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 1997  aprile 21 Lunedì calendario

La via più breve per farsi un’idea dei dirigenti politici di casa nostra, è quella di guardare i biglietti da visita con cui si presentano i novecentocinquanta membri del Parlamento e cioè coloro cui le istituzioni democratiche vigenti hanno conferito il diritto di governarci

• La via più breve per farsi un’idea dei dirigenti politici di casa nostra, è quella di guardare i biglietti da visita con cui si presentano i novecentocinquanta membri del Parlamento e cioè coloro cui le istituzioni democratiche vigenti hanno conferito il diritto di governarci. Il Parlamento, è vero, non rappresenta l’intera classe politica. Si potrebbero aggiungere i dirigenti centrali e periferici dei partiti, i dirigenti sindacali, delle organizzazioni assistenziali, ricreative, gli amministratori degli enti locali, i giornalisti politici. Ma quasi sempre gli elementi più autorevoli delle suddette categorie arrivano agli onori parlamentari e perciò quando avremo imparato a conoscere i parlamentari, avremo un quadro sufficiente di tutta la classe politica in attività di servizio.
• Prendiamo dunque un documento ufficiale: l’elenco dei deputati e dei senatori della IV legislatura (anno 1963). Da codesti elenchi rileviamo prima di tutto che la nostra classe politica è composta quasi completamente di persone appartenenti alla piccola e media borghesia intellettuale. L’aristocrazia, la nobiltà è totalmente sparita. Quale differenza, alla distanza di un secolo, col primo Parlamento del Regno riunitosi a Torino nel 1861, dove la metà quasi dei deputati erano nobili. Adesso, se qualche cognome ci rivela ancora la presenza di un nobile, una breve inchiesta ci proverà presto che questi si trova seduto sulla sua poltrona per altri titoli e non per quello araldico. La nobiltà salvo eccezioni ha perduto il potere economico e il prestigio sociale. La nobiltà, scriveva Chateaubriand, è stata prima un merito, poi un privilegio, infine una vanità. Oggi non è più nulla, perché si è confusa con la gente del cinema e dei night.
• Egualmente assente è la grande borghesia capitalistica. Questa ha interessi cospicui da far valere in sede politica, ma preferisce intendersi col potere a trattativa privata oppure si fa difendere per interposta persona da quei partiti le cui ideologie non sono incompatibili coi suoi interessi. La grande borghesia è stata messa sul banco degli imputati dalle ideologie socialiste. Essa potrebbe opporre a suo favore validi argomenti ma, come osservava Schumpeter, questi sono incomprensibili alle masse. Potrebbero avere una presa dinanzi a un pubblico di economisti o di filosofi storicisti, pubblico che nelle democrazie moderne non ha la minima autorità. Spesso i grandi businessmen hanno anche perduto la certezza morale del proprio diritto e si trovano nella stessa situazione di certi cardinali che non credono più ai diritti della Chiesa e invocano tacitamente la clemenza degli atei. Spesso i grandi businessmen pensano che, in definitiva, anche in regime comunista si avrebbe bisogno della loro capacità e che perciò non vale la pena prendersela calda per difendere un ordine cui non sono legate necessariamente le loro sorti. Niente è tanto falso quanto lo slogan demagogico dello strapotere politico del grande capitale. Questo non conta più niente.
• All’altro estremo, nel Parlamento non troviamo un numero di operai e contadini proporzionato alle pletoriche rappresentanze dei partiti che pretendono di essere l’avanguardia del proletariato. Socialisti e comunisti forse sono l’avanguardia del proletariato, ma col proletariato lasciato tutto alla retroguardia. Alla Camera troviamo appena 16 operai deputati comunisti e 1, diciamo un solo coltivatore diretto, tra i deputati democristiani e nessun operaio. Al Senato ci sono in tutto 8 operai ed 1 contadino nel gruppo comunista.
• I nostri parlamentari non sono quindi né baroni, né miliardari, né operai, né contadini. Che cosa sono allora? Semplicissimo: sono nella stragrande maggioranza piccoli borghesi intellettuali, e cioè persone in massima fornite di diplomi o di lauree e teoricamente preparati per l’esercizio delle professioni liberali o per gli impieghi di concetto. Appartengono socialmente tutti a una stessa classe, tutti hanno ricevuto una stessa (mediocre) istruzione nelle nostre scuole pubbliche. Si distinguono fra di loro non per diversità di origini o di interessi economici ma solo per una diversità di opinioni, la quale li divide in partiti spesso accaniti l’uno contro l’altro. Ciò contraddice i luoghi comuni degli pseudo-marxisti, secondo i quali la diversità delle idee dovrebbero derivare dalla diversità della classe economica. Una seconda constatazione poi ci avverte che questi piccoli borghesi sono generalmente dei disoccupati. Indirettamente si può accertarlo dal fatto che stanno in Parlamento. E, come vedremo, oggi possono esistere solo i politici professionisti. Anche in questo settore l’epoca del barone de Coubertin è finita. Come nello sport, così nella vita politica non vi è più posto per il dilettantismo. La vita pubblica non si può più esercitare, dedicandole solo i ritagli di tempo. assorbente, massacrante, promette a breve termine infarti e trombosi. Non si arriva a Montecitorio o a Palazzo Madama, né, arrivandoci vi si resta, senza un impegno totale della propria esistenza.
• Il gusto di portare la medaglietta è pagato a caro prezzo. Il parlamentare deve partecipare alle sedute dell’assemblea (Camera e Senato siedono in permanenza), deve partecipare ai lavori delle commissioni, deve tenersi a disposizione del partito per prestazioni di vario genere: discorsi, ispezioni, inchieste, presenza a cerimonie, incarichi di rappresentanza anche all’estero, deve infine curare personalmente i propri elettori soprattutto per assicurarsi i voti preferenziali. Questo discusso istituto, che si è voluto mantenere in vita per lasciare agli elettori una certa libertà di scelta delle persone perlomeno nell’ambito dei nomi proposti in lista dal partito, ha lasciato sussistere tutte le minuscole ma onerose ed umilianti servitù che erano connesse al collegio uninominale, anzi le ha aggravate in proporzione dell’ampliato perimetro della circoscrizione.
• Che il personale politico sia fornito dalla piccola borghesia disoccupata risulta poi in maniera più diretta dalle qualifiche professionali preposte ai nomi dei parlamentari. Due terzi abbondanti sono avvocati, dottori in legge, dottori in scienze politiche, giornalisti pubblicisti, sindacalisti. Per quanto riguarda gli avvocati, si deve trattare necessariamente di avvocati senza cause, perché nessuno può immaginarsi che una professione così pesante come quella di coloro che la esercitano realmente con la toga sulle spalle nelle aule giudiziarie, possa conciliarsi con una professione altrettanto assorbente come quella del parlamentare. I titoli di dottore in legge o dottore in scienze politiche, quando non siano stati convertiti ed assorbiti nei titoli più consistenti di professore, di magistrato, di funzionario, di presidente o amministratore delegato di una società, sono una confessione tacita di non-occupazione. I giornalisti pubblicisti sono per l’appunto i giornalisti non professionisti e cioè l’esercito di occasionali collaboratori, quasi sempre a titolo gratuito, di giornaletti e riviste di provincia. I sindacalisti, sia che provengano dal rango operaio, sia che provengano più frequentemente dal rango piccolo-borghese, sono in ogni caso già dei politici professionisti distaccati dal loro partito nell’organizzazione sindacale. E quindi anche essi non hanno altri mestieri o professioni nella vita. [...]
• Si tratta di osservazioni banali, ma esse pongono il dito sulla piaga più profonda della società contemporanea, cioè che la direzione degli affari sia passata in mano di questa borghesia decaduta la quale non ha niente a che vedere con la borghesia che aveva il potere prima della guerra del ’14. Allora la borghesia si identificava con quelli che noi abbiamo chiamato i notabili e cioè con l’antica borghesia provinciale, proprietaria terriera, orgogliosa, parsimoniosa e fedele alle virtù antiche della gente uscita dai ranghi contadini. Era una borghesia che aveva un forte senso dei diritti della persona, che abitava nella casa dei padri; era d’obbligo che in un portone entrasse un solo padrone, non si ammettevano condominii. Questa esigenza ha dettato l’architettura di molte città della vecchia Europa. In Italia l’ho vista rispettata soprattutto in Toscana. Si era orgogliosi di mangiare ciò che veniva dalle proprie terre e, per avarizia, si evitavano nella maggior misura possibile gli acquisti al mercato. Si amava il luogo natio ed ogni allontanamento era giudicato una diserzione. Si riconosceva riuscita e bene spesa la propria esistenza quando ci era cresciuta attorno una famiglia numerosa e si era ottenuta come la più ambita ricompensa la stima affettuosa dei propri concittadini. La borghesia attuale non ha più casa, non ha più terre, si è sradicata dalla provincia, per andare ad ingrossare la folla anonima e meschina delle città metropolitane. La famiglia si è disgregata per l’irriverenza dei figli, il lavoro delle donne, le ristrettezze economiche. Ed i laureati in legge o in scienze politiche vanno a finire negli impieghi privi di tradizione di spirito di corpo e di fierezza. [...] Nel nostro Paese questa borghesia declassata invece non si è contentata di restare una massa politicamente inerte. Ha trovato il modo addirittura di affermarsi come classe dirigente politica. E i partiti sono stati e sono il trampolino dal quale ha preso e prende lo slancio.
• La carriera politica passa necessariamente attraverso i partiti. Ciò vale naturalmente solo per coloro che arrivano oggi a cose fatte. La generazione degli anziani è entrata in politica per un’altra strada. la generazione dei fondatori che è arrivata attraverso la lotta clandestina, i comitati di liberazione, i cosiddetti partiti esarchici e infine ha diretto i primi governi. Questa generazione ormai è sparita. Pochi ne sono i superstiti e questi sono stati giubilati dalle nuove generazioni. Chi non sta sottoterra, è stato isolato in un ideale gerontocomio. Qualcheduno fa il santone della Resistenza, andando in giro per le piazze d’Italia e capeggiando i cortei popolari.
• Parliamo dunque della procedura oramai codificata della carriera politica, che presuppone i partiti già costituiti. Purtroppo tutti coloro che adesso vogliono far carriera, per prima cosa debbono correre a fornirsi di una tessera. Così si verifica la prima selezione a rovescio. Vengono esclusi in partenza quanti rifiutano di irreggimentarsi in un partito. Nessuno, per quanto grandi possano essere i suoi meriti personali, per quanto preziosi servizi possa prestare al Paese, può illudersi di partecipare alla vita pubblica, se ricusa di servire nei ranghi di un partito. Nelle democrazie prefasciste il collegio uninominale consentiva ad una personalità di qualche spicco di farsi largo nei limiti del proprio collegio, senza necessità di appoggiarsi ad alcun partito organizzato. Inoltre esisteva una Camera Alta, il Senato Regio, alla quale si accedeva per nomina dall’alto, ma sempre che si possedessero i requisiti stabiliti nello Statuto Albertino. Per effetto dei due dispositivi i parlamentari potevano essere reclutati con maggior saggezza e varietà di criteri. Il collegio uninominale lasciava un posto agli indipendenti e teneva conto dei meriti personali. Il Senato era un premio per gli uomini politici anziani e in possesso di una lunga esperienza fatta alla Camera dei Deputati. Oppure era una distinzione accordata a quanti, al di fuori della politica, occupavano posti eminenti nelle università, nell’esercito, nella magistratura, nella burocrazia, negli affari. Potevano così essere utilizzati elementi variamente qualificati, che invece sono oggi tagliati inesorabilmente fuori da ogni attività politica.
• Adesso si verifica una preclusione ai danni di tutte le posizioni non inquadrabili negli schemi dei partiti ed ai danni di tutti i meriti non acquisiti al servizio dei partiti. In una parola scompare l’opinione indipendente, libera, capace di iniziative e di forza propulsiva individuale. Nasce cioè il diritto esclusivo delle opinioni codificate, imbalsamate, nasce la partitocrazia. Ecco la corsa alla tessera e generalmente alla tessera più accreditata, più promettente, quella dei grandi partiti. I piccoli partiti, quando non scompaiono, sono appena dei clubs frequentati da romantici e sono condannati a restare piccoli fino alla consumazione dei secoli. La regola per gli elettori è che «on ne prete qu’aux riches». Ma non basta prendere la tessera. Moltissimi sono gli ambiziosi, che entrano in un partito credendo ingenuamente di far subito carriera. Ma presto si accorgono delle difficoltà dell’impresa e si ritirano scoraggiati. Spesso taluni fanno infantili tentativi successivi, passando con disinvoltura da un partito all’altro. Cambiano partito nella speranza di trovare nel nuovo un’accoglienza più benevola di quella ricevuta nel vecchio. Ma il gioco è dappertutto eguale. In tutti i partiti si va avanti faticosamente solo a gomitate, per superare le posizioni acquisite, le invidie, le rivalità. E solo chi è fornito di alacrità, tenacia, aggressività e capacità di intrigo arriva al successo. Non vi è posto per i pigri, i volubili, i vili e i semplicioni.
• Una volta preso il biglietto di ingresso, l’aspirante carrierista è atteso da una serie di cimenti progressivamente sempre più ardui come le esercitazioni degli acrobati. Dovrà cominciare col procurarsi un piccolo seguito personale per farsi eleggere a qualche carica direttiva al livello della sottosezione, poi della sezione, poi della federazione provinciale. Bisognerà che si ricerchi degli amici all’interno rubandoli ai suoi concorrenti; e se non bastassero bisognerà che ne introduca altri dall’esterno, fintanto che non si sarà procurato una maggioranza fidata. Il passo ulteriore dell’escalation sarà di collegarsi con le gerarchie centrali ed acquistarsene la solidarietà col mettere le forze locali del proprio seguito a disposizione di una delle correnti più prestigiose del partito. I gerarchi della periferia sono necessari a quelli centrali per la prefabbricazione dei congressi. E i gerarchi centrali sono necessari a quelli periferici per potere entrare nelle liste dei candidati al Par!amento e per potersi inserire negli organi a raggio nazionale. Un tirocinio di questo genere esige il professionismo più spietato. Non si può stare con un piede nel partito e con l’altro nei propri affari privati. Ed ecco come la disoccupazione è un requisito essenziale per la carriera [...]
• La formazione che danno i partiti è agonistica e strumentale. I partiti sono un’ottima scuola del tecnicismo cosiddetto democratico e cioè delle procedure delle assemblee, dei dibattiti, delle votazioni, delle impugnative e via dicendo. Gli sbarbatelli che fanno anticamera nelle formazioni giovanili già sanno tutto in faccende di questo genere. Vi sono molte persone colte che ignorano che cosa sia una mozione d’ordine, ma non vi è nessun ragazzo, precocemente introdottosi in un partito, che non lo sappia e non abbia imparato a usarne astutamente per avere la parola con precedenza sugli altri e per invertire maliziosamente l’ordine della discussione.
• Il partito è anche una buona scuola per qualche cosa di più sostanziale e cioè il maneggio degli uomini. Il partito infatti è una scuola di manovre e di intrighi, che è quanto dire un tirocinio per conoscere gli uomini e per imparare a servirsene pei propri disegni. Si può convenire che codesta è bassa cucina politica, ma si deve anche ammettere che la politica è fatta pure di questi ingredienti e che sarebbe peggio una classe dirigente sprovveduta, candida, imbarazzata e incapace di dominare gli uomini e le assemblee. Abbiamo un precedente illustre, quello dei sofisti, i quali nel primo esperimento di vita democratica nella storia umana, si proposero un insegnamento puramente strumentale, per l’appunto quello di preparare i giovani alla vita pubblica non già insegnando, come più tardi pretenderà Socrate, ciò che è giusto, ma solo l’arte di discutere e di convincere con discorsi efficaci le assemblee.[...] Di qui il senso di vacuità e di falsità, che così spesso danno scrittori ed oratori di partito e di qui anche il distacco frequente dell’opinione pubblica comune dal pensiero dei partiti. Questi sono sempre pronti a bollare di qualunquismo tutte le critiche che li investono. Ma il buon senso e la intelligenza stanno spesso più dalla parte dei qualunquisti che da quella dei doctrinaires. [...]