banconota da 500 mila lire i primi, la moneta da mille lire i secondi. Nel 2002, peraltro, i pezzi cartacei e metallici denominati nelle tradizionali valute europee, dovranno scomparire per cedere il posto a quelli espressi in euro, dei quali è già stato scelto perfino il disegno. Sorge spontanea la domanda se destinare fogli filigranati ed eleganti dischetti a una vita così breve non rappresenti uno spreco.
• Una giustificazione del provvedimento si può però forse individuare ripercorrendo la più che millenaria storia della nostra moneta. La lira ha per lontano progenitore Carlo Magno, che sul finire dell’ottavo secolo introdusse un sistema fondato sul denaro d’argento, di peso pari a 1/240 di libbra. Poiché una libbra (da cui, appunto, la parola lira) corrispondeva a circa 400 grammi, un denaro conteneva (più o meno), 1.7 grammi d’argento. In quell’epoca, l’argento era molto più raro di oggi, e il suo potere d’acquisto assai maggiore: con quattro denari si comperava un montone.
• evidente che non si conia una moneta di quattro etti. E poiché la moneta cartacea non esisteva ancora, al lira è stata, per buona parte della sua storia, un’entità inesistente. La si menzionava, la si usavano nei contratti e nei calcoli, ma non le si dava corpo. «Una lira» significava semplicemente 240 denari (così «come un soldo» indicava 12 denari, e quindi un ventesimo di lira): soltanto i denari, ma non le lire né i soldi, si vedevano, si toccavano e si scambiavano.
• Per i corsi e i ricorsi della storia economica, e per la sempre mutevole configurazione politica della nostra penisola (ogni Stato tendeva ad avere il suo sistema monetario), le vicende della lira furono oltremodo complesse e romanzesche. L’inflazione era diffusa anche nei secoli passati, e veniva provocata dal fatto che, al fine di disporre di una maggiore quantità di moneta, se ne diminuiva il contenuto metallico. Talora se ne riduceva il peso; più spesso, e con meno trasparenza, se ne peggiorava la lega, mescolando all’argento crescenti proporzioni di metalli meno nobili (quali il rame). E poiché ciò avveniva in misura diversa nei diversi Stati e nelle diverse zecche, una lira significava sempre 240 denari, ma bisognava distinguere la lira milanese, la lira pavese e così via.
• A poco a poco il denaro si svilì a tal punto che cominciò a presentarsi la necessità di coniare pezzi di valore più elevato. Nacquero così i denari «grossi», nuovamente di buon argento, e, grazie alla prosperità economica del Duecento, anche monete d’oro (il genovino, il fiorino, il ducato o zecchino). La circolazione si svolgeva in sfere separate e diverse. Da un lato le monete d’oro o d’argento, che servivano alle transazioni di elevato valore e riempivano i borselli dei mercanti e dei nobili; d’altro lato la moneta «piccola», usata dal popolino per i suoi acquisti quotidiani.
• Si potrebbe pensare che la moneta grossa rappresentasse un multiplo della moneta piccola, e venisse perciò indicata con i termini di soldo e di lira. In realtà, mancava il requisito essenziale affinché ciò avvenisse: la stabilità di rapporto di valore tra l’una e l’altra. Nacque dunque una grande varietà di denominazioni, dalle più diffuse (grosso, ducato, scudo, quattrino) alle più fantasiose (arlabasso, barberina, cianfrone, daldre, sino a vislino e zannetta).
• Il trinomio lira-soldo-denaro usciva e rientrava capricciosamente in scena. In particolare, dopo secoli di abbandono, nel 1631 Vittorio Amedeo I reintrodusse nello Stato sabaudo questo sistema di calcolo, e quindi anche di coniazione. In Inghilterra la sopravvivenza fu più lineare e continua (sino al 1971): molti ricordano ancora di avere dovuto, prima dei loro viaggi giovanili oltre Manica, acquistare familiarità con la sterlina di 20 scellini e lo scellino di 12 pence. Era ancora esattamente la lira carolingia, immutata nel nome (pound significa libbra) e nella suddivisione.
• Se il creatore della lira medievale era stato Carlo Magno, la paternità della lira moderna – nata pressoché mille anni dopo – va attribuita a Napoleone. Dopo una gestazione decennale, vede la luce nel 1803 il nuovo franco francese, pari a 5 grammi d’argento e a 0.3226 grammi d’oro (ambedue al titolo di 900 millesimi). Innovazione ancora più importante: il franco non è diviso in venti e poi in dodici, ma in cento centesimi.
• Sulle ali delle vittorie napoleoniche, il nuovo sistema giunge presto in Italia: resta in qualche caso il nome di lira, ma i sottomultipli vengono espressi in centesimi. La restaurazione cerca qua e là di ritornare alle vecchie abitudini, ma la superiorità pratica del sistema decimale ha presto o tardi il sopravvento. Il Regno Sardo è fra i primi a riconoscerlo: Vittorio Emanuele I introduce nel 1816 la lira nuova di Piemonte, che dopo il 1860 si estende definitivamente a tutta l’Italia.
• Poiché parliamo ogni giorno dell’Unione monetaria europea, non si può a questo punto non ricordare che nihil sub sole novum. Nel 1865 fu infatti costituita l’Unione monetaria latina, che abbracciava Belgio, Francia, Italia e Svizzera (più tardi anche la Grecia e, per periodi più brevi, la Spagna e altri Stati ancora). Questi Paesi si impegnarono a coniare monete del tutto equivalenti. Il pezzo aureo da 20 unità poteva recare l’indicazione in lire, franchi, dracme o altro, ed effigiare i baffi e il pizzetto di Leopoldo II, di Napoleone III o di Vittorio Emanuele II, il viso imberbe di Giorgio I di Grecia o (in mancanza di re svizzeri) la fanciulla che personifica la libertà, ma pesava sempre 6, 4516 grammi d’oro al titolo di 900/1000. La stessa pluralità di denominazione e varietà (o assenza) di baffi e la stessa uniformità metallica valevano per i pezzi da cinque (25 grammi d’argento, lo «scudo» dei nostri nonni), da due e da una unità. Queste monete circolavano liberamente da un Paese all’altro: l’euro era già praticamente nato, e vivacchiò, sia pure tra molte turbolenze, sino a poco oltre la prima guerra mondiale.
• Torniamo alla lira italiana: una moneta che si vedeva e si toccava. Se ne coniavano anche i multipli (sino a cento lire) e i sottomultipli (sino al centesimo). Il cinque centesimi - un ventesimo di lira - conservava nella lingua parlata il nome carolingio di soldo, e si diceva spesso «venti soldi» anziché una lira. Dopo la prima guerra mondiale, è ben vero, la componente in argento dei pezzi da 1, 2 e 5 lire diminuisce fino a scomparire, e l’oro esce presto di scena, ma ancora poco prima del secondo conflitto circolano i pezzi da 5, 10 e 20 centesimi. Alcuni sono splendidi capolavori di numismatica, come il 20 centesimi (o quattro soldi, o nichelino) su cui era incisa - per ricordarlo ai non più giovani - una figura sdraiata e sospesa nel vuoto, come in un quadro di Chagall.
• Anche a pochi centesimi corrispondeva infatti un qualche potere d’acquisto. Nell’ultimo decennio dell’Ottocento, con 2 centesimi si spediva una cartolina illustrata, con 8 centesimi si comprava un uovo, con 10 un sigaro toscano o un biglietto del tram, con 12 un chilo di patate, con 28 un litro di latte e con 44 un chilo di pane. Ancora alla metà degli anni Trenta del nostro secolo, la cartolina si spediva con 20 centesimi, e si comprava un uovo con 39 centesimi, un biglietto del tram con 50, un chilo di patate con 60, un toscano con 80, un litro di latte con 99; per il pane occorrevano 1 lira e 76 centesimi.
• Dopo il secondo conflitto, i centesimi scompaiono e i dischetti da una lira divengono sempre più piccoli e leggeri, ma sono coniati sino alla fine degli Anni Cinquanta, quando il valore della nostra moneta era ormai sceso a meno della trecentesima parte di quello del 1861. Il pezzo da una lira entra così nel viale del tramonto, e scompare a poco a poco dalla circolazione e dalle nostre tasche. Licenziando nel 1957 il suo aureo volumetto su Le avventure della lira, Carlo Cipolla constatava che questa moneta, nata come un fantasma, in quel torno di tempo riprendeva a esserlo; per secoli era stata un multiplo ideale, ma fisicamente inesistente, delle monete realmente usate nelle transazioni; da una quarantina d’anni è un’unità parimenti ideale che acquista concretezza soltanto nei suoi (elevati) multipli. Oggi ne sbuca qualcuna di tanto in tanto, quando rovistiamo in un vecchio mobile, ma il cassiere immaginariamente rapinato da Guido Ceronetti, pur se sottoposto alle più efferate minacce, non ne troverebbe nemmeno una nel caveau della sua banca.
• In questa prospettiva, i nuovi tagli da mille e da 500 mila lire trovano una motivazione sufficiente a giustificarne la spesa. Nel momento in cui non soltanto la singola lira è ormai scomparsa, ma il suo stesso nome sta per essere spodestato dall’euro, le si è voluto offrire, con queste ultime emissioni, un affettuoso commiato, una serata d’addio in ricordo dei suoi 1200 anni di vita. Quando saranno fuori corso, per memoria sentimentale incorniceremo i biglietti e conserveremo le monete nelle tasche dei panciotti, o le incastoneremo nei medaglioni. Ci serviranno per rispondere ai nostri nipoti, abituati sin dall’infanzia a computare in euro, quando, ascoltando un vecchio disco, domanderanno che cosa significhi «Se Potessi avere, mille lire al mese».