Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 10 marzo 1997
Galliani, da che parte vogliamo cominciare? «Da due fenomeni rivoluzionari, la sentenza Bosman e l’avvento delle pay tv
• Galliani, da che parte vogliamo cominciare?
«Da due fenomeni rivoluzionari, la sentenza Bosman e l’avvento delle pay tv. Tutto questo ha cambiato e cambierà ancora di più nei prossimi anni i rapporti di forza tra le varie nazioni. Fino ad oggi il calcio italiano è andato avanti bene perché qui, a differenza che all’estero, c’erano dei signori che pagavano i debiti. Per passione, per ambizione. All’estero contavano solo le risorse e i bilanci. Poi è arrivata la televisione a pagamento. In Inghilterra BskyB ha inondato di soldi il calcio e siamo appena all’inizio perché quando l’anno prossimo ci sarà la pay tv digitale e tutto il campionato sarà trasmesso in diretta, gli introiti si moltiplicheranno. In Spagna la stessa cosa, sta per partire anche la Germania. E quindi io temo che nel 2000 il campionato più ricco sarà quello tedesco, seguito da quello inglese. Spagna e Italia lotteranno per il terzo e quarto posto)».
Ma perché in Italia la pay per view non decolla?
«Perché è troppo ricca la televisione generalista».
Anche a causa vostra.
«Certamente. Io adesso parlo come dirigente del Milan».
• Ecco, Galliani, si rende conto che ogni tanto si fa fatica a capire per conto di chi parla? Uno e trino...
«Non sono uno e trino. Ho capito che la presidenza della Lega era incompatibile con quella di dirigente Mediaset. Per il resto sono nella stessa situazione di Cecchi Gori. In Europa tanti gruppi di comunicazione sono azionisti di società di calcio. Cito ad esempio Canal Plus e il Paris St. Germain. Aggiungo la convinzione che il calcio italiano debba riconoscenza al nostro gruppo che ha fatto aumentare di molto gli introiti. Telepiù paga più della Rai».
Ma è ancora vostra?
«Siamo stati costretti a cederla, anche se conserviamo una quota e comunque l’abbiamo creata noi».
• A proposito, non saranno anche troppo cari i decoder?
«Sì, esistono problemi di marketing, che Canal Plus, intervenuto nella gestione di Telepiù, risolverà anche dando in affitto i decoder. Ma resta il fatto che una tv generalista troppo bella, la più bella d’Europa, toglie la voglia di cercarne un’altra a pagamento. Fermo restando il concetto secondo cui i grandi eventi, Nazionale compresa, devono essere trasmessi in chiaro, io penso che il mercato della tv a pagamento svilupperà anche da noi, ma colmare il gap con l’Inghilterra, che ha già milioni di abbonati, sarà difficilissimo. Tenga presente anche un altro aspetto: le case nordeuropee sono normalmente unifamiliari. Quindi a ciascuno il suo impianto. In Italia imperano i condomini».
(Adriano Galliani)
• E allora non c’è speranza. A meno di non abolire l’istituto del condominio.
«Io dico solo che ci sono delle diversità. Questa e anche altre. Negli altri Paesi per esempio, le risorse sono divise tra le società che le producono. La Premier league in questo momento incassa 450-500 miliardi come l’ltalia, ma divide tutto per 20, cioè per le squadre che fanno parte della Premier League. Rispettando, tra l’altro, il concetto di meritocrazia. Il sistema italiano, così com’è, ci rende assai difficile essere competitivi con l’estero. Perché da noi comanda la mutualità, noi siamo un Paese cattolico mentre inglesi e tedeschi sono protestanti».
Che ne dice, vogliamo investire del problema il Papa?
«Penso che anche in Polonia le tv a pagamento stenteranno a decollare».
(Adriano Galliani)
• Ma lei una ricetta ce l’ha? A parte il chiaro desiderio di dividere la torta in parti più grandi.
«No, guardi, non è che io voglia dividere la torta per l8, anziché per 38. Noi dobbiamo semplicemente incrementare le risorse per evitare di fare la fine del basket: 10-15 anni fa arrivavano dal Nba i più grandi americani. Oggi non vengono più, preferiscono il campionato greco, quello spagnolo. Il mercato non è più nazionale, come quando c’erano i parametri che lo bloccavano. Il mercato oggi è europeo. E questo per l’effetto Bosman: nel 1994 Baggio è costato 18 miliardi e mezzo. L’anno dopo Vialli è costato zero lire.
«Vialli come Kluivert, naturalmente. Ciò significa che i giocatori, i buoni giocatori, andranno d’ora in poi da chi li paga di più. Nei campionati professionistici americani, la classifica degli incassi corrisponde in maniera pressoché fedele alla classifica sportiva».
(Adriano Galliani)
• Diciamo che è una visione un po’ cinica dello sport. E poi gli americani hanno introdotto regole riequilibratici per impedire che vincano sempre gli stessi, cioè i più ricchi.
«Sono appassionato di basket, conosco a memoria il manuale della Nba. Credo che qualcosa, non tutto, sia applicabile al calcio. Noi comunque paghiamo altri problemi: per esempio il proliferare del falso che blocca lo sviluppo del merchandising. La domenica, davanti agli stadi, fioriscono bancarelle che sono tutte fuorilegge. Abbiamo anche tentato delle azioni, ma siamo sempre li: grazie a quelle bancarelle, vivono tante famiglie spesso meridionali. I vigili che dovrebbero intervenire hanno paura di farlo. Ritorno al discorso del cattolicesimo, di cui per altro faccio parte. E concludo prevedendo che l’Italia del calcio occuperà in Europa il quarto posto, proprio come quella dell’economia».
I soldi al centro di tutto.
«Ma è la realtà storica. Quando il Sudamerica era forte economicamente, dominava anche nel pallone. Ha smesso di farlo quando è stato travolto dalla crisi economica. L’Est europeo era fortissimo ai tempi della Honved per lo stesso motivo.»
(Adriano Galliani)
• E la passione della gente? Gli 80.000 del San Paolo non dimostrano che si può essere felici anche senza essere ricchi?
«Ho qui uno studio che documenta la tendenza: gli incassi ai botteghini costituiranno non più di del 25 per cento del fatturato complessivo. Queste cose le dicevo anni fa ma ci rispondevano che eravamo matti perché davamo troppi soldi ai giocatori. Oggi altri pagano di più».
Non saranno diventati matti gli inglesi?
«Commettono gli errori tipici di chi è colpito da improvvisa ricchezza. Però si assesteranno. E tra poco riceveranno altri soldi grazie alla Tv digitale: così tanti che con l’esperienza del passato saranno in grado di dominare la scena».
(Adriano Galliani)
• Galliani, parliamo un po’ di lei. Come cominciò con Berlusconi?
«Il primo novembre del 1979 mi invitò a cena. Non l’avevo mai visto prima di allora. La mia società, Elettronica Industriale, fabbricava apparati per ricevere le Tv estere. Io capii che attraverso questa strada che passava per i tetti, si poteva accelerare la diffusione delle Tv locali che intanto erano nate. Provai a convincere prima Rizzoli, poi Mondadori, poi ancora Rusconi. Niente. Quella sera, a cena, Berlusconi dopo un’ora mi disse che era d’accordo nel rilevare la metà dell’azienda. Per un miliardo. E così nacque il nostro sodalizio».
(Adriano Galliani)
• Veniamo alle dolenti note. Cito da una sua intervista: non abbiamo scelta, l’azienda Milan deve mantenersi su un certo standard.
«Lo confermo anche alla luce dell’altra novità che ha investito il calcio: siamo una società con fine di lucro».
il suo momento più difficile?
«Sicuramente».
Più difficile anche di Marsiglia?
«Si, perché Marsiglia fu un fatto episodico. Il Milan non si trovava al decimo posto in campionato. E adesso è il momento di allargare il capitale a terzi, di andare in borsa nel giro di due o tre anni. Le squadre di calcio, dal punto di vista del listino, saranno equiparate ai mezzi di comunicazione. Il Manchester United, in questo momento, vale 1200 miliardi e, mi creda, è una valutazione corretta».
(Adriano Galliani)
• Avremo quindi titoli in borsa che oscillano secondo i risultati del campo?
«Credo di si perché Borsa e calcio hanno in comune il fattore emotivo. Ma sarà così anche perché una vittoria si tradurrà comunque in un vantaggio economico».
Cecchi Gori ce la farà a prendere i diritti del calcio?
«Non rispondo».
(Adriano Galliani)
• Galliani, mi tolga una curiosità. Ma lei, da bambino, chi era?
«Ero e sono un appassionato di calcio a livello maniacale. A sei anni, appena imparato a leggere, rubavo nelle cabine degli autisti (mia madre aveva una azienda di trasporti) la Gazzetta per leggere le formazioni. A 10 anni ero in vacanza ad Arenzano con i miei genitori: scappai a Genova, su un pullman, per vedere in Tv a piazza De Ferrari la finale mondiale tra Germania e Ungheria. Amo il calcio alla follia, è la cosa che amo più nella vita. Tutto quello che faccio, nel bene e nel male lo faccio da tifoso. Purtroppo come calciatore ero scarsissimo».(Adriano Galliani)
• Tabarez, perché?
«Perché pensavamo che le sue squadre giocassero bene al calcio».
Capello perché?
«Guardi, mi dispiace soprattutto leggere che c’è contrasto fra noi. Quando vado a Madrid ci vediamo sempre. E comunque non dimentichi mai che non ci sono decisioni di Galliani, ma ci sono decisioni di Berlusconi e Galliani . Non a caso evito quasi sempre di parlare in prima persona».
(Adriano Galliani)
• Sacchi, perché?
«Ha lo stesso entusiasmo di prima. Certo, la vita modifica i caratteri e gli umori di tutti. Quando non arrivano i risultati è tutto sbagliato. Il calcio non è uno sport esatto come può esserlo quello dell’uno contro uno: ci sono troppe variabili indipendenti. Possibile che gli stessi che il 30 giugno scorso erano i migliori, oggi siano diventati tutti stupidi? Siamo legati drammaticamente al risultato. La nemesi dopo la fortuna di Massaro, questo sembra stia accadendo. Ma può sempre girare il vento: il nostro amico Ancelotti venne a vincere a Milano una partita che, ove fosse stata persa, avrebbe provocato il suo esonero».
Il sacchismo è finito?
«Continuo a credere che la filosofia di Sacchi verrà premiata. Perché si basa sull’impegno, sulla concentrazione, sul lavoro. Nella vita questi valori pagano».
(Adriano Galliani)
• Inserirebbe ancora nel contratto dell’allenatore del Milan quella famosa clausola che dette il via alle pratiche di divorzio con Capello?
«Sì. Credo sia corretto che l’allenatore che comporta da parte della società un notevole investimento, sia legato ai risultati. Mi dispiace comunque leggere che un contrasto tecnico come quello che c’è stato con Fabio, diventi qualcosa di più grave e personale».
(Adriano Galliani)