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 1997  maggio 05 Lunedì calendario

Si stanno contando

• Si stanno contando. E per farlo, sfruttano proprio lo strumento di comunicazione sregolato e anarchico per eccellenza: quella rete informatica che il Grande Fratello Stato non è riuscito ancora a mettere sotto controllo. Le loro parole d’ordine non sono davvero dei luoghi comuni: spaziano dalla privatizzazione delle balene, per salvarle dall’estinzione, alla legittimità, in ossequio allo spirito del mercato, del libero commercio dei figli. I ”libertarian” di mezzo mondo si passano la parola su Internet: quelli della Società per la libertà individuale di San Francisco discutono con i colleghi dell’Alleanza libertaria di Londra, il Cato institute di Washington manda pacchi di pubblicazioni alla neonata Fondazione lituana per il libero mercato, le donne del Movimento femminista individualista di New York si documentano sulla musica libertaria edita da Medieval records nel Wisconsin, gli antiecologisti tentano un collegamento con i seguaci della droga libera. L’lsil (International society for individual liberty) californiano dà appuntamento a tutti a fine settembre, a Roma, per un congresso mondiale destinato a «promuovere, dalla Città eterna, le eterne idee di libertà».
• Messaggi, proclami e annunci corrono, dunque, lungo le vie della posta elettronica, e disegnano anche la mappa della presenza dei libertarians nella società statunitense. Una presenza che dopo due secoli di lavorio culturale negli interstizi dell’ideologia americana, è diventata a partire dagli anni Settanta sempre più visibile nelle università, nelle case editrici, nei giornali e perfino nelle istituzioni politiche: il Libertarian party fa campagna, durante le elezioni, per i suoi candidati in lizza nelle liste repubblicane.
• Le loro concezioni si possono riassumere così: mentre per i liberali della tradizione classica lo stato è un «male necessario», che va limitato, per i libertarians lo stato è un male e basta, nemico della libertà degli individui. Ogni stato, infatti, viola sistematicamente il diritto a disporre delle proprie cose, imponendo tasse e regolamenti. Più in generale, lede il diritto a disporre della propria vita e del proprio corpo, col servizio militare obbligatorio, col divieto di suicidarsi o di abortire liberamente. E nessuna di queste violenze legali ha una utilità sociale. A produrre benefici per la collettività basta e avanza il libero mercato, che andrebbe esteso a tutte le sfere della vita sociale: perfino le tipiche prerogative statali (polizia, giustizia, difesa dell’ambiente) andrebbero messe nelle mani di privati. Men che meno lo stato dovrebbe proporsi di realizzare equità, giustizia o paradisi in terra.
• Non si tratta di concetti del tutto nuovi. Come spiega David Boaz, vicepresidente del Cato institute, il think tank per eccellenza dei libertarian, il loro pensiero «ha radici molto lontane, nel tempo e nello spazio». Considerano padre nobile del movimento, infatti, il filosofo inglese John Locke (1632-1704), che teorizzò il diritto di proprietà come diritto fondamentale dell’individuo. A Locke vanno aggiunti Bernard de Mandeville (1670-1733), che volle dimostrare che egoismo e corruzione sono la molla del progresso, e Adam Smith (1723-1790), che insegnò come la «mano invisibile» del mercato produca i miglior risultati per la collettività. Ma è nella giovane e libera America che queste idee rivoluzionarie diventarono progetto politico. Innanzitutto con le Cato’s Letters (1723), celebre pamphlet di John Trenchard e Thomas Gordon, che i coloni adottarono come breviario di autogoverno; e poi con Thomas Jefferson (1743-1826), il più antistatalista dei Padri fondatori («Il governo migliore è quello che governa meno»).
• Dalla nascita della repubblica, attraverso una costituzione, una guerra civile, l’epopea del Far West e figure cardine dell’individualismo come Henry Thoreau, il pensiero libertario diventerà e resterà uno dei poli fondamentali dell’ideologia americana. Almeno fino a quando, col New Deal rooseveltiano, lo statalismo prenderà il sopravvento. Per i libertarian cominciarono allora gli anni più neri: si ritrovano all’opposizione culturale e politica, quasi invisibili sotto il peso della guerra mondiale, del maccartismo e del ruolo dell’America come paladino dell’Occidente. Tornarono però alla ribalta con il Vietnam. All’epoca, guidava il movimento Ayn Rand (1905-1982), singolarissima figura di romanziera, attrice, sceneggiatrice e pasionaria. Di origine russa, autrice del best-seller Noi vivi (ne fu tratto un film con Alida Valli che ancora oggi circola in cassetta come un simbolo militante), in un’infuocata assemblea studentesca indusse un coscritto a bruciare la cartolina di chiamata alle armi. Da allora libertarian e destra americana procedono per vie separate. Ma la vera svolta nella loro storia più recente è legata al nome dell’economista Murray Newton Rothbard (1926-95), che alla passionalità della Rand sostituì un approccio razionale e solidi fondamenti accademici. Allievo dell’austriaco Ludwig von Mises (1881-1973) e ammiratore di Friedrich von Hayek, Rothbard fu a lungo un emarginato nella comunità intellettuale newyorkese, ma formò una scuola che, nutrita dai suoi libri più importanti (Per una nuova libertà, del 1973, L’elica della libertà, 1982), diede nuova vita al movimento libertario.
• Rothbard alza la bandiera dell’anarco-capitalismo. Propone una società nella quale sia abolito il monopolio statale della violenza e nella quale tutti i servizi, dalla scuola alla polizia, siano offerti in libera concorrenza sul mercato. Ma è anche un implacabile avversario di ogni proibizionismo: non è compito del governo né della legge occuparsi della salute morale o fisica dei cittadini, impedir loro di drogarsi, di consumare pornografia o di praticare una sessualità eterodossa. Come non è compito del potere pubblico garantire un’uguaglianza che, per Rothbard, non è scritta né nel dna dell’uomo né negli scopi della società.
• «Noi crediamo» sostiene Boaz, autore di un recente saggio sull’argomento, «che il più importante valore politico sia la libertà, e non la democrazia. Qualcuno ci obietta che sono la stessa cosa. Non è vero: c’è una connessione tra libertà e democrazia, ma non sono concetti assimilabili. Per noi, il vero tema discriminante è il tipo di relazione che l’individuo stabilisce con lo stato, con il potere. E arriviamo alla conclusione che una società è libera solo quando il singolo può prendere da sé tutte le decisioni che riguardano la sua esistenza. Lasciate che la gente interagisca, garantite il diritto alla libertà e alla proprietà, e l’ordine emergerà da solo. L’economia di mercato è un ordine spontaneo, in cui miliardi di persone entrano ogni giorno allo scopo di produrre benessere, per sé e per gli altri».
• Nasce così la proposta del «governo limitato», che un teorico come Charles Murray, coautore del famoso e controverso The Bell Curve, suggerisce all’America nel suo Cosa significa essere un libertarian, a metà strada tra baedeker del perfetto militante e manifesto del movimento. Per Murray, gli Stati Uniti, già patria della libera iniziativa, oggi sono diventati il campo sperimentale delle più spettacolari «deviazioni» politiche, sociali ed economiche, il poligono di tiro in cui lo stato si addestra contro bersagli umani, il migliore esempio delle più raffinate coercizioni. E nel suo vademecum fa un elenco preciso, settore per settore, di ciò che andrebbe mantenuto e di ciò che è da eliminare.
• Un elenco che vale la pena riportare. Prodotti e servizi: nessun tipo di regolamento. Solo i produttori sono responsabili dei difetti e dei danni causati; e i fornitori di servizi sono responsabili della deviazione dagli standard. Impiego: anche qui nessuna regola, ma rigida protezione contro l’uso della forza e della frode da parte dei datori di lavoro nei rapporti con i dipendenti. Luoghi di lavoro: nessuna regola; i datori di lavoro sono responsabili dei danni. Acquisizioni e fusioni tra imprese: eliminare ogni restrizione, regole solo per le aziende produttrici di beni naturali. Sussidi all’agricoltura e altri privilegi: nessun aiuto. Diritti civili: eliminare tutte le regole. E inoltre andrebbe approvato un emendamento costituzionale che renda impossibile promulgare leggi discriminatorie. Il programma libertario prevede anche l’abolizione o la privatizzazione di tutti gli enti e organismi che tutelano la casa e lo sviluppo urbano, l’energia, l’agricoltura. Per quanto riguarda i trasporti lo stato dovrebbe occuparsi solo delle grandi vie di comunicazione. Anche il servizio postale statale deve essere eliminato, così come la ”social security”, cioè sistema previdenziale, ”medcaid” e ”medicare”, l’assistenza agli anziani e ai meno abbienti, i sussidi ai disoccupati e alle famiglie numerose.
•  ovvio che i libertarian si attirino molte critiche. C’è chi li accusa di essere degli utopisti, cultori di realtà irrealizzabili. Chi li vede come populisti capaci solo di sfruttare lo scontento generale, dato che il 39 per cento degli americani, secondo la Gallup, ritiene che il governo federale rappresenti una concreta minaccia ai diritti e alle libertà dei cittadini. Chi, ancora, li immagina come ”militia-men” capaci di mettere una bomba in un edificio pubblico, come è successo a Oklahoma City. Vengono rappresentati, talvolta, come un’accozzaglia di estremisti fanatici, arrabbiati e delusi capaci solo di aggredire avvocati, burocrati, giudici, poliziotti. Gente che si rinchiude nell’«ultimo underground», ereditando ciò che resta dei liberali e dei radicali, dei movimenti di liberazione degli anni Sessanta e Settanta, ma coinvolgendo anche baby-boomer e maggioranze silenziose.
• Resta però il fatto che anche alle recenti elezioni presidenziali, forse sull’onda del successo avuto da Newt Gingrich (un guru per alcuni libertari) nella conquista del Congresso, l’ipotesi «meno Stato» si è trovata al centro di tutti i dibattiti, e che lo stesso Bill Clinton se ne è impossessato. Inoltre, democratici e repubblicani hanno fatto a gara nel richiamarsi ai valori dell’individualismo americano, nell’identificarsi nel cowboy che va alla ricerca di sempre più ampi spazi di libertà. Tutto l’establishment intellettuale neo-conservatore, del resto, si è mobilitato in questa direzione, da Norman Podhoretz a suo figlio John, da Irving Kristol a suo figlio William, da Adam Bellow ai seguaci di Ronald Reagan, fino agli integralisti della Christian coalition. Tutti pronti a tagliare i tentacoli della piovra nascosta a Washington.
• «La singolarità del libertarismo», per dirla con Walter Block, «non sta nella dichiarazione del suo principio ma nel modo rigorosamente coerente persino maniacale, in cui questo principio viene applicato». Non stupisce allora che tra le figure sociali di cui viene difesa la legittimità si incontrino anche personaggi poco rispettabili come lo spacciatore, il pornografo, la prostituta, che «non nuocciono ad alcuno» e talvolta «giovano» perfino un po’.
• Ma nonostante l’estremismo paradossale e l’apparente eccentricità, i temi sollevati dai libertarians (libertà dei cittadini, droghe, assistenzialismo, peso della burocrazia) sono oggi al centro del cruciale dibattito sul welfare state. E proprio per questo esponenti dichiaratamente libertarian, pur nelle loro diverse sfumature, occupano da protagonisti la scena pubblica: dall’anarcocapitalista con venature utilitaristiche David Friedman, figlio del celebre economista Milton (l’ultimo libro di David Friedman, L’ingranaggio della libertà, sta per essere pubblicato da Liberilibri anche in Italia), all’editorialista del ”Wall street journal” Robert Bartley, tra gli ispiratori della reaganomics; dal moderato Robert Nozick, sostenitore dello ”stato minimo” e figura accademicamente rispettata perfino dagli avversari, a Walter Block che, dopo essere stato tra i più estremisti nella difesa delle libertà di comportamento, oggi si è scoperto «libertario ma non libertino nonché conservatore culturale» e quindi più vicino alle ”moral majorities”. E tracce di anarco-capitalismo si ritrovano nei dibattiti promossi dai periodici conservatori come ”Commentary” o ”TheNational Interest”, dall’American enterprise institute o dall’Heritage foundation.
• Esiste allora davvero questa Nuova frontiera? David Boaz ne è convinto: «Mentre stiamo per entrare nel nuovo millennio», afferma «l’unico modo di affrontare i mercati globali e le nuove tecnologie è quello che noi abbiamo indicato. Non c’è più spazio né per il socialismo, nelle sue varie forme, né per una rigida conservazione. Se vogliamo un mondo dinamico e prospero, dobbiamo realizzare i nostri programmi».