Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 30 giugno 1997
Alla mezzanotte di oggi, dopo 155 anni di dominio inglese, Hong Kong torna alla Cina e prende il nome di Xianggang
• Alla mezzanotte di oggi, dopo 155 anni di dominio inglese, Hong Kong torna alla Cina e prende il nome di Xianggang. Per i festeggiamenti a Pechino sventoleranno 100 mila bandiere e si accenderanno 800 mila lampadine. Sulle strade 600 mila vasi di fiori. I musicisti che terranno il concerto all’aperto prenderanno strumenti a noleggio perché, data l’umidità, non hanno alcuna intenzione di sciupare i propri. Dall’Australia sono stati importate venti tonnellate di fuochi d’artificio. Luciano Pavarotti e David Copperfield, in un primo tempo invitati, avendo chiesto troppi soldi se ne staranno a casa loro.
• Hong Kong: grande più o meno come Napoli, 6 milioni di abitanti, la popolazione (al 98% cinese) ha un reddito procapite annuo di 43 milioni di lire (in Italia sono 35). La disoccupazione è al 2,6%, l’inflazione al 6,6%. Il parlamento conta 20 deputati. Una cena in un buon ristorante costa 150 mila lire, le telefonate urbane sono gratuite. Gli abitanti di Hong Kong sono primi nella classifica mondiale dei lettori di quotidiani (822 copie per mille abitanti), primi per numero di Rolls Royce procapite, secondi nella classifica dei frequentatori di cinema, secondi in quella degli acquirenti di gioielli Cartier (14% della produzione mondiale contro il nostro 6%). La loro Borsa, che dal ’92 ha triplicato il valore, è all’ottavo posto nel mondo con una capitalizzazione pari al 2% di quella di tutte le borse del globo; punte fino a 5.000 miliardi di lire di scambi giornalieri (poco meno di dieci volte quella di Milano) in Asia è inferiore solo a quella di Tokio.
• La storia: Nel 1839 l’imperatore cinese, ”il Figlio del cielo”, decise di impedire l’importazione dell’oppio. Gli inglesi, che facevano i soldi con il commercio del papavero indiano, non tollerarono questa violazione al ”libero commercio” e scatenarono, vincendola, la prima Guerra dell’Oppio. Hong Kong fu subito dichiarato porto franco e la Cina ratificò il Trattato di Nanchino. Nel 1856-58 seconda guerra dell’Oppio e seconda sconfitta cinese con la perdita della penisola di Kowloon. Nel 1898 la cessione di altri territori, formalmente in affitto per 99 anni. L’affitto scade adesso.
• Gianni Riotta: «Tanti parlano di ”fine dei diritti civili” di Hong Kong, dimenticando che quest’isola ha votato una sola volta». Un funzionario cinese: «La Gran Bretagna, la più antica democrazia, ha governato qui con mezzi dittatoriali per oltre un secolo e mezzo. Ma vorrebbe che la Cina, una dittatura, si tenesse una Hong Kong improvvisamente democratica. Sembra uno scherzo». «Quando Londra era potente, ripetono i cinesi, gli abitanti di Hong Kong asiatici non potevano neppure risiedere al Victoria Peak, il quartiere bene della capitale. E ora parlano tanto di democrazia». Milton Friedman, padre del monetarismo, «indicava come esempio proprio Hong Kong, da lui ritenuta, e ammirata, come il supremo modello di capitalismo: una serie di diritti civili (libertà di stampa, di opinione, di espressione) ma ”nessuna libertà politica e il mercato più libero del mondo”». Nel 1879 Isabella Bird scriveva: «Ogni due minuti, in qualunque strada di Hong Kong, vedete un inglese che picchia il suo servitore cinese, con il bastone o con l’ombrello». Nel 1880 il maggiore inglese Edward Donovan, capo della guarnigione inglese, ammoniva: «I cinesi danno ampia dimostrazione visiva, auricolare e olfattiva di quanto non siano adatti a convivere nei quartieri degli europei». Nel 1897 Jane Morris scriveva che «un giudice si compiace nel tormentare gli imputati cinesi ”Zitto chiudi il becco”, ”vuoi ficcarti nella tua zuccaccia quel che ti ho detto” prima di condannare una puttana o uno straccivendolo». Per questo anche il più anticomunista dei cinesi ha un moto di orgoglio nazionalista nel vedere tornare la Cina.
• «Hong Kong è la capitale della superstizione, le case si costruiscono sghembe per prevenire il malocchio, si brucia l’incenso a Buddha per avere il vaticinio sul futuro, dalle ossa di agnello alle foglie di tè tutto serve per guardarsi dalla sfortuna».
• «Ancor prima di avere riammesso Hong Kong i cinesi vi hanno combinato un guaio. Con i migliori propositi. Allo scopo di sostenere il boom della Borsa e produrre euforia, hanno impresso una ”spintarella” alle azioni, incitando le loro imprese, nel territorio e dalla madrepatria, ad acquistare titoli. La manovra ha avuto così successo che queste imprese non si sono più fermate, tali sono i guadagni che lievitano di giorno in giorno, e sono state seguite dai risparmiatori locali in massa. [...] ” un esempio di come la buona volontà cinese può rovinarci - commenta il politologo Edward Chen - Hong Kong non ha bisogno di intromissioni ben intenzionate. Ha solo bisogno di proseguire la sua strada, secondo le regole del libero capitalismo. Sarà ancora peggio quando le interferenze mireranno ad aiutare questo o quel gruppo amico. I primi episodi sono già avvenuti”. [...] I balzi più forti sono stati fatti non dalle migliori blue chips del territorio, ma da azioni delle sussidiarie di enti cinesi, solo in base al loro supposto vantaggio politico, e all’attesa dei trucchi con i quali s’arricchiscono. Queste società infatti ricevono dalle case madri impianti, immobili, cespiti di royalties con un forte sconto, che depaupera lo Stato ma impingua manager e azionisti. Ciò spiega perché fra i più accaniti compratori dei titoli ci siano le medesime società quotate: guadagnano di più speculando su se stesse che investendo i capitali nella produzione. Appena affacciatasi in Borsa, la Beijing Enterprises, sponsorizzata dal governo municipale di Pechino, ha raggiunto una quotazione pari a sessanta volte i profitti previsti nel ’97, un livello da star mondiale dell’alta tecnologia. E che cosa possiede la Beijing? Una fabbrica di birra e i diritti di vendita dei biglietti su una sezione della grande muraglia» (Renato Ferraro). Le autorità cinesi avrebbero messo da parte quaranta miliardi di dollari per puntellare in caso di bisogno l’economia honconghese, perché qualunque crisi dopo la riunificazione costituirebbe una grave perdita di credibilità.
• «La partnership sino-americana costruita durante la guerra fredda non esiste più. Oggi la Cina punta a sostituire gli Stati Uniti nel ruolo di potenza egemone in Asia. E questo nuovo conflitto è destinato a dominare i primi decenni del nuovo millennio [...] Il rapporto tra la Cina e gli Stati Uniti si è profondamente trasformato dopo la Guerra fredda, da un rapporto di cooperazione a un rapporto conflittuale. Che potrà essere gestito più o meno bene. E che a nostro avviso potrebbe anche sfociare in un conflitto armato» (Richard Bernstein).
• «Guardiamo alle azioni della Cina: vendita di materiale bellico a Iran, Iraq, Sudan, Libia; continue violazioni dei diritti umani; repressione in Tibet; espansione militare verso Sud; riarmo; manovre militari. Tutto questo condito con una propaganda anti americana sempre più pronunciata. Non mi sembra di esagerare: questi sono tutti cambiamenti reali. Figurarsi se voglio creare un nuovo nemico degli Stati Uniti. Semmai è vero il contrario: è la Cina che ha deciso di fare degli Stati Uniti il suo nuovo nemico» (Richard Bernstein).
• Jiang Zemin non si stanca di ripetere che la riacquisizione di Hong Kong è per la Cina il «primo passo» verso la totale riunificazione del paese. Il secondo passo sarà nel ’99, quando Macao cesserà di essere una colonia portoghese, «e poi verrà Taiwan». «La Defense intelligence agency assicura che la Cina sarà in grado di competere militarmente con gli Stati Uniti in Asia entro il 2010. Certo, non avrà mai un apparato militare capace di minacciare direttamente gli Stati Uniti. Almeno non nei prossimi decenni. Ma il rapido riarmo della Cina è un dato di fatto incontestabile. E ha due obiettivi principali: primo, acquisire una forza che le permetta di riprendersi Taiwan, con un’azione militare o un’azione intimidatoria. Secondo, acquisire una forza sufficiente per far pagare un prezzo salato agli Stati Uniti in una crisi regionale. Un prezzo materiale nel caso di un conflitto armato, ma anche un prezzo in termini di prestigio nel caso di uno show down dal quale gli Stati Uniti si ritirassero [...] Taiwan rimane il punto più esplosivo. Dopo il passaggio di Hong Kong alla Cina il mese prossimo e il passaggio di Macao nel 1999, Taiwan sarà l’unico lembo di terra cinese sul quale l’oligarchia di Pechino non sarà sovrana. Il ritorno dell’isola alla Cina sarà visto come l’ultimo compito risolto della Rivoluzione comunista. E pensi alla gloria che la riconquista di Taiwan porterebbe a tipi come Jiang Zemin e Li Peng, le cui imprese finora sono state così modeste» (Richard Bernstein).
• «Ci sono soldi per tutti: per gli albergatori e i negozianti; per le call girl che hanno chiamato rinforzi dalle Filippine; per gli astrologi assediati da folle in ansia; per gli psichiatri alle prese con un boom di depressioni e deliri; per i monaci buddhisti che benediranno il nuovo governatore. Anche per i malinconici inglesi che fanno le valigie, e prima di andarsene vendono come souvenir i simboli dell’impero: insegne, mostrine, bottoni e fibbie di divise, posaceneri e vasellame con la corona britannica».
• «Ci sono almeno 50 triadi mafiose che operano ad Hong Kong e nel 1993 il ministro della Sicurezza pubblica Tao Siju si è persino lasciato andare a un pubblico elogio nei loro confronti: ”i membri delle triadi non sono sempre dei gangster. Dal momento che sono dei patrioti e hanno a cuore la prosperità di Hog Kong, dobbiamo rispettarli”».
• Hong Kong è da tempo piena di europei, soprattutto inglesi, impiegati in lavori che i cinesi non vogliono più fare, soprattutto camerieri. Li chiamano ”Filthk”, ”falliti”, con derisione dei figli dei dominatori dei loro padri. Adesso i filthk dovranno fare la fila per regolarizzare la loro posizione.
• In realtà «Hong Kong non è mai stata quel regno della concorrenza perfetta che il mondo immagina. stata una enclave dove il lavoro intensivo a basso costo e con tasse minime (l’aliquota unica è il 15%) ha fatto volare le aziende manifatturiere, ma dove il governo coloniale ha direttamente gestito professioni e servizi, impedito la concorrenza tra le banche, favorito il monopolio dell’energia elettrica, del gas, dell’acqua, delle telecomunicazioni, e avviato l’unico sistema di welfare che si conosca in un paese del Sud-est asiatico. Senza questi protettorati, la moderna Hong Kong non sarebbe forse mai nemmeno spuntata dall’immane baraccopoli che era negli anni cinquanta» (Pialuisa Bianco).
• Hong Kong è l’unico posto al mondo dove, usando le parole di Milton Friedman, si può «osservare il capitalismo allo stato puro».