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 1998  ottobre 12 Lunedì calendario

Una volta, almeno una volta, Simeone Nardacci, di 8 anni, è stato un bambino come noi ci immaginiamo i bambini

• Una volta, almeno una volta, Simeone Nardacci, di 8 anni, è stato un bambino come noi ci immaginiamo i bambini. La signora Maria, padrona del bar Centro di Ostia Antica, ricorda, improvvisamente ricorda: «Lo vidi in questa piazza. Era Carnevale. Lo teneva per mano il papà Franco. Dissi a Simeone: ”Ciao Zorro”. Aveva i baffi disegnati col pennarello, era contento che si capisse: lui era proprio Zorro! I vestiti erano rimediati in qualche modo. Faceva tenerezza. Disse: ”Papà, me lo compri un cornetto gelato?”. Franco Nardacci, ciondolando come al solito, rispose no, che non c’erano soldi. Mio figlio mi supplicò di nascosto: ”Dài, daglielo gratis”». Zorro – ricorda Maria – sorrise. Era l’inizio della primavera, poi sarebbe venuta l’estate più calda del secolo. Ma a Ostia e da molte parti sarà ricordata per il delitto di Simeone, l’uccisione di Zorro. E ora, dopo i presunti omicidi, è finito in galera anche il padre per una storia di violenza sessuale su minori: proprio su Simeone. Maria dice: «Franco un orco? Non ci credo, non ci crede nessuno qui». Ma questa è una storia dove uno non ci crede, non ci vuol credere.
• Zorro, alias Simeone, è stato ucciso nella notte tra il 19 e il 20 luglio in una pineta dentro una capanna. Stava a trecento metri da casa (casa?), a cento metri da un commissariato di polizia, a un milione di chilometri dalla vita ingenua che noi immaginiamo per i nostri figli (ma esiste?). In prigione per omicidio e violenze sessuali è finito dopo due giorni di indagini Vincenzo F., un vicino di casa (casa?), 59 anni, insieme con il figlio Claudio di 35. Ha assistito al delitto l’amichetto di Simeone, che si chiama Danilo, ha 11 anni. Prima si è addossato il delitto, poi ha accusato il padre. Ora se ne sta in un istituto. Dicono che non chiede mai della mamma e del papà. Di dodici fratelli, tre sono morti piccini. Quattro o cinque dei sopravvissuti se ne sono andati (...) dalla famiglia (famiglia?) accusando il padre di averli violentati. Maschi e femmine non importa, Vincenzo sapeva quel che faceva: ma non c’erano prove. La mamma Bruna negava. Archiviazione. Bruna adesso per paura di vendette se ne sta sotto protezione in un luogo sconosciuto. In quella casa non ci può più mettere piede. Quale casa? La stessa della famiglia Nardacci, una palazzina più in là. Ci si può andare? No che non si può.
• Questo è il resoconto di un’inchiesta impossibile, ma ci abbiamo provato lo stesso: il nido del delitto da cui si sono mossi gli assassini è impenetrabile, custodito da un esercito senza divisa ma molto efficiente. C’è uno Stato nello Stato a Ostia. Sull’Atlante non c’è. Hanno un parlamento, un capo di stato che è una donna e si chiama Elena. Il territorio è composto di un immenso cortile sterrato. Vi sorgono tre palazzi di sette piani più uno di quattro (quest’ultimo disabitato). Si dice: «Okkupati». 220 famiglie, numero di abitanti imprecisato. Chi dice mille e duecento, altri sostengono quasi duemila. Sono rappresentate 30 etnie, compresa quella italiana. Noi non abbiamo il passaporto per entrare lì, alla ”Federimmobiliare”. C’è un servizio di ronde, i giornalisti sono avvisati: non si entra, ci sono pietre per loro. La polizia e i carabinieri, quando arrivano in forze, sono rispettati. Ma com’è possibile che esista una faccenda così? Ci sono molti bambini lì dentro. Uno di loro è stato ucciso. Altri sono stati oggetto di cattive attenzioni. Il ghetto spaventoso ci guarda che guardiamo. Meglio sloggiare. Ci sono auto, antenne paraboliche per captare tivù via satellite. Dicono ci sia una biblioteca.
• Partiamo dai dati acquisiti. Il maggiore dei carabinieri Francesco Ferace stringe gli occhi verdi e dice: «Simeone per mille o duemila lire in passato aveva detto di sì a lasciarsi fare quello che volevano i F. Quella volta si è opposto. Lo hanno bastonato. Uno lo teneva fermo a terra, l’altro infieriva. Poi gli hanno messo addosso delle tavole di legno. rimasto soffocato dal rigurgito. Abbiamo arrestato anche il padre Franco. Non per il delitto. Ma perché, secondo le denunce della figliastra, R. di 19 anni, violentava lei e palpeggiava malamente lui». Infine Simeone si è opposto! Da dove gli veniva questa forza? Questo è il mistero più grande di tutti. Quello del male e del dolore innocente incombono su di noi urlando da Adamo ed Eva. E si rinnovano freschi come sangue fresco ogni volta. Ma il mistero impensabile e pieno di luce, che ci fa piangere e però sperare persino in quest’essere umano che siamo noi, è che c’è qualcosa di incomprimibile, un anelito di libertà. Impossibile che non ci sia da qualche parte l’adempimento di quella promessa di giustizia che si manifesta nella rivolta pura di Simeone. Non siamo nati per essere schiavi. Qualcosa che viene prima dell’educazione – Simeone non l’ha avuta ”, una scintilla che nasce con noi e siamo noi. Possiamo dargli retta o no. I popoli si ribellano ai tiranni, i bambini agli orchi. la forza di Zorro. Ma hanno ucciso Zorro.
• Il maggiore dice tutti gli aggettivi giusti: «Ignobile, tragica, vergognosa, terribile morte». Sbraita con eleganza e tocca le sciabole del suo ufficio gonfio di cimeli: «Me la ricordo R. quando venne a metà agosto a denunciare il padre. Poi c’è stato un riscontro. Una maestra ha individuato nel disegnino di un bimbo di quattro anni una cupezza che diceva l’angoscia. Era un piccino che abitava accanto a Franco Nardacci». Altre testimonianze. Poi hanno dovuto arrestare quell’uomo per salvarlo dal linciaggio. La Comune degli Okkupati aveva decretato la colpevolezza di Franco Nardacci. Nella notte qualcuno ha rovesciato benzina sulla sua porta di compensato. Hanno creduto alla figlia maggiore piuttosto che a lui.
• Nel cortile si aggirano animali, si sentono strani uccelli emettere canzoni di un altro mondo, o forse è il nostro pregiudizio. Ecco le ragazze con i fuseaux da borgatare. R. è robusta. Vive in un altro appartamento con una ragazza. Ci sono scritte sulle pareti contro i fascisti che violentano le donne. Sull’edificio vicino, fuori da quello stato, gli istinti che lì si esercitano nascostamente si esprimono espliciti. Ci sono le suore della Presentazione di Maria Santissima. La scritta spray dice: ”Oggi vojo scopà”. Coi bambini no, per favore.
• Stefano Vladovich è stato il primo cronista (collabora con ”il Giornale”) a correre qui la notte di domenica 19 luglio. Racconta che ci sono punti ancora molto oscuri nell’indagine. Non osa parlare di errore giudiziario, ma qualcosa non quadra. Mi accompagna nella pineta. Dalle case di Simeone bastava scavalcare una recinzione. Noi si arriva da Ostia Antica. una meraviglia, altro che pineta orrenda. A un tiro di schioppo ci sono i cercatori di monete romane. uno spettacolo: avanzano con la testa china e un bastone sulla terra arata. Uno pensa che cerchino funghi nel posto sbagliato. Macché cercano sesterzi, cornioli. Sono in centinaia. Poi ecco una casa colonica e cominciano le tenute del principe Aldobrandini. Un cartello recita: «Vietato raccogliere pigne». Soltanto quello è vietato. Qui si possono seppellire i morti senza che nessuno lo sappia. In fondo c’è l’accampamento di polacchi. Ringhiano se ci si avvicina. Qualcuno di loro lavora a giornata, altri sono alcolizzati cronici. Si vedono dei tumuli con una croce: sono i loro defunti: un altro staterello. Composizione: 80 polacchi, 20 romeni. Bisogna stare alla larga. Più in là. Grossi cani da caccia annusano, vetture entrano e escono dal bosco vellutato. Vladovich ci mette un po’. Alla fine ecco la capanna.
•  rimasta intatta, sotto un pinus domesticus. Ci sono dei fiori secchi per Simeone. rimasto un tavolaccio bianco con le scritte oscene. Due cofani d’auto. Un cuscino di gommapiuma sforacchiato. Sposto due foglie e trovo un piccone arrugginito. Possibile che sia sfuggito agli investigatori? Che ci fa lì? Vladovich ricostruisce quella notte: «Mi chiama poco dopo mezzanotte un amico dei vigili del fuoco. Non si trova un pupo, dice. Corro». Arrivano le volanti. La sorella di Simeone, che si chiama C. e ha 13 anni, è scatenata, corre subito alla capanna. Ha con sé il fidanzatino e la mamma di lui. Sa che Simeone andava lì. Ci sono cani, torce elettriche. «Simeone non è qui», riferisce la ragazzina. Il mattino alle 11 invece un cane rinverrà il corpo sotto i tavolacci. Vladovich: «Non è strano? Già alle 11 un ragazzino mi dice: ”Simeone e Danilo andavano alla capanna a fare zozzerie”. La sera portano via Danilo. Si accusa. Lo accusa subito anche il fratello grande». Claudio torna a casa dalla mamma Bruna con la faccia gonfia, dice di aver preso un sacco di botte. Con Vladovich si confida, sdraiato sulla branda nell’isolotto sul Tevere, l’Isola dei cavalli. «C’era una capanna lercia. Vincenzo pescava anguille puzzolenti di nafta, e c’era la barca attaccata. Claudio dice: ”Mi fa male la testa, mi fa male la testa”. La madre Bruna lo domina. Lei aveva fornito l’alibi. Poi crollerà. In quella capanna, poche ore prima c’era stato Simeone. Aveva mangiato lì. Poi se n’erano andati alla capanna. Bruna sapeva, ha coperto finché ha potuto il marito». Claudio ha poi confessato che andarono la sera della domenica camminando di buona lena alla capanna. Il padre voleva quel bambino. Stavolta lui dice no. Danilo sta fuori dalla capanna. Con una mano tappa la bocca a Simeone. «Stava a torso nudo, il bambino. La maglia a righe che aveva addosso secondo la madre, ricompare chissà come tra i panni ad asciugare. Da dove arriva?», dice il cronista che fiuta l’imbroglio. Di certo le due famiglie, la Nardacci e la F., hanno detto di conoscersi solo di vista. Ora l’arresto di Franco Nardacci ridà fiato al legale di Vincenzo F. che prospetta l’idea di un capro espiatorio, il povero pescatore.
• Faccio il percorso con Vladovich. Ecco l’isola. C’è un cane. Mi dicono al cantiere nautico che sta di fronte: « triste, aspetta il suo padrone». Era buono con i cani Vincenzo. Qualcuno porta da mangiare a questa lupa nera di nome Chica. Claudio confida il giorno prima dell’arresto: «Non vediamo nessuno, non ci viene a trovare nessuno perché siamo zozzi». E si girava con i piedi neri di sporcizia nel lettino.
• Al cimitero di Ostia Antica c’è la tomba di Simeone. La fotografia è avvolta nel cellophan. Ha quel sorriso da uno che gira in bicicletta e non ha paura di niente. Tutti lo descrivono così, dal prete don Primo al maggiore Ferace: «Autonomo». Faceva fatica a parlare. Ma andava in metrò a Roma, tornava alle dieci di sera. Non c’era e non c’è solo zozzeria nello Stato Okkupato. Don Primo, il prete che sta cercando di ristabilire un contatto con Elena per mettere su un doposcuola lì dentro tace per un patto che ha con il Soviet dei 20. una specie di democrazia. Ogni piano elegge un deputato. Sono venti piani. una specie di Onu, che però ha deciso l’isolamento, la non-contaminazione. Il Comune l’ha consolidato come Stato-Ghetto: ha messo a disposizione i cassonetti dell’immondizia. La corrente elettrica è fornita gratuitamente dall’azienda elettrica municipale. E così le cose marciscono. Come si fa a far morire di freddo dei bambini? Giusto. E però così si coltiva quest’ambientino. Don Primo tace, ma i ragazzi del suo giro, che vendono le borse fatte dagli handicappati della citata scuola del Perù, raccontano della bontà semplice che pure si scopre dovunque.
• C’è la storia di una piccina di cinque anni. La mamma è prostituta. Non è questione del mestiere, ma del fatto che non c’era mai. E questa piccola era di tutti. Una famglia di poverissimi con quattro figli voleva tenersela. Ora è stata affidata alla nonna, fuori dal ghetto. Ma come fanno dei bambini a vivere in quella situazione? A casa della famiglia F. c’è un buco al posto del wc.

• A Ostia Antica tutti conoscono Franco Nardacci. un posto bello e sereno. Lui qui raggranellava qualcosa lavorando come giardiniere. Prima di andarsene alla Federimmobiliare stava in una roulotte e poi aveva tirato su una capanna nel vecchio lavatoio. Appena chiedo di lui, ecco un assembramento. Lo difendono tutti: «Lo chiamavamo Franco er matto. Ma era solo poco intelligente. Non ha mai fatto male a una mosca. Era un lavoratore meraviglioso. La moglie l’ha messo in mezzo». Salta fuori una storia di tre o quattro milioni, una fortuna per Nardacci, che la moglie vorrebbe intascare, mentre lui voleva impegnare per la tomba. Solo uno dice: «Ancora credete che era buono? Dopo quello che ha fatto?», e fa un passo indietro, scontento. Gli altri insistono. Non credono a nessuna denunzia. Al telefono parla Graziella, la zia paterna di Simeone: «Lasciate stare in pace Simeone. Franco è innocente, ma ormai chi lo tira fuori di galera? Ha pulito la cella come uno specchio. un disgraziato».
• Qui dicono che aveva subodorato qualcosa. Maria, la barista, racconta: «Beveva lento il caffè, e poi ecco che dice: ”Maria dicono che ho toccato il pisellino di un bambino”». Quelli di Ostia Antica lo assolvono, pover’uomo, ciondolante e senza intelligenza, con le «mani scorticate dal lavoro». Quelli del Ghetto lo hanno consegnato ai carabinieri dando fuoco al suo uscio. Dicono a Ostia Antica: «Certo che là, con quel degrado...». Ma a cento metri da qui stava l’ingegnere che ha fotografato migliaia di bambini. E i carabinieri non hanno mai rivelato se tra quei ritratti c’è Simeone. E allora la gente dice: «Non è di qui, Giovanni G. Nessuno lo conosceva».
• La tomba di Simeone è verdissima, sull’innaffiatoio c’è scritto Simeone Nardacci: e nessuno lo tocca. Ci sono distese sull’erbetta le statuine di Pippo e della Strega da cartone animato. Ci sono occhialini da piccolo subacqueo. Il contrario della capanna degli orchi assassini. Un biglietto dice: «Ti vogliamo bene». Sì, anche noi adesso, troppo tardi. E però forse bisogna ricordarlo come Zorro. L’ultimo istante della sua vita è stato dire di no al male, agli uomini cattivi. A un bambino possono insegnare di tutto, impedire di vedere i confini del bene e del male. Tutto sembra appiattito, inerte, ogni gioco uguale all’altro. Poi quella luce nel buio. No, e ancora no. Lo schiacciano, usano la cinghia, il bastone. Lo stritolano con le assi. Eppure no. A 8 anni! Era la forza di Zorro.