Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 7 luglio 1997
In Italia due sole società fanno affari con i telefoni
• In Italia due sole società fanno affari con i telefoni. Una è l’Omnitel di Carlo De Benedetti, che si occupa solo di telefonini cellulari Gsm (e guadagna). L’altra è la Stet, che si occupa di telefonini cellulari Gsm e anche di tutto il resto. Possiamo tranquillamente affermare che la Stet opera ancora in regime di monopolio, cioè senza concorrenti. Si tratta inoltre di una società per ora interamente posseduta dallo Stato. E però: 1) la Stet dovrà essere privatizzata entro la fine dell’anno; 2) il regime di monopolio è destinato a finire nel 1998. Dunque: altri privati, oltre Carlo De Benedetti, potranno fare affari con i telefoni in Italia. Questi stessi privati potranno, se lo vorranno, comprare quote della Stet. Questo essendo il quadro, come deve essere interpretata la notizia di importanti accordi, stipulati questa settimana, tra la Stet e l’americana At & T?
• Bertinotti, contrario alla privatizzazione, giudica questi accordi «un principio di colonizzazione». Secondo lui, per evitare la privatizzazione, bisognerebbe che vi fosse la ”reciprocità”. E cioè: se At & T compra una quota della Stet, anche la Stet deve comprare una quota della At&T. Si tratta, è bene dirlo subito, di una posizione assurda perché At&T è la più grande compagnia telefonica del pianeta, cresciuta in un regime di fortissima concorrenza e già presente in tutto il mondo. Mentre Stet è un’azienda fino ad oggi protetta dal monopolio, che ha potuto praticare le tariffe che ha voluto e godere di tutti gli intrecci tradizionali che si instaurano tra gli apparati dello Stato e le forze politiche. Per dirne una: sul mercato internazionale la Stet è stata costretta a tener basse le tariffe per fronteggiare la concorrenza. Mentre su quello interno ha fatto quello che ha voluto, proprio perché in regime di monopolio.
• « prematuro rispondere su una nostra partecipazione azionaria nel capitale della Stet perché il Governo italiano non ha ancora formulato una precisa offerta di vendita, ma nei prossimi mesi, quando perfezioneremo l’accordo, terremo conto di tutte le possibilità che ci offre l’alleanza che abbiamo costruito» (John Walter, amministratore delegato At&T). «Su eventuali partecipazioni azionarie in Stet, noi di Unisource la pensiamo esattamente come la At&T» (Lars Berg, presidente Unisource, partner europeo di At&T). Il Tesoro non ha ancora deciso come formare il nucleo stabile di Stet.
• Essendo improponibile che Stet entri nel nocciolo duro di At&T, Nerio Nesi avanza un’alternativa europea: «France Telecom o anche Deutsche Telekom sono più alla portata di un accordo che preveda scambi azionari». Quest’anno la Stet ha firmato un’intesa in Austria (rilevato il 25% dei cellulari di Mobilkom) e in Serbia (quasi 900 miliardi investiti per il 29% del gestore della telefonia fissa).
• Fatturato: At&T 88.700 miliardi di lire, Stet-Telecom 40.522; Utile netto: At&T 10.050 miliardi di lire, Stet-Telecom 3.160 miliardi. Clienti: At&T 90 milioni, Stet-Telecom 25 milioni. Dipendenti: At&T 130 mila, Stet-Telcom 126.381. At&T è presente in 270 Paesi, Stet-Telecom in oltre 100.
• «Nel 1984 un sondaggio condotto dalla Gallup dimostrò che la maggioranza degli americani riconosceva con maggiore facilità il marchio At&T (una campana gialla) che la bandiera americana».
• «At&T ha la maggioranza assoluta del ricco mercato americano delle comunicazioni a lunga distanza con ottime posizioni nel mercato dei cavi sottomarini, nei satelliti e ha interessi praticamente in tutto il mondo, ma i problemi, recentemente, hanno raggiunto il livello di guardia. Il più grosso è il calo del fatturato nel core business, le comunicazioni a lunga distanza: uno studio della Fcc (l’autorità Usa per le Tlc) dimostra il lento ma inesorabile calo della quota di mercato in questo settore: dal 90% del 1994 è passata al 58% nel 1995 e al 54% nel 1996. In altre parole il presidente Robert E. Allen si è fatto soffiare quote di mercato non solo dai tradizionali rivali come la Mci e Sprint ma anche dai nuovi entranti e ciò ha provocato da una parte la comprensibile agitazione degli azionisti e, dall’altra, il calo verticale delle quotazioni At&T a Wall Street, che ha accolto con un’ondata di vendite l’annuncio del calo del 24% dell’utile netto nel primo trimestre: 1,12 miliardi di dollari dai precedenti 1,47 (...) Ma le difficoltà dell’At&T sono anche strategiche, Allen ha sempre sostenuto che il gruppo avrebbe assolutamente dovuto continuare a produrre anche apparati telefonici per non finire in mano ad altri produttori, poi ha scorporato la Lucent Technologie, cioè la fabbrica manifatturiera. Poi ha comprato la fabbrica di computer Ncr tentando in tutti i modi di risanarla ma perdendoci, alla fine, circa 12 miliardi di dollari. Poi si è lanciato alla conquista del mercato locale Usa proprio mentre le casse della società erano a secco. A tutto questo si devono aggiungere le recenti dimissioni di tre top manager europei, tutti italiani, Mario Bozano, Sergio Giacoletto e, l’anno scorso, Gian Carlo Falotti».
• «Le carte che hanno reso ”appetibile” la Stet agli occhi di un partner sussiegoso come At&T stanno soprattutto in Sud America: Argentina, Cile, Bolivia ed anche Brasile sono posti dove gli italiani stanno come a casa loro. At&T, invece, ferma sostanzialmente la sua influenza al Messico ed un po’ di Brasile grazie ad un’alleanza con Stet. Una pecca non da poco essendo il Mercosur come l’orto di casa per le imprese statunitensi».
• «L’accordo è certamente importante soprattutto per Stet, perché la toglie dall’isolamento nel quale si era venuta a trovare, mentre At&T aggiunge un mattone alla sua presenza internazionale. Però non prevedo sviluppi sconvolgenti a breve termine, e nemmeno una maggior concorrenza tra i tre grandi schieramenti internazionali. Vede, tra i gruppi telefonici si forgiano tre tipi di alleanze: quella più stretta prevede la fusione, ed è il caso di British Telecom e Mci. Poi c’è la partecipazione incrociata, che troverà applicazione tra France Telecom e Deutsche Telekom. Il livello più debole è dato dalle alleanze operative, appunto il caso di Stet e At&T. Nascono, è vero, però possono anche finire se non si provvede a rinsaldarle, come è stato per Telefoníca uscita da Unisource o Cable and Wireless che ha abbandonato i partner tedeschi» (Didier Pouillot, dell’istituto d’analisi francese Idate).
• «Nello scenario altamente informatizzato della società moderna, un efficiente sistema di telecomunicazioni non solo è essenziale per lo sviluppo dell’economia e per la modernizzazione industriale, ma è anche un chiaro indice di sviluppo che rivela lo stadio del processo di integrazione di un Paese nel sistema economico mondiale. Nella maggior parte dei cosiddetti Paesi emergenti si registra una forte richiesta di linee telefoniche: basti pensare che le linee attualmente disponibili ogni 100 abitanti sono in media 12. indubbio che questa situazione pone delle serie limitazioni allo sviluppo economico, tanto che le autorità governative della maggior parte dei paesi in via di sviluppo hanno previsto tra i programmi di massima priorità la riforma del settore delle telecomunicazioni. Tale ristrutturazione del settore, volta essenzialmente alla privatizzazione dei grandi monopoli pubblici, dovrebbe consentire di attirare quegli investimenti stranieri necessari a sviluppare un sistema di comunicazioni in grado di coprire l’urgente fabbisogno nazionale. L’esempio più eclatante di tale situazione si registra nei Paesi dell’ex blocco comunista che hanno cercato di accelerare il processo di globalizzazione e di integrazione nel sistema internazionale delle telecomunicazioni: il primo passo ha riguardato la messa a punto di un adeguato sistema di normative, seguito da una politica di demonopolizzazione e dallo sviluppo di un mercato concorrenziale [...] Il volume di investimenti necessario per questa ”rivoluzione informativa” è ingente: si prevede che nei prossimi dieci anni si renderà necessario l’impiego di circa 135 miliardi di dollari per modernizzare le reti fisse ed adeguarle agli standard internazionali: questa stima è basata sul calcolo che il costo per l’installazione di una nuova linea è pari a circa 1.500 dollari e il periodo di ritorno dell’investimento è di circa 15 anni. La crescente richiesta di servizi di telecomunicazione da parte dei Paesi emergenti rappresenta pertanto un’ottima opportunità per i produttori del settore: la domanda si è fatta così consistente che nell’immediato futuro si prevedono investimenti di ingente valore e pertanto anche la concorrenza per il reperimento dei finanziamenti necessari sul mercato sarà molto agguerrita. Gli esportatori devono infatti essere in grado di offrire condizioni contrattuali che includano soluzioni finanziarie adeguate, se vogliono mantenere la propria competitività. Tuttavia, in molti casi le attrezzature vengono fornite da società esse stesse in fase di espansione, che hanno quindi un grande fabbisogno di capitale e pertanto non sono in grado d’offrire direttamente condizioni di pagamento dilazionato».
• Linee telefoniche per 100 abitanti (1994-1995): Azerbaijan 9,5, Polonia 10,3, Georgia 10,8, Romania 10,9, Ungheria 12,3, Repubblica Slovacca 15,4, Russia 16,1, Ucraina 16,4, Bielorussia 17,5, Repubblica Ceca 17,6.
• L’espressione ”business dei telefoni” è ancora vaga. Ci sono molti modi di fare affari con i telefoni: per esempio, c’è la telefonia fissa (l’apparecchio che abbiamo in casa) e c’è la telefonia mobile (i telefonini). La telefonia mobile si può a sua volta distinguere: telefonini che possono chiamare solo sul territorio nazionale e telefonini capaci di comunicare con tutto il mondo (Gsm). Oggi i gestori del Gsm sono due, Omnitel e Stet. Entro la fine dell’anno saranno tre, perché verrà assegnata una terza concessione per la quale sono in gara due cordate: il consorzio Picienne (Mediaset, British Telecom, Bnl, Telenor con l’eventuale partecipazione finanziaria del gruppo Eni) e il tandem Enel-Deutsche Telekom. Una volta conclusa la gara anche Omnitel e Tim accederanno automaticamente alla licenza per il cellulare capace di chiamare solo in città e che avrà quindi tariffe molto agevolate. Questa licenza ha l’ostico nome di ”DCS-1800”. Ci sarà poi anche il Dect, un telefono fisso che potrà diventare mobile, cioè una via di mezzo tra il telefono ”normale” e il cellulare.
• Possibile che la Fiat non partecipi in qualche modo alla gara per queste concessioni? Non è possibile, infatti. La Fiat entrerà in gara attraverso l’Ifil di Umberto Agnelli: affiancando la Tim (magari partecipando alla privatizzazione della Stet) o la Omnitel, Ifil avrebbe non solo la certezza di essere nel Dcs-1800 senza bisogno di prendere parte alla gara, ma avrebbe anche un piede nel Gsm. Più improbabile che la Ifil affianchi Deutsche Telekom o Mediaset.
• L’Ifil ha una potenza finanziaria di tremila miliardi. Tenendo a mente il business dei telefonini, la chiusura a distanza di pochi giorni di due operazioni quali l’accordo Auchan-Rinascente e la cessione di Unicem potrebbe non essere casuale. Nei prossimi due anni arriveranno nelle casse Ifil 1.400 miliardi: 700 dalla cessione di Unicem, 500 dalla cessione di Galbani e Danone e 200 di posizione finanziaria positiva a fine ’96. Ifil ha iniziato il ’97 con in cassa circa 70 miliardi, cui si potrebbero aggiungere i 150 miliardi derivanti dall’eventuale quotazione della Juventus. A tutto ciò vanno aggiunti i 1.500 miliardi di liquidità di Worms-Saint Louis più i circa 700 miliardi di Exor. Umberto Agnelli, dichiarando che i prossimi obiettivi saranno investimenti nel settore ad alta tecnologia e delle telecomunicazioni, non ha escluso un interessamento alla privatizzazione della Stet. Negli ambienti finanziari si sostiene che Agnelli potrebbe tentare un ingresso in Omnitel attraverso un’opa su Olivetti. Dal punto di vista tecnico il gruppo di Ivrea è una società scalabile, dato che l’azionista di riferimento Carlo De Benedetti attraverso la Cir possiede solo il 5%. Ai prezzi di Borsa il 30% di Olivetti vale in definitiva una somma abbordabile per gli Agnelli: circa 550 miliardi.