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 1997  giugno 09 Lunedì calendario

Li osservavo mentre dopo pranzo chiacchieravano in un salotto dell’Ambasciata d’Italia in Grosvenor Square, Winston Churchill seduto su un divanetto Chippendale, Mario Scelba su una poltrona accanto messa di sbieco per lasciar posto all’interprete

• Li osservavo mentre dopo pranzo chiacchieravano in un salotto dell’Ambasciata d’Italia in Grosvenor Square, Winston Churchill seduto su un divanetto Chippendale, Mario Scelba su una poltrona accanto messa di sbieco per lasciar posto all’interprete. Era un inverno molto freddo. Churchill, che parlava quasi ininterrottamente, aveva esordito dicendo: «Da quando i Romani hanno lasciato questo Paese, gli Inglesi hanno dimenticato come si fa a riscaldarsi». E si era lanciato in una rievocazione storica della ”visita”, disse così, dell’imperatore Adriano, spiegandoci come avevano costruito il vallo fra Newcastle e Dyke- sfield, e il muro quasi parallelo, come avevano spostato i blocchi di pietra e con quali criteri avevano distanziato le sue 320 torri. Mario Scelba ascoltava annuendo come uno che conferma quanto il suo interlocutore va dicendo, ma ero convinto che egli di quel vallum ne sapesse quanto me, quanto gli altri ospiti presenti, men che nulla. I due personaggi avevano simpatizzato fin dal primo incontro. Imprevisti della natura umana, perché un accostamento fra due individui più diversi era difficile immaginare. Uno, discendente dal primo Duca di Malborough, scrittore raffinato, famoso per il suo sense of humour, bizzarro e tirannico, viveur di classe, egocentrico e generoso; l’altro, nato 14 paralleli più a Sud dove non hanno bisogno del camino, in una città di provincia fra le miniere di zolfo e i monti della Sicilia Orientale, concittadino del suo maestro Don Sturzo, avvocato, figlio, nipote, pronipote di sottili giuristi e di sante donne che vivevano fra casa e chiesa e che una volta nella vita andavano a Palermo o a Siracusa, uomo politico astuto, antifascista senza compromessi dal ’22, credente di sicura fede, anticomunista viscerale, di cultura non certo sofisticata, coraggioso e tenace. [...]
• Al termine della serata, Churchill salutò Scelba dicendogli: «Mi dica poi le sue impressioni su Coventry». Quando, prima del viaggio, l’ambasciatore inglese a Roma aveva chiesto a Scelba se avesse qualche desiderio particolare, di visitare i centri industriali, Manchester, o Glasgow, o Sheffield, Scelba disse che avrebbe voluto vedere Coventry. La ricostruzione in Italia procedeva bene, ma restavano ancora problemi immani da affrontare, mentre anche i giornali italiani parlavano di una rinascita prodigiosa di Coventry: la città ”coventrizzata” nel novembre del 1940, era stata non già ricostruita sulle rovine, bensì creata ex novo come un’altra città destinata a sosti- tuire quella distrutta, e questa nuova Coventry era già famosa per la rapidità con cui era sorta su progetti funzionali allora all’avanguardia. Il nostro Presidente del Consiglio sperava di acquisire le nozioni precise e concrete fondamento dell’operazione per adottarle in Italia, cominciando, per esempio, da Cassino. Il proposito era sagace, ma inficiato da un errore madornale che i nostri uomini politici commettono ancor oggi quando, nei loro interventi per perorare l’approvazione di una legge, avvalorano la concione spiegando che un simile provvedimento è già stato preso e applicato con successo in Inghilterra.
• L’affermazione assurda presupporrebbe che l’Italia fosse popolata di individui che si distinguono dagli Inglesi solo nel colore dei capelli e nella tinta della carnagione, come se fosse possibile persuadere gli Italiani a mettersi in fila alla fermata dell’autobus, o a nutrirsi appena svegli con un pastone di cereali, verdure e latte chiamato porridge, certamente sano e ricco di calorie, ma che ci fa star male solo a vederlo.
• Partimmo di buon’ora con due Rolls Royce [...] Il viaggio verso il Nord durò più di due ore attraverso campagne innevate, e a Coventry ci invitarono a percorrere a piedi le strade della città nuova, linde, silenziose, fiancheggiate da casette a un piano dipinte a colori vivaci, tutte simili e tutte differenti, con i muri rossi, le porte verdi, le cornici delle finestre gialle, o gialle con le porte rosse, o verdi, o blu, deliziose come le case di Topolino, e capaci di creare un’atmosfera gioiosa sotto un cielo grigio che risvegliava pensieri funesti; sul retro avevano un minuscolo giardino con la biancheria stesa speranzosa nel sole. Entrammo in alcune di quelle abitazioni, scelte a caso da noi, per brevi visite non programmate, e si notava nelle suppellettili assai semplici, nei soprammobili, nelle tendine, un quieto benessere di chi sa di avere quello che gli spetta. Una signora sorpresa a lavare il terrazzino dell’ingresso insisteva per offrirci un bicchiere di ale, o di birra scura, quasi nera, figuriamoci, alle dieci del mattino, e un’altra costrinse l’onorevole Scelba ad accettare un vasetto con un gladiolo celeste. Infine entrammo nel salone centrale di un edificio rotondo con grandi finestre, e un signore di media età diede il benvenuto agli ospiti. Il sindaco? No, il presidente. Presidente di che cosa? Della nuova Coventry. Che cosa vuol dire? Si vedrà. Questo signore, che poteva essere un capo operaio o un direttore di banca, ci condusse davanti a una grande topografia che occupava l’intera parete di fondo, e iniziò la descrizione minuta delle opere compiute e di quelle in corso, con date e cifre di metri quadrati e metri cubi, di chilometri di strade e di tubi, di quintali di legname e di libbre di sementi per l’erba.
• Interessante, ma noioso, e l’onorevole Scelba mormorò sottovoce: «Queste cose le possiamo leggere nell’opuscolo». Aveva fretta di passare alle domande che gli premevano. «Questo è un ente governativo?» Il brav’uomo ebbe un sussulto come se la domanda fosse provocatoria, offensiva: «Oh, no! un ente privato». «Composto da chi?». «Da un gruppo di cittadini. Ci siamo messi insieme e abbiamo deciso di sospendere le nostre normali attività per dedicarci a questa impresa. Siamo tutti volontari, impiegati, piccoli imprenditori, uno è geometra, un altro meccanico, io sono insegnante di elettrotecnica in un istituto industriale». «Ma qualcuno avrà pur riconosciuto ufficialmente la vostra società». Altro sussulto: «Non è una società, è una development corporation», una specie di ente morale per lo sviluppo, intervenne l’interprete.
• Insisté Scelba: «Non credo che voi un giorno abbiate detto: costruiamo una nuova Coventry, e siete partiti facendo quel che più vi piace». «Certo che no. Abbiamo esposto la nostra idea, un paio di paginette, in base alla legge del 1946 per le nuove città, il New Towns Act, ne avrà sentito parlare. Il Governo di Londra e quello della contea di Warvick, la nostra, hanno detto all right. stata una faccenda un po’ lunga. Sa, la burocrazia, e abbiamo dovuto attendere un paio di mesi, perché volevano un piano finanziario, un piano regolatore, tutte cose alle quali non avevamo ancora pensato, così ho telefonato al Minister of Hotsing e ho detto: volete, o no, che questa città venga su? Sì? E allora sbrigatevi. Il ministro si è consultato con il collega della Pianificazione Economica e ha detto: va bene, andate avanti, ma fatemi avere via via la documentazione di quel che fate».
• Il Presidente del Consiglio appariva sempre più meravigliato: «Ha detto due mesi? E l’approvazione l’avete avuta per telefono?». «Sì, ma poi è arrivata la conferma scritta in quella lettera di tre righe che vede là in cornice. La cosa divertente è che è indirizzata a me personalmente, come se fossi io il padrone dell’impresa». «Vedo, vedo. E i soldi? Chi vi ha fornito i capitali? Lo stesso ministero?». «Ecco, sempre in base a quella legge per le nuove città sono disponibili dei fondi che devono essere rimborsati entro 60 anni con i proventi delle proprietà, ma anche questa è un’operazione che richiede mesi, e noi avevamo fretta, sia per dare una casa alla gente, sia per tornare al nostro lavoro, e così abbiamo deciso di rivolgerci direttamente alle banche»
• «Le banche? Vi hanno anticipato i capitali, immagino ingenti, sulla parola? A voi privati cittadini? Quali garanzie avete potuto dare, poiché da quel che mi avete detto, fra voi non ci sono milionari?». Il signore, che ascoltava paziente la traduzione della domanda, sorrise: «Siamo tutti poveri diavoli, ma grazie a Dio con la reputazione di uomini onesti». «Ed è bastato! Incredibile. Però vi avranno caricato di interessi enormi, mentre lo Stato forse si sarebbe accontentato del rimborso del denaro anticipato, e in tanti anni». «Abbiamo fatto i nostri calcoli e ci conveniva così, pagando un interesse dell’1,5 per cento con il rimborso graduale a partire dal terzo anno».
• «Uno e mezzo per cento? Possibile? sempre così in questo Paese?». «No, nel nostro caso le banche si sono accontentate di un interesse minimo perché si trattava di un’opera di pubblica utilità, e noi stiamo già provvedendo ai primi rimborsi perché gli affitti delle case e dei servizi, sebbene tenuti molto bassi, danno un buon profitto». «Un altro mondo, commentò Scelba. Il terreno sul quale avete costruito l’avete scelto voi? E chi lo ha espropriato?» «Il terreno a lato della città antica lo abbiamo individuato d’accordo con la Contea, e la legge non consente a una corporation privata di espropriare. Saremmo dovuti ricorrere al Ministero, con grandi perdite di tempo, come hanno fatto le corporations di altre città. Li abbiamo acquistati direttamente dai proprietari».
• «Salute! I prezzi saranno andati alle stelle». «No, abbiamo offerto il prezzo di mercato del 1945». «Non mi dica che quelli hanno accettato». «Hanno accettato perché si trattava di un’opera di pubblica utilità, e anche loro avrebbero tratto un vantaggio dal sorgere della nuova città. Difatti, alcuni di loro sono diventati gli affittuari delle abitazioni che lei ha visto, altri hanno goduto della valorizzazione dei terreni contigui». «Di bene in meglio. Chi ha fatto il piano regolatore? Avete indetto un concorso?». «Saremmo ancora nelle mani della commissione giudicatrice. L’ho chiesto a un amico architetto di Birmingham, un esperto che l’ha buttato giù in breve tempo e si è fatto pagare pochissimo. Non so se sarà possibile, ma forse alla fine metteremo il suo nome su una lapide, con i nomi di tutti coloro che ci hanno dato una mano». «Passiamo alle imprese di costruzione. Penso che avrete fatto i lavori in economia. Avete indetto delle aste?». «Troppo complicato. Ci siamo rivolti a imprese conosciute di Birmingham, di Northampton, altre si sono fatte avanti, e ci siamo trovati bene. Soltanto una ci ha dato del filo da torcere, ma siamo riusciti a eliminarla perché abbiamo scoperto che il proprietario era un imbroglione che aveva scontato due anni di carcere a Liverpool».
• Lo scoramento appariva sempre più evidente sul viso di Scelba. Con voce stanca domandò ancora: «Quanti siete in questo gruppo che ha preso l’iniziativa addossandosi un carico enorme di lavoro e di responsabilità?». «Siamo quindici, tutti uomini di buona volontà e in buona salute, grazie a Dio. Ma abbiamo dovuto assumere degli impiegati per l’amministrazione, la sorveglianza dei lavori, i controlli. Due di noi si occupano proprio di controllare i materiali, le spese. Questo sì, è un gran lavoro, perché capita quello che fornisce le serrature che si inceppano subito, e quello che dice questo costa due sterline e poi fa una fattura maggiorata di due, tre scellini per ogni pezzo. Bisogna stare con gli occhi bene aperti».
• «Capisco. Voi avete abbandonato il vostro mestiere, bravi, ma non lavorerete gratis. Chi vi paga? Come vi pagate?». «Eh, questo è stato uno dei problemi difficili da risolvere all’inizio. Nessuno di noi viveva di rendita. Ci siamo consigliati con alcuni funzionari della Contea, con direttori delle banche che ci hanno dato i capitali e abbiamo fissato una cifra uguale per tutti, anche per me che sono stato incaricato dagli amici di fare il presidente, una cifra pari a quella di un ragioniere generale della Contea, aumentabile ogni sei mesi secondo l’indice del costo della vita, è poco, ma si tratta di un incarico temporaneo, e purtroppo, tre di noi alla fine dell’anno ci lasceranno perché hanno dato fondo a tutti i loro risparmi. Ma come avrà notato, siamo già a buon punto». Scelba aveva concluso la sua indagine. Scuoteva la testa, sconsolato, ripeteva a bassa voce: «Un altro mondo, un altro mondo. E io che pensavo di riprodurre l’esperimento in Italia».
• Ci fu una breve sosta. Il Presidente della corporation parlottava con un funzionario britannico il quale poi ci confidò divertito che quel signore si sentiva a disagio poiché avrebbe voluto invitare gli ospiti italiani alla mensa aziendale, ma non lo poteva fare se non avesse ottenuto il rimborso dal Ministero degli Esteri. Ce ne andammo. L’onorevole Scelba, intristito, accettò senza entusiasmo di trasferirsi in municipio per il saluto del sindaco, dovette ascoltare un paio di discorsi con la narrazione della storia dell’eroina locale, Lady Godiva, e quindi passare alla cattedrale di San Michele in fase di costruzione per baciare l’anello del Vescovo suffraganeo il quale recitò nell’inglese degli Scozzesi la lezioncina che si era preparato sulla Sicilia, citò Garibaldi e Don Sturzo, confuse Santa Rosalia con Sant’Agata, attribuendo alla prima il martirio dello strappo dei seni e definendo la seconda «la più gloriosa discendente di Carlo Magno», leggenda questa falsissima, ci spiegò Scelba, che volle rinunciare al pranzo e ripartire subito per Londra.
• Qualche giorno dopo, l’ambasciatore Vittorio Zoppi mi raccontò che nell’ultimo colloquio in Downing Street, Sir Winston Churchill volle conoscere le impressioni che Scelba aveva riportato su Coventry. Il Primo Ministro non riusciva a capire perché l’esperimento di Coventry non fosse adattabile alla ricostruzione delle città italiane, e Scelba si arrabattava per spiegare la diversità abissale fra i sistemi inglesi di governo e di amministrazione pubblica e quelli italiani, ma lo faceva con giri di parole arzigogolati nel timore di offendere l’altro, lasciandogli capire che il Foreign Office avrebbe dovuto sapere che la visita si sarebbe rivelata inutile. Churchill insisteva, Scelba ascoltava avvolto nella propria stoppa, e il dialogo continuò fra sordi fino a quando Sir Winston, che non aveva peli sulla lingua, disse: «Lei ha torto». Ma poi, con grande sollievo dell’ambasciatore, offrì un bicchierino di sherry e l’incontro si concluse con risate e complimenti e auguri di Churchill per «il paese dove fioriscono i limoni» [...]